31 Lug 2026

NON PUÒ ESSERE!
Immagini e parole sono potenti insieme

L’inconsueto, l’illogico, l’inverosimile in: Agesandro di Rodi (con i figli Atenodoro e Polidoro), “Laocoonte e i suoi figli”, I secolo a.C. – I secolo d.C., copia marmorea di un originale bronzeo del 150 a.C. circa, Città del Vaticano, Museo Pio-Clementino

Non può essere che, nel mare di parole sull’Odissea cinematografica di Christopher Nolan, non si faccia molto caso al ruolo-chiave di Sinone nell’episodio del cavallo di Troia. Tutti a decantare il multiforme ingegno di Ulisse, che avrebbe ideato lo stratagemma per penetrare nella città e darla alle fiamme, ma nessuno a ricordare che furono gli stessi Greci a intuire qual è il limite di un’immagine quando fa restare a bocca aperta. Che corre il rischio di non essere capita, decifrata, interpretata correttamente (a cui si aggiunge il rischio di mandare in fumo – invece della città – i migliori guerrieri greci).

Ancora oggi si tende ad associare ogni bella immagine a un cavallo di Troia, cioè a un mezzo furbo e subdolo per catturare l’attenzione dell’altro ed entrargli in casa, facendosi beffe delle sue difese.

In realtà la vera astuzia (raccontata da Virgilio nell’Eneide e non da Omero), più che nella figura seducente del cavallo, è nel rinforzo di parole messe in bocca a Sinone. Che, facendo credere d’essere stato abbandonato dai suoi, motiva le ragioni del grande animale spiaggiato, inducendo i Troiani a portarlo dentro le mura.

Soltanto Cassandra e Laocoonte si oppongono alla decisione: ma lei, sacerdotessa di Apollo, ha il destino di non essere mai creduta, e lui, sacerdote di Poseidone, dopo aver scagliato una lancia contro il ventre del cavallo e pronunciato la famosa frase «Temo i Greci anche quando portano doni», viene stritolato con i suoi figli da due grossi serpenti marini.

Quindi, se da alcuni Troiani impariamo a essere guardinghi, a non lasciarci suggestionare dalle belle immagini, dai Greci capiamo di poter confidare nelle parole, che sanno spiegare le cose usando la razionalità. E, pur essendo meno eclatanti delle figure, sono anch’esse dotate di grande forza (anche se, nel film, vengono usate per ingannare). In più le parole si prestano a dare man forte alle immagini, spesso ritenute convincenti senza esserlo. I grafici conoscono da tempo i frutti che può dare questo matrimonio, dove le parole possono essere guardate come immagini e le immagini possono essere lette come parole.

È paradossale che, di Laocoonte, benché perdente, un’immagine sia rimasta (e persino spettacolare, come questa dei Musei Vaticani), giustificata dalla fine tragica del sacerdote e dei suoi figli, mentre, di Sinone, non esista sostanzialmente traccia. Forse la damnatio memoriae è la maledizione degli artisti per chi ha osato depotenziare l’immagine, ma chi crede nella comunicazione e vuole farsi capire dovrebbe erigere un monumento a questo guerriero greco.

Laocoonte e i suoi figli, Città del vaticano
La statua di Laocoonte e i suoi figli nel Museo Pio-Clementino della Città del Vaticano
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