Il mondo contemporaneo è sempre più permeato dalla tecnologia. Non sorprende nessuno affermare che viviamo in un contesto iperconnesso. I nuovi media digitali ci forniscono ogni giorno una quantità crescente di informazioni, ma ciò non significa necessariamente che riceviamo un’interpretazione corretta e adeguata della realtà che ci circonda. Il paradosso di questa situazione è che disponiamo di più informazioni, ma di meno comunicazione.
Abbiamo assistito, quasi senza rendercene conto, a un cambiamento di paradigma in cui i personaggi pubblici, le organizzazioni politiche, le aziende, hanno adottato la logica degli influencer come nuovo modello di comunicazione istituzionale e di azione politica. Sembra che le tradizionali istituzioni di mediazione sociale non siano più considerate valide e che la priorità sia ormai il contatto diretto, con una comunicazione sempre più decentralizzata.
Il problema di tutto questo è che l’idea di un sistema credibile, o quantomeno veritiero, rappresentato dal giornalismo e dall’assetto istituzionale degli organismi di mediazione comunicativa, sta progressivamente scomparendo. Ciò avviene perché i media tradizionali hanno perso il privilegio della mediazione dell’informazione e finiscono per dissolversi nel grande conglomerato della convergenza tecnologica.
La scomparsa degli interpreti della realtà
Per alcuni, questa convergenza rappresenta un fenomeno positivo, nella misura in cui consente di adattare l’informazione ai diversi linguaggi e alle differenti piattaforme comunicative; per altri, invece, essa costituisce un vero e proprio «collasso dei contesti comunicativi», poiché gli interpreti tradizionali della realtà vengono sostituiti dai prescrittori di contenuti, annullando così ogni fondamento dell’intermediazione.
Questi fenomeni stanno determinando la scomparsa degli interpreti della realtà: di coloro che selezionavano i fatti e le opinioni, che raccontavano le storie attraverso il documentario, che costruivano la notizia nella sua forma scritta, sonora, visiva o audiovisiva. Al loro posto si impone la logica della velocità generata dal clic, dal like, dallo scroll e dallo share, dinamiche che non ci permettono di maturare opinioni profonde, né di sviluppare un pensiero critico capace di mobilitare le coscienze, e ancor meno di riconoscere i nostri limiti nell’affrontare la complessità informativa della società contemporanea.
Recentemente, seguendo il modello australiano, il Regno Unito ha vietato l’uso dei social network ai minori di sedici anni, sostenendo che si tratti di una misura di sicurezza e di tutela per i più giovani. Ci si potrebbe domandare se questa scelta sia davvero in grado di risolvere un problema che forse ha dimensioni ben più ampie rispetto al semplice utilizzo dei social media. È altrettanto contraddittorio, ad esempio, che i genitori attivino il “controllo parentale” sui dispositivi utilizzati dai figli, senza però stabilire limiti di tempo al loro utilizzo; oppure che provvedano a soddisfare tutte le loro necessità materiali, lasciandoli però di fatto soli a causa di una costante assenza relazionale.
Ciò a cui intendo avvicinarmi non è una critica alle “soluzioni” proposte dagli Stati o dai genitori di fronte a queste nuove problematiche. Ritengo piuttosto che il punto di partenza debba essere il riconoscimento del fatto che ci troviamo di fronte a un fenomeno di reontologizzazione generato dalle nuove tecnologie digitali. L’iperconnessione e l’infoxication (o infotossicità) stanno infatti riducendo una delle qualità essenziali dell’essere umano: la capacità di comunicare.
Per una comunicazione sana e autentica
Il significato più profondo del comunicare è legato a due concetti fondamentali: communio, ossia il mettere in comune, e communitas, il senso della comunità. L’essere umano è per sua natura un comunicatore: siamo stati creati per condividere le nostre visioni e cercare di svelare la realtà del mondo che ci circonda. Al tempo stesso, siamo chiamati a costruire comunità, a creare legami che vadano oltre la superficialità delle relazioni.
Forse alcuni sono consapevoli che una comunicazione autentica favorisce una corretta comprensione dei fatti e, soprattutto, contribuisce alla politica intesa come azione giusta, orientata al servizio e all’equilibrata organizzazione della polis. Proprio per questo motivo, vi è chi preferisce insistere sulla soppressione delle capacità comunicative e relazionali dell’essere umano, favorendo invece forme di manipolazione funzionali a interessi particolari.
Di fronte ai profondi cambiamenti del nostro tempo e alle trasformazioni di paradigma che stiamo vivendo, le organizzazioni civili e le istituzioni governative, i professionisti dell’educazione e della comunicazione, i genitori e le famiglie, e più in generale l’intera umanità, hanno il compito di garantire la tutela e il rispetto dell’identità, dei valori e dei diritti che ci appartengono in quanto persone.
Nell’ambito specifico della comunicazione, indipendentemente dal livello in cui essa viene gestita, sarà certamente necessario disporre di competenze tecniche aggiornate e adeguate alle condizioni sociali del nostro tempo. In questo orizzonte diventa però imprescindibile rivalutare la comunicazione nel suo significato più profondo, come identità relazionale che ci rende capaci di interagire, di cercare insieme soluzioni per il futuro e di ravvivare la speranza.
In definitiva, non possiamo permetterci di perdere la capacità di una comunicazione sana e autentica, perché essa ci offre la possibilità di riscoprire il valore dell’appartenenza a una comunità e ci distingue, nella nostra originalità e autenticità, come esseri umani.
Riferimenti bibliografici
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