Ogni volta che mi drogo faccio qualche disastro e questa volta mi sono fatta un tatuaggio, sulla faccia. Un disegno brutto, fatto da uno che era più perso di me. Al mio rientro a casa, dopo giorni di assenza ingiustificata, mamma non urla, non inizia il solito copione di ramanzine sue e sensi di colpa miei. Mi abbraccia ed accarezza la bruttura che ho sullo zigomo. – Lo so, fa schifo – le dico e scoppio a piangere, piena di vergogna.
Soffrire di disturbo borderline di personalità è anche questo: le emozioni sembrano sparire, le cerchi, le richiami correndo in macchina, facendo cose rischiose, ti aiuti con le droghe e poi, quando meno te lo aspetti, ecco che tornano e ti travolgono. I singhiozzi mi scuotono e lei mi accarezza i capelli arruffati e anche in quell’abbraccio sono divisa: una parte di me vorrebbe accoglierlo e lasciarsi andare, l’altra me vorrebbe mordere e fuggire. Vivo in bilico su una fune oscillando: vita e morte, bene e male, gioia e dolore. Senza poter scendere, senza riposare mai.
All’inizio mamma non capiva, non accettava; cercava colpevoli, sperava in soluzioni ed io mi sentivo ancora più guasta. Andiamo a coprirlo – sussurra – ci tatuiamo sopra un bel disegno, ce lo studiamo insieme. So che odia i tatuaggi, so che mi vorrebbe normale, ma so anche che mi ama e allora, per un attimo, su quella fune oscillante, mi sento un po’ meno sola.






