11 Set 2026

11 settembre: il giorno in cui al-Qaeda raggiunse il suo apice e cambiò il mondo

Un evento che ancora ci condiziona. Ecco come nacque e che conseguenze lasciò la catena di eventi che chiamiamo “11 settembre”

foto: Michael Foran, 2001 - CC BY-NC-SA 2.0

Quel giorno ero in Arabia Saudita, davanti alla televisione, quando apparvero le prime immagini di un aereo che colpiva una delle Torri Gemelle di New York. Per alcuni istanti pensai di assistere a una scena di un film americano. Chiesi alla persona accanto a me: «Che cos’è?». Mi rispose: «Sembra un’operazione militare».

La mia mente andò subito ai conflitti che conoscevamo in Medio Oriente e dissi: «Forse è il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina». Poco dopo capimmo che era qualcosa di completamente diverso: l’ingresso spettacolare del jihadismo transnazionale nel cuore degli Stati Uniti.

L’11 settembre 2001 non fu soltanto il più grave attentato terroristico compiuto sul territorio americano. Fu il momento in cui al-Qaeda raggiunse il massimo della sua capacità operativa e, nello stesso tempo, provocò una trasformazione geopolitica destinata a durare per decenni.

Dall’Afghanistan alla jihad globale

Al-Qaeda non nacque l’11 settembre. Le sue radici risalgono alla guerra afghana contro l’Unione Sovietica negli anni Ottanta, quando l’Afghanistan divenne uno dei principali teatri della Guerra fredda e attirò migliaia di combattenti stranieri. Da quell’ambiente emersero Osama bin Laden e le reti dei cosiddetti «arabi afghani». Alla fine degli anni Ottanta prese forma al-Qaeda, che progressivamente trasformò la jihad da conflitto locale a progetto transnazionale.

Il passaggio strategico decisivo fu quello dal «nemico vicino», cioè i regimi della regione, al «nemico lontano», soprattutto gli Stati Uniti, accusati da bin Laden e dai suoi alleati di proteggere gli equilibri politici regionali che volevano abbattere.

Gli attentati contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998 e quello contro la USS Cole ad Aden nel 2000 furono tappe di una progressiva escalation culminata negli attentati dell’11 settembre.

Diciannove dirottatori usarono quattro aerei civili come armi. Due colpirono le Torri Gemelle, uno il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri. Morirono quasi tremila persone. L’obiettivo non era soltanto provocare vittime, ma colpire i simboli del potere economico e militare americano e mostrare al mondo che anche la principale potenza globale poteva essere vulnerabile.

La risposta americana

La risposta fu immediata e immensa. Gli Stati Uniti dichiararono la «guerra al terrorismo», la NATO invocò per la prima volta l’articolo 5 sulla difesa collettiva e nell’ottobre 2001 iniziò la guerra in Afghanistan. Il regime talebano cadde rapidamente e al-Qaeda perse il suo principale santuario. Ma una guerra iniziata per colpire un’organizzazione terroristica si trasformò in un conflitto durato vent’anni.

Nel 2021 le forze americane lasciarono l’Afghanistan e i Talebani tornarono a Kabul. Questo non significò una vittoria militare di al-Qaeda. Bin Laden era stato ucciso nel 2011 e Ayman al-Zawahiri nel 2022, mentre la struttura centrale dell’organizzazione era stata gravemente indebolita. Ma il ritorno dei Talebani mostrò quanto limitata fosse stata la capacità occidentale di trasformare una vittoria militare iniziale in un ordine politico stabile.

L’Iraq e il nuovo jihadismo

La guerra in Iraq del 2003 fu un altro punto di svolta. È fondamentale ricordare che il regime di Saddam Hussein non fu responsabile degli attentati dell’11 settembre e non è stata dimostrata una sua partecipazione operativa a quegli attacchi. Tuttavia, l’atmosfera politica e securitaria creata dopo l’11 settembre contribuì al contesto nel quale l’amministrazione Bush decise l’intervento in Iraq.

La caduta del regime fu rapida, ma lo smantellamento delle istituzioni statali, la dissoluzione dell’esercito, il conflitto confessionale, la marginalizzazione di settori sunniti e l’ingresso di combattenti stranieri crearono un ambiente favorevole alla crescita del jihadismo.

Qui emerse Abu Musab al-Zarqawi. Il suo gruppo, inizialmente indipendente da al-Qaeda, si chiamava Jama’at al-Tawhid wal-Jihad. Nel 2004 Zarqawi giurò fedeltà a Osama bin Laden e l’organizzazione divenne al-Qaeda in Iraq. Nel 2006 al-Qaeda in Iraq entrò nel Consiglio della Shura dei Mujaheddin. Dopo la morte di Zarqawi, nello stesso anno, fu proclamato lo Stato Islamico dell’Iraq. Nel 2010 Abu Bakr al-Baghdadi ne assunse la guida.

Con la guerra in Siria, al-Baghdadi inviò Abu Mohammad al-Jolani, oggi noto come Ahmad al-Sharaa, per costruire una nuova struttura jihadista sul territorio siriano. Da questa iniziativa nacque Jabhat al-Nusra, apparsa pubblicamente nel 2012. Nel 2013 al-Baghdadi annunciò l’unificazione dello Stato Islamico dell’Iraq e di al-Nusra sotto il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ISIS.

Al-Jolani rifiutò però la fusione e giurò fedeltà direttamente ad Ayman al-Zawahiri. Da quel momento nacquero due percorsi differenti. Da una parte ISIS, che rifiutò l’autorità di al-Qaeda e nel 2014 proclamò il «califfato», assumendo il nome di Stato Islamico. Dall’altra al-Nusra, rimasta legata ad al-Qaeda fino al processo di trasformazione che portò nel 2016 a Jabhat Fatah al-Sham e, nel 2017, alla formazione di Hayat Tahrir al-Sham insieme ad altri gruppi.

Non è quindi corretto dire semplicemente che al-Qaeda «divenne» ISIS. Il percorso fu più complesso: il ramo iracheno di al-Qaeda si trasformò nello Stato Islamico dell’Iraq, da cui si svilupparono sia il progetto che avrebbe prodotto ISIS sia la struttura siriana di al-Nusra, prima della loro rottura.

Un Medio Oriente trasformato

Una delle conseguenze geopolitiche più importanti fu il rafforzamento indiretto dell’Iran. Nel giro di pochi anni gli Stati Uniti eliminarono due avversari strategici di Teheran: il regime talebano ostile in Afghanistan e Saddam Hussein in Iraq. Washington non era intervenuto per rafforzare l’Iran, ma il vuoto di potere iracheno favorì l’espansione dell’influenza iraniana attraverso partiti, milizie e reti politiche, con effetti che si estesero poi alla Siria, al Libano e allo Yemen.

L’esperienza irachena e siriana mostrò anche una lezione fondamentale: il terrorismo cresce soprattutto dove lo Stato collassa. Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e Yemen dimostrarono che le organizzazioni armate prosperano negli spazi lasciati vuoti da istituzioni deboli, conflitti confessionali e assenza di legittimità politica.

Anche l’America cambiò

L’11 settembre trasformò profondamente gli Stati Uniti.

Furono ampliati i poteri dei servizi di intelligence, venne creato il Department of Homeland Security, furono rafforzati i controlli alle frontiere e negli aeroporti e aumentò enormemente la sorveglianza. All’estero apparvero Guantanamo, le prigioni segrete e pratiche di interrogatorio duramente contestate sul piano giuridico e dei diritti umani.

Il terrorismo riuscì così a produrre uno dei suoi effetti più profondi: spingere le democrazie a modificare se stesse in nome della sicurezza.

Anche i musulmani pagarono un prezzo alto. Dopo l’11 settembre crebbero paura, sospetto e islamofobia, mentre le stesse organizzazioni jihadiste sfruttavano quelle reazioni per alimentare la narrativa secondo cui l’Occidente sarebbe ostile all’Islam.

Il costo globale

Le guerre successive all’11 settembre provocarono centinaia di migliaia di morti dirette, milioni di vittime indirette e decine di milioni di sfollati, oltre a costi economici di migliaia di miliardi di dollari.

Non tutte queste conseguenze possono essere attribuite ad al-Qaeda o agli Stati Uniti. Vi contribuirono regimi, milizie, organizzazioni terroristiche, potenze regionali, guerre civili e conflitti confessionali. Ma l’11 settembre fu il momento che aprì questa nuova fase della storia internazionale.

Mentre Washington concentrava enormi risorse sul terrorismo, sull’Afghanistan, sull’Iraq e sul Medio Oriente, la Cina cresceva economicamente e militarmente e la Russia tornava gradualmente a contestare l’ordine internazionale. L’11 settembre non causò l’ascesa della Cina o il ritorno della Russia, ma contribuì a concentrare per quasi due decenni l’attenzione strategica americana su un’altra parte del mondo.

Al-Qaeda ha vinto?

Militarmente e politicamente, no. Gli Stati Uniti non sono crollati, al-Qaeda centrale è stata gravemente indebolita e il «califfato» territoriale di ISIS è stato sconfitto. Ma al-Qaeda riuscì a cambiare il mondo. Con un solo attacco costrinse la principale potenza globale a modificare le proprie priorità strategiche, le proprie leggi, il proprio apparato di sicurezza e la propria presenza militare internazionale.

Ed è forse questa la lezione più importante del terrorismo: un’organizzazione non deve necessariamente sconfiggere militarmente una grande potenza. A volte è sufficiente provocarla e indurla a prendere decisioni che producono conseguenze geopolitiche molto più grandi dell’attacco iniziale.

Quando ripenso a quel giorno davanti alla televisione in Arabia Saudita, ricordo ancora la sensazione di assistere a qualcosa di irreale. Non era un film. Era l’inizio di un quarto di secolo che avrebbe cambiato l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, il Medio Oriente, gli Stati Uniti e l’intero sistema internazionale.

L’11 settembre 2001 al-Qaeda raggiunse il suo punto più alto. Le Torri crollarono. Ma la polvere sollevata quel giorno da New York non rimase a New York.

Si diffuse sul mondo intero, e ancora oggi viviamo una parte delle sue conseguenze.

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