«Non abbiam bisogno di parole / per spiegare quello che è nascosto in fondo al nostro cuore / ma ti solleverò / tutte le volte che cadrai / e raccoglierò i tuoi fiori che per strada perderai». Sono queste parole della canzone Non abbiam bisogno di parole di Ron, che fanno da sigla all’omonimo film uscito su Netflix il 3 aprile 2026.
Il film, che vede protagoniste Serena Rossi, attrice e cantante napoletana, e Sarah Toscano, giovane cantante al suo esordio sullo schermo, si presenta come il remake della pellicola francese La famiglia Bélier (2015), e presenta una trama simile, proprio perché protagonista della storia è una ragazza, unica udente in una famiglia di sordi, che scoprirà poi la sua passione per il canto.
Molti degli attori presenti nel cast italiano del film fanno parte proprio della comunità sorda, tra cui i coniugi Carola Wisny e Emilio Insolera, rispettivamente madre e padre della protagonista, Eletta.
Centrale all’interno del film è una battuta del padre della protagonista, che, durante un litigio, afferma che la sordità non è una disabilità, ma una vera e propria cultura. È questo uno dei grandi temi di cui il regista, Luca Ribuoli, si fa carico e cerca di portare sulla scena; infatti, molti degli appartenenti alla comunità sorda non percepiscono la sordità come una vera e propria disabilità, ma come un modo diverso di stare al mondo e di vivere la propria esperienza umana.
La battaglia per la LIS
Il film sfida il pubblico udente a ribaltare i propri paradigmi comunicativi abituali, ponendo al centro della narrazione non solo la sordità, ma la Lingua dei Segni Italiana (LIS) e la vibrante identità della comunità sorda, intesa come una vera e propria minoranza culturale e linguistica.
Attraverso l’uso sapiente dei suoni, che sfumano gradualmente fino a scomparire per lasciare spazio al ritmo visivo dei segni, la regia compie un’operazione quasi archeologica. Ritorna alle origini stesse del cinema — nato muto e puramente visivo — per riscoprire la potenza della gestualità e della mimica facciale, come veicoli di emozioni universali e primordiali.
Uno dei grandi meriti dell’opera è la rappresentazione rigorosa e scientifica della LIS, un sistema linguistico autonomo e straordinariamente complesso, dotato di una propria fonologia (basata sui parametri manuali e non manuali), una morfologia e una sintassi specifiche.
È bene ricordare che lo Stato italiano ha ufficialmente riconosciuto la LIS solo nel maggio 2021 (con l’approvazione dell’articolo 34-ter del Decreto Sostegni, convertito nella Legge n. 69/2021), dopo decenni di battaglie civili estenuanti condotte dall’Ente Nazionale Sordi (ENS) e da numerosi attivisti indipendenti. Prima di questa data, la LIS era spesso relegata a un ruolo marginale e non era usata neppure a scopo educativo per i membri della comunità sorda.
No all’omologazione, sì al riconoscimento
L’opera di Luca Ribuoli celebra questa conquista legislativa non attraverso proclami, ma mostrando la quotidianità di chi quella lingua la abita: professionisti, artisti, genitori e figli che rivendicano il diritto di essere cittadini a pieno titolo senza dover rinunciare alla propria lingua madre.
A livello globale, il film si inserisce in un filone cinematografico internazionale (si pensi al premio Oscar CODA – I segni del cuore) che sta finalmente portando alla ribalta attori sordi per interpretare personaggi sordi, ponendo fine alla controversa pratica del “cripface” (spesso reso in italiano come “faccia da storpio”, indica la pratica discriminatoria nel cinema e nel teatro in cui attori non disabili interpretano personaggi con disabilità, spesso utilizzando espressioni esagerate, caricature o movimenti stereotipati).
La comunità sorda mondiale, come emerge chiaramente dalla pellicola, non chiede integrazione nel senso di “omologazione” al mondo udente. Chiede, invece, il riconoscimento del proprio bilinguismo: la possibilità di abitare il mondo attraverso i segni e la parola scritta.
In conclusione, l’opera non è un documentario didattico sulla disabilità, né un esercizio di stile fine a se stesso. È un invito pressante all’ascolto visivo. Ci ricorda, con una delicatezza che commuove, che la comunicazione autentica non passa necessariamente per le vibrazioni delle corde vocali o per l’udito biologico, ma per la capacità profonda di “vedere” l’altro nella sua interezza esistenziale.
Emblema di questa convinzione è una delle ultime scene del film, nella quale la protagonista canta accompagnando il suono con la gestualità della lingua LIS, riuscendo così finalmente a far coesistere due modi diversi di percepire il mondo.









