10 Giu 2026

Pirandello e il cinema: un dialogo difficile, ma fecondo

All'inizio, lo scrittore diede un giudizio molto duro sul cinema. Poi ci ripensò. E le sue riflessioni ci provocano ancora oggi

Illustrazione da foto Studio Pietinen CC4.0

Il rapporto tra Luigi Pirandello e il cinema fu segnato da ambivalenza, attrazione e rifiuto. Da un lato lo incuriosiva questa nuova forma di narrazione per immagini; dall’altro la percepiva come una minaccia per il teatro, l’arte che più di tutte incarnava, secondo lui, la vitalità dell’azione scenica.
Fu proprio la curiosità, però, a spingerlo a confrontarsi con il mezzo cinematografico, fino a scrivere nel 1916 il romanzo Si gira, poi ripubblicato nel 1925 come Quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Nel romanzo, Pirandello esprime un giudizio durissimo sul cinematografo. Teme che il pubblico abbandoni i teatri per inseguire “larve evanescenti” proiettate su uno schermo, immagini fredde e meccaniche che sostituiscono la presenza viva dell’attore. Descrive così la nuova condizione dell’interprete cinematografico: un esiliato dal palcoscenico e quasi da sé stesso, privato del respiro, della voce, del corpo. L’attore diventa un’immagine muta, un’ombra che appare e scompare senza rapporto con il pubblico.

Per Pirandello, il cinema muto è dunque un’arte illusoria, fatta di fantasmi che recitano una vicenda finta in una scena altrettanto finta, guidata solo dal fascino dell’effetto visivo.

La svolta del sonoro

A cambiare la sua prospettiva fu l’avvento del film parlato. Inizialmente critico verso il sonoro — lo definì “il film parlante” con tono diffidente in un’intervista del 1929 — Pirandello dovette ricredersi nel giro di un anno. Riconobbe che il futuro dell’arte drammatica si sarebbe giocato anche nel cinema e che gli scrittori di teatro avrebbero dovuto confrontarsi con questa nuova forma espressiva. Il sonoro restituiva infatti all’attore una parte della sua presenza: la voce, il ritmo, l’intenzione.

Nel secondo dopoguerra, quando il cinema si era ormai affermato come fenomeno globale, Pirandello concesse più volte i diritti per la trasposizione delle sue opere. Tra le prime versioni cinematografiche spiccano Come tu mi vuoi di George Fitzmaurice con Greta Garbo e Ma non è una cosa seria di Mario Camerini.

Nel corso del Novecento molti registi hanno attinto al suo universo narrativo: Pastina, Soldati, Zampa, Fabrizi con Questa è la vita (1954), i fratelli Taviani con Kaos (1984), Monicelli con Le due vite di Mattia Pascal (1985).

Le sue opere — dalla novella La patente ai romanzi Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila — hanno continuato a ispirare il cinema e il teatro contemporaneo.

L’eredità: identità, scomposizione, sguardo

Ancora oggi Pirandello è uno degli autori che più profondamente ha interpretato le trasformazioni culturali introdotte dal cinema. La sua riflessione sull’identità, sulla molteplicità dell’io, sulla distanza tra immagine e realtà risuona con forza nell’epoca della riproducibilità tecnica e della cultura visiva.

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