«I calcinacci si trovano dove qualcosa è stato distrutto, ma anche dove gli operai cominciano a ricostruire.» Queste sono le parole con cui Fulminacci ha lanciato il suo nuovo album su Instagram. Ricominciare dalle macerie di una relazione finita, ritrovarsi improvvisamente da soli, cercare di orientarsi in quella strana età di mezzo alla soglia dei trent’anni («Tra un po’ non avrai più vent’anni / e la vita diventa un mestiere»); aggiungete la giusta dose di malinconia, le strade di Roma a fare da cornice della storia, la collaborazione con Golden Years e otterrete gli ingredienti perfetti per il disco più introspettivo del cantautore. Un lavoro che, senza rinunciare a leggerezza e umorismo, racconta fratture, cambiamenti e tentativi di ricostruzione personale.
Un disco dignitosamente pop
Dal punto di vista sonoro, Calcinacci è probabilmente la raccolta più apertamente pop della carriera dell’artista. Una scelta che però non arriva come una svolta improvvisa: Filippo non ha mai nascosto questa inclinazione, anzi, l’ha spesso rivendicata come parte della propria identità musicale. Qui, anche grazie alla collaborazione con Golden Years, quella componente emerge un po’ di più: melodie immediate, arrangiamenti puliti e sound asciutto, ritornelli costruiti per restare in testa, synth leggeri, chitarre e ritmiche essenziali che sostengono la narrazione senza mai sovrastarla.
Le strutture dei brani si fanno più accessibili e radiofoniche, ma rimane comunque centrale la scrittura, tra osservazioni ironiche sulla vita quotidiana e relazioni raccontate con una sincerità quasi disarmante; in questo modo l’artista riesce ad avvicinarsi al mainstream senza perdere la spontaneità, che lo ha sempre caratterizzato.
La recensione track by track
Dopo vari ascolti, posso dire con certezza che Calcinacci merita attenzione. Mentre correvo sul tapis roulant, il disco mi ha tenuto compagnia senza perdere il passo; i ritmi energici rendono scorrevoli anche i testi più nostalgici. Consiglio, almeno la prima volta, di riprodurre le tracce in ordine, così come sono state pensate: l’album è da gustare nella sua interezza, perché racconta una storia che, come il mosaico della copertina, si sviluppa pezzo dopo pezzo.
13 brani per un disco uscito di venerdì 13: Fulminacci ha deciso di prendersi gioco della sfortuna, trasformandola in un filo conduttore che attraversa l’intero progetto.
Si parte con il botto, con una canzone ritmata, ma malinconica. Probabilmente è stata messa per prima proprio perché rappresenta a pieno la natura dell’album. La linea vocale ricorda in alcuni punti quella di Meglio di così, un suo vecchio brano del disco Tante care cose, ma l’arrangiamento musicale è molto diverso: tra fiati, cori un po’ ironici alla Enzo Carella e chitarre, il brano si lascia ascoltare facilmente.
Un chiaro esempio del talento di Fulminacci nel dipingere immagini quotidiane estremamente specifiche, ma che al tempo stesso potremmo vivere tutti quanti: a chi non è mai successo di sentirsi impacciato e non trovare le parole, specialmente di fronte a un/una ex?
«Maledetta timidezza / Maledetta educazione / Non so più la differenza / Tra bugia e formalità / Tra il lavoro e la vacanza / Tra l’attesa e la speranza», il bridge è chiaro, diretto, il cantante si mette a nudo su delle fragilità che tutti possiamo comprendere. Simpatico il cameo di Tommaso Paradiso che compare dal nulla solo per gridare la frase «È una vita, oh!Ï. Il ritornello è estremamente orecchiabile, tanto che non riesco più a levarmelo dalla testa da quando l’ho sentito.
L’abbiamo sentita tutti al Festival di Sanremo, quindi non c’è molto altro da aggiungere: una canzone elegante, radiofonica, con un bell’arrangiamento e un ritornello forte, propone quella dimensione un po’ melodrammatica delle rotture sentimentali − «E passeranno semafori e cantieri / Pianeti e buchi neri / E dai, facciamo i seri» − che invece manca ad altri brani un po’ più cinici, come Niente di particolare o Casomai. Si aggiudica il Premio della critica Mia Martini, e secondo il mio parere se lo è decisamente meritato.
Si sente chiaramente l’influenza della penna di Calcutta, soprattutto nelle strofe, ma l’anima del brano appartiene comunque a Fulminacci. Un po’ di sana tristezza, disorientamento, un piano semplice e ipnotico; direi una canzone perfetta da ascoltare durante un viaggio in treno, con il paesaggio che scorre dal finestrino.
Il primo singolo dell’album, presentato per la prima volta al Concerto del Primo Maggio del 2025. Ogni volta che sento le prime note mi torna in mente quella frase, come se fosse ieri: «la prossima canzone si chiama Casomai, è questa, esce a mezzanotte, ancora non esiste». Credo che sia la mia traccia preferita del disco, forse proprio perché l’ho sentita nascere dal vivo. C’è qualcosa di speciale nel momento in cui una canzone viene suonata per la prima volta davanti a un pubblico: non è ancora uscita, ma esiste già nell’aria, tra il palco e chi ascolta. Casomai per me rimane esattamente questo: il ricordo di quel momento, prima ancora che una semplice canzone di Calcinacci.
Dal punto di vista musicale, la linea di basso delle strofe funziona parecchio, e così anche il ritornello, che si memorizza in un attimo (come in molte altre tracce dell’album, complice anche lo zampino di Golden Years). La fine di una relazione qui viene trasportata in una dimensione un po’ disincantata, un po’ ironica: «Due italiani su sessanta milioni / Si sono presi per mano, dedicati canzoni / Recenti studi dimostrano / che ogni tanto ti incontro e non dico niente».
Dalla collaborazione con Franco 126 nasce invece una semplice traccia sui ricordi d’infanzia, che si muove tra immaginazione e nostalgia quasi cinematografica. Le voci dei due artisti si intrecciano in modo molto armonico, e la presenza di Franco apporta al pezzo una sfumatura un po’ più urbana rispetto allo stile usuale di Fulminacci. Forse pecca a tratti di monotonia.
Il titolo parla da solo: il brano non è effettivamente niente di particolare, specialmente dal punto di vista musicale; nonostante ciò è apprezzabile il modo in cui celebra l’amore delle persone normali, non quello drammatico del cinema o dei romanzi. C’è qualcosa che mi ricorda un po’ le canzoni di Venditti, specialmente nel pezzo che fa «Sara, non disperarti mai, perché / tra noi non c’è / niente di particolare».
Dopo due tracce che scorrono senza lasciare troppo il segno, Meno di zero riaccende l’attenzione. Si tratta del pezzo del disco che più si affaccia alla critica sociale, ma lo fa in maniera provocatoria, quasi paradossale. Si discosta da canzoni passate più apertamente impegnate come Un fatto tuo personale o Ragù, ma può ricordare una versione un po’ più leggera di Tutto inutile. Il cantautore romano prende in giro un po’ tutti, persino sé stesso: «Di meno non si può / Meno di una canzone pop».
Quando Fulminacci si ritrova solo con la sua chitarra, non può che uscire un piccolo capolavoro. L’arrangiamento si spoglia e ne esce fuori una canzone personale, intima, un po’ alla De Gregori, coerente alle origini de La Vita Veramente.
«E che io sono un uomo solo quando mi pare / E che ogni salita è una lezione di vita che non riesco a imparare / Perdonami».
In linea con Meno di Zero, ma con l’impronta stilistica di Tutti Fenomeni: l’industria culturale viene osservata e dissezionata al microscopio tra paure generazionali e «gli accrediti ai concerti / gli abbracci ai release party / le storie, amici verdi / e le iniziali sui contratti».
Il termometro tocca i 40 gradi, Roma si fa incandescente e scappare diventa obbligatorio. Sottocosto è il brano perfetto da ascoltare durante un viaggio in macchina, mentre si pregusta un tuffo in mare. Una versione moderna di Neanche un minuto di non amore di Battisti.
Pensavo fosse una sorta di ripresa di Niente di particolare, ma mi sbagliavo: l’arpeggio di chitarra, che ricorda quello nostalgico di Al giusto momento, mi ha conquistato subito. Il pezzo si muove con naturalezza, senza forzature, lasciando spazio a piccole riflessioni esistenziali che lasciano il segno: «Ma in fondo a me che me ne importa / di camminare sempre dritto se la vita è tutta storta».
Il disco si chiude con una ballad ambientata in una Roma estiva e malinconica, che ha il sapore di una conclusione sospesa; dopo aver attraversato chiusure, incertezze e ripartenze, Fulminacci sembra dirci che, in fondo, va bene così: non serve avere tutto chiaro, basta rimettersi in cammino.






