Trecce come bottino di guerra: quando le “forbici” violano la dignità del corpo delle donne

In Siria, un militare ha tagliato la treccia a una giovane donna, morta nella resistenza curda. È come se avesse detto che la donna è un essere inferiore e che violarla è un diritto, rendendola schiava se catturata, o profanando il suo corpo anche da morta

Continuo a riportare le violazioni della guerra contro l’umanità in Siria, per raccontarvi oggi la storia di una giovane donna che è stata martirizzata difendendo la sua terra; la sua treccia è stata recisa per essere esibita come un trofeo, in una scena che ci costringe a riflettere di nuovo: come possiamo vivere con chi grida “Allah Akbar” mentre lancia cadaveri dai piani alti e recide le trecce delle donne? È come se volessero dire che la donna è un essere inferiore e che violarla sia un diritto, rendendola schiava se catturata, o profanando il suo corpo anche da morta.

In una scena che riassume il surrealismo della guerra siriana nella sua versione del 2026, non sono più solo le immagini della distruzione a dominare la scena, ma icone deformate esposte nei mercati delle vanità militari. A metà gennaio, attivisti hanno diffuso sui canali Telegram un video, che documenta il momento in cui un membro delle forze ausiliarie nella campagna di Aleppo entra in un supermercato locale, non per fare provviste, ma per esibire quella che ha definito la sua “preda preziosa”.

La treccia, un atto di resistenza

“Guardate, ragazzi… questa è la treccia di una Heval”; con queste brevi parole cariche di un tono di trionfo, il combattente si è rivolto ai presenti sollevando una lunga treccia di capelli neri, recisa alla radice. Quelle parole non erano una semplice descrizione, ma l’annuncio della spoliazione del simbolismo della fratellanza (Heval) di cui vanno fiere le combattenti delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ). In quel momento, la treccia non era solo capelli morti, ma veniva letta come un comunicato militare ufficioso, che dichiarava la privazione dell’orgoglio fisico dell’avversario dopo la sua sconfitta sul campo.

Storicamente, la treccia per la combattente curda è legata alla “Jineolojî” (scienza delle donne) insegnata nelle loro accademie; la treccia è considerata il “cordone ombelicale”, che lega la combattente alla terra e alle compagne. Nella consuetudine militare di queste donne, prendersi cura dei capelli, e intrecciarli sotto il sibilo dei proiettili, è un atto di resistenza contro la bruttezza e un rifiuto dell’annientamento. Pertanto, quando il combattente si è impossessato di quella treccia, era pienamente consapevole del peso simbolico che portava; non erano capelli, ma una “bandiera ammainata” di un nemico la cui treccia è sempre stata considerata una linea rossa.

Un crimine contro la dignità delle donne

Echi dell’evento: testimonianze e reazioni

  • Testimonianza dal campo: un dipendente del supermercato (che ha chiesto l’anonimato) ha riferito alle reti di informazione locali: «Il combattente è entrato con un’aria di esaltazione, ha tirato fuori la treccia dalla tasca e ha detto che apparteneva a una combattente caduta negli scontri del mattino. La cosa non sembrava strana ai suoi compagni, che anzi si congratulavano con lui come se fosse un bottino prezioso».
  • Dalla pagina dello scrittore Mesto Ilyas Issa: «Recidere la treccia di una combattente ed esporla come bottino non è una vittoria militare, ma un abissale crollo morale. Questa treccia di cui si scherniscono è il simbolo di una cultura che consacra la volontà della donna; trasformarla in uno spettacolo riflette una mentalità non diversa da quella che abbiamo affrontato nei primi anni di guerra».
  • Dall’attivista Ahmed Al-Khalil (via piattaforma X): «Quello che abbiamo visto nel video della “Treccia di Aleppo” è la documentazione vivente di un crimine contro la dignità delle vittime. Ci aspettiamo che le organizzazioni internazionali per i diritti umani inseriscano questi video nei dossier delle violazioni, perché vantarsi dei capelli di una donna uccisa è una legittimazione della barbarie».
  • Dalla piattaforma “Syrian Woman”: «La treccia nella nostra coscienza è sinonimo di dignità. Che queste ciocche diventino oggetto di scherno tra gli armati è un segnale pericoloso del declino dei valori. Questa treccia recisa rappresenta la rottura degli ultimi fili di umanità in questo conflitto».

Il testo della notizia si è trasformato in un’ondata di analisi psicologica e politica; i rapporti sui diritti umani hanno evidenziato come la “logica del bottino di guerra”, che include parti dell’identità fisica delle combattenti, rifletta un cambiamento radicale nella dottrina del combattimento, superando le leggi di guerra per entrare negli spazi dell’oltraggio simbolico. L’incidente della “Treccia di Gennaio” ha rivelato che il conflitto nel nord della Siria ha superato il contatto geografico per entrare in una guerra di simboli taglienti. Il combattente che ha esposto la treccia e le donne che hanno sollevato le loro trecce a Qamishli in risposta, sanno tutti che la prossima battaglia non si deciderà solo con chi controlla la collina, ma con chi ha la capacità di proteggere i propri simboli dal diventare uno “spettacolo” nelle mani dell’altro.

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