La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, non è soltanto un documento sulla tecnologia. Il suo nucleo più profondo mi sembra un altro: è una meditazione sull’uomo nel tempo in cui rischia di perdere sé stesso.
Leone XIV pone l’umanità davanti a una scelta: «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». Non è una contrapposizione ingenua tra passato e futuro, ma una distinzione più profonda: da una parte la tecnica quando diventa potenza senza limite, dall’altra una città umana fondata su relazione, responsabilità e cura dei legami. Il Papa parla del rischio di «smarrire il proprio volto»: è qui che si apre la lettura psicologica del testo.
Da psicologo del profondo, leggo questa enciclica come un grande richiamo alla custodia dell’umano: corpo, limite, parola, desiderio, responsabilità, incontro con l’altro. La tecnica non è il nemico. Leone XIV lo dice con equilibrio: «in astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». La questione è quale immagine dell’uomo stia crescendo dentro il nostro uso della tecnologia.
Qui la psicologia del profondo ha molto da dire. L’uomo non si ammala soltanto quando è fragile, ma anche quando non riconosce più la propria fragilità; quando scambia la potenza per libertà, l’efficienza per maturità, la prestazione per valore, il controllo per salvezza. L’intelligenza artificiale diventa pericolosa non perché “pensa” troppo, ma quando suggerisce all’uomo di concepirsi come una macchina. Allora non siamo più davanti a un semplice avanzamento tecnico, ma a una trasformazione antropologica.
L’intelligenza artificiale e quella umana
Uno dei passaggi più importanti dell’enciclica distingue l’intelligenza artificiale da quella umana. Le cosiddette intelligenze artificiali, scrive il Papa, «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione». L’intelligenza umana, infatti, non è soltanto calcolo: è esperienza incarnata, memoria, tempo vissuto, capacità di essere attraversati e trasformati da ciò che accade. Una macchina può simulare empatia e produrre parole ben ordinate, anche imitando il linguaggio della cura, ma non ha un corpo che trema, una storia che ritorna, un’infanzia che continua a parlare nell’adulto. Non attraversa l’esperienza, la processa.
Per la psicologia del profondo, l’uomo non è mai solo ciò che sa di sé. È attraversato da un “resto”, una parte non pienamente trasparente alla sua stessa coscienza. Sigmund Freud la esprime in modo radicale – “L’Io non è padrone in casa propria” – e la chiama inconscio. L’umano è sempre più ampio del dato, del profilo, della diagnosi, dell’algoritmo. Ogni volta che una cultura dimentica questo “resto”, comincia a produrre forme eleganti di disumanizzazione.
È qui che l’enciclica incontra una questione clinica molto attuale: la simulazione della relazione. Leone XIV osserva che «il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro». Il pericolo più profondo, in altre parole, non è soltanto che l’uomo venga ingannato dalla macchina, ma che trovi nella macchina una via per evitare l’incontro con l’Altro. L’altro reale è sempre, in qualche misura, scomodo: non risponde a comando, non conferma sempre, non si lascia programmare, può deludere, può ferire, può dire no, può sottrarsi. Ma proprio per questo educa il desiderio. Jacques Lacan ha mostrato che «il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro». Senza questa prova, il desiderio si impoverisce e scivola verso una forma più comoda, ma sterile: il bisogno e quindi il consumo di risposte.
Vivere con il limite
In questo senso, l’intelligenza artificiale può diventare uno specchio narcisistico molto evoluto: un altro senza alterità, una presenza senza corpo, una voce senza desiderio proprio.
Questo vale particolarmente per la cura psicologica. Ogni bravo clinico sa, o dovrebbe sapere, che la cura non è una semplice produzione di risposte corrette, ma un campo vivo in cui due soggettività si incontrano. In una seduta non conta soltanto ciò che viene detto, ma come viene detto, quando viene detto, dentro quale silenzio nasce, quale emozione lo accompagna, quale storia si svela in quella parola. La cura non è una sequenza di soluzioni, ma un’esperienza trasformativa che richiede presenza, tempo, limite, responsabilità.
Un altro asse fondamentale della Magnifica Humanitas è proprio il limite. La cultura contemporanea tende a interpretarlo come un difetto da correggere: corpo che invecchia, malattia, sofferenza, dipendenza, vulnerabilità, errore, fallimento, morte. Ma l’enciclica ricorda che «la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa». La psicologia del profondo afferma qualcosa di molto simile: l’uomo non diventa sé stesso eliminando ogni mancanza, ma imparando a darle forma e senso. Il desiderio nasce proprio perché qualcosa manca, perché l’altro non è possedibile, perché il mondo non coincide con la nostra volontà. Una vita senza limite non sarebbe una vita realmente piena; sarebbe una vita senza desiderio, senza creatività, senza profondità.
Questo non significa idealizzare la sofferenza. Sarebbe un grave errore clinico e umano. Ma quando trova uno spazio in cui può essere pensata, la sofferenza può diventare anche trasformazione. In analisi, spesso, il sintomo non è solo un guasto da eliminare, ma una parola che non ha ancora trovato forma. Per questo è molto significativa un’altra frase dell’enciclica: «Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo». Donald Winnicott ha descritto il “falso Sé” come quella forma di adattamento in cui la persona sopravvive rispondendo alle attese dell’ambiente, ma perde contatto con la propria spontaneità profonda. Wilfred Bion ci ha insegnato che la cura comincia quando ciò che era solo sofferenza può diventare pensiero. L’umano è anche questo: la possibilità che ciò che si presenta come un inciampo diventi una soglia.
…Ma il Verbo si fece carne
Da qui si comprende anche la critica alle narrazioni transumaniste e postumaniste. Il punto non è opporsi alla ricerca scientifica, ma chiedersi quale immagine dell’uomo venga alimentata dal sogno di un potenziamento illimitato. Se il futuro viene immaginato come liberazione definitiva dal limite, dal corpo, dalla vecchiaia, dalla dipendenza, siamo davanti a una fantasia antropologica: il sogno di un uomo senza mancanza, senza opacità, senza debito verso l’altro. Un uomo senza inconscio.
Ma un uomo senza mancanza sarebbe ancora capace di desiderare? Un uomo senza fragilità sarebbe ancora capace di legame? Un uomo senza corpo sarebbe ancora capace di amore? La fede cristiana, su questo punto, introduce un rovesciamento radicale: Dio non salva l’uomo abolendo la carne, ma entrando nella carne. Il Verbo non si fa algoritmo. Non si fa pura potenza, non si fa intelligenza disincarnata. Si fa carne. E la carne significa tempo, limite, ferita, relazione, dolore, amore. Per questo ogni progetto di disincarnazione rischia di produrre non un uomo più grande, ma un uomo più povero: più potente, forse, ma meno capace di abitare la propria vita.
Gli algoritmi, la politica, l’etica
L’enciclica non si ferma però al piano individuale. È anche un testo politico, perché la disumanizzazione riguarda istituzioni, lavoro, comunicazione, democrazia, pace. Quando selezione, accesso, visibilità, inclusione o esclusione vengono filtrati da algoritmi opachi, il rischio non è solo tecnico, ma morale e politico. Affidare a un algoritmo il potere di decidere «chi merita e chi no», significa permettere che lo scarto dei deboli venga «ammantato di neutralità e oggettività». La neutralità, in certi casi, può diventare il modo più elegante per non assumersi la responsabilità dell’esclusione.
Lo stesso vale per la verità. Leone XIV scrive che «la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità». Anche questo ha una risonanza psicologica profonda: la verità non è solo correttezza dell’informazione, ma rapporto con il reale, capacità di tollerare ciò che non coincide con il nostro bisogno di conferma. Quando una persona, o una società, perde questo rapporto, non diventa più libera; diventa più manipolabile.
L’uomo è grande perché può rispondere
In questo quadro, la civiltà dell’amore di cui parla l’enciclica non è una formula sentimentale. È una forma esigente del legame: riconoscere che l’altro non è un mezzo, un dato, un profilo, un consumatore, una funzione del mio bisogno. L’altro è un volto, e il volto dell’altro interrompe sempre la nostra onnipotenza. Ci costringe a uscire dalla chiusura narcisistica, a rispondere, a fare spazio, a limitare il nostro godimento perché possa esistere una convivenza.
Forse è proprio questo il punto più profondo di Magnifica Humanitas. Il testo non difende l’uomo perché lo considera perfetto, autosufficiente o moralmente superiore alla macchina. Lo difende perché lo riconosce fragile, corporeo, desiderante, capace di parola e di errore, esposto alla ferita ma anche alla trasformazione. L’uomo è grande non perché può tutto, ma perché può rispondere.
Per questo l’enciclica di Leone XIV non va letta come un rifiuto del progresso, ma come una domanda rivolta al progresso: ciò che stiamo costruendo rende davvero la vita più umana?
Il rischio del nostro tempo non è che le macchine diventino umane. È che l’uomo, sedotto dalla propria potenza, smetta di desiderare umanamente, e cerchi nell’intelligenza artificiale la guarigione dalla sua ferita più preziosa: la mancanza. Perché è proprio lì, nella mancanza, che l’uomo resta aperto alla parola, all’altro, alla cura, alla speranza e, per chi crede, a Dio.












