09 Set 2026

Quando il carnefice è trasformato in eroe: il caso Mladić e la sconfitta della memoria

Il funerale di Ratko Mladić ha dimostrato come anche un criminale possa essere trasformato in un simbolo nazionale. Condannato all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra, il generale serbo è stato celebrato da una parte della società come un eroe. Un caso che mostra quanto una sentenza possa essere fragile, di fronte alla costruzione politica del mito

Foto: flickr/UN ICTY - CC BY 2.0

La cosa che più mi ha colpito, osservando il funerale di Ratko Mladić, non è stata soltanto la folla, né le bandiere, né la presenza di esponenti politici, militari e religiosi.

È stato il contrasto.

Ho studiato il caso Mladić, nei corsi di diritto internazionale e di diritto internazionale umanitario, come esempio di criminalità internazionale: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, responsabilità del comandante, processo, condanna, ergastolo. Nei manuali era un criminale condannato. Nelle strade di Belgrado, per una parte della società, appariva invece come un eroe nazionale.

Ed è qui che la teoria si scontra brutalmente con la realtà.

Il diritto alla sepoltura non è il diritto alla glorificazione

Ogni famiglia ha il diritto di seppellire i propri morti. Ma quello di Mladić non è rimasto un lutto privato.

Mladić è morto mentre scontava l’ergastolo dopo essere stato riconosciuto colpevole, tra l’altro, del genocidio di Srebrenica, di persecuzioni, omicidi, deportazioni e della campagna di terrore contro i civili di Sarajevo.

Il problema, quindi, non è la tomba. Il problema è il significato costruito intorno a quella tomba.

Quando compaiono bandiere, simboli militari, rappresentanti pubblici, uomini di religione e migliaia di persone, il funerale smette di appartenere soltanto alla famiglia. Diventa memoria pubblica. Diventa messaggio politico.

Le vittime non sono numeri

A Srebrenica furono uccisi più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi. Molti corpi furono sepolti in fosse comuni. In diversi casi, i resti vennero successivamente spostati in fosse secondarie nel tentativo di occultare le prove.

A Sarajevo, per anni, la popolazione civile visse sotto il tiro dei cecchini e dei bombardamenti. La giustizia internazionale ha accertato una campagna volta a terrorizzare i civili. Dietro questi dati ci sono famiglie: madri che hanno aspettato anni prima di identificare i resti dei propri figli, bambini che non sono tornati a casa, persone che hanno trascorso decenni cercando una tomba.

Che cosa possiamo dire oggi a quelle madri, quando vedono il comandante condannato per quei crimini accompagnato alla sepoltura come una figura simbolica? La giustizia non è soltanto una sentenza. È anche memoria.

Se il tribunale condanna il criminale, ma una parte della società continua a celebrarlo, alla vittima arriva un messaggio devastante: la legge ha condannato chi ti ha fatto questo, ma noi continuiamo a considerarlo un eroe.

Come può un criminale di guerra diventare un eroe?

Succede quando il nazionalismo smette di essere amore per il proprio popolo e diventa giustificazione di tutto ciò che viene commesso in suo nome. L’omicidio diventa “difesa”. La deportazione diventa “sicurezza”. La pulizia etnica diventa “necessità”. Il criminale diventa “comandante”.

Naturalmente sarebbe sbagliato accusare un intero popolo. In Serbia esistono voci civili, giornalistiche e politiche che hanno rifiutato il negazionismo e la glorificazione dei crimini. Il vero problema nasce quando la domanda “chi era?” diventa più importante della domanda “che cosa ha fatto?”.

E gli uomini di religione?

Qui la questione diventa anche morale. Pregare per un morto appartiene alla fede. Glorificarlo è un’altra cosa. Che cosa diranno alla propria coscienza, e a Dio nel giorno del giudizio, gli uomini di religione che hanno contribuito a trasformare in simbolo un uomo condannato per genocidio e crimini contro l’umanità?

La misericordia non cancella la responsabilità. La preghiera non cancella le vittime. Quando il rito religioso diventa uno strumento per ripulire la memoria politica di un uomo, il problema non è più liturgico. È etico.

Il politico può nascondersi dietro l’interesse. Il militare dietro gli ordini. Il nazionalista dietro la bandiera. Ma l’uomo di religione che parla in nome di Dio, dietro quale bandiera potrà nascondersi?

Che cosa impara un ragazzo guardando quelle immagini?

Un giovane che vede migliaia di persone, bandiere, uniformi e leader religiosi non leggerà immediatamente migliaia di pagine di sentenze internazionali.

E l’immagine dirà: quest’uomo era importante. Quest’uomo era amato. Quest’uomo era un eroe. Così l’immagine può diventare più forte del documento. La cerimonia più forte della sentenza. Il mito più forte della storia.

Il messaggio è forse: commetti un massacro e morirai da eroe?

Giuridicamente, no. Una folla non annulla una condanna. Una bandiera non cancella un genocidio. Un funerale non assolve nessuno. Ma sul piano politico e morale il rischio esiste.

Il messaggio che può arrivare al fanatico di domani è terribile: se commetti il crimine in nome della tua comunità, forse sarai condannato dalla giustizia, ma un giorno potresti essere riaccolto dalla tua gente come un eroe.

Ed è così che le violenze future trovano terreno fertile. Prima delle armi arrivano le parole, la giustificazione, la mitologia, l’idea che la vita dell’“altro” valga meno.

Oggi Mladić. E domani?

Il problema non riguarda soltanto la Serbia. Se accettiamo che ogni popolo possa riscrivere la storia del proprio criminale dopo la sua morte, allora chi celebreremo domani?

Ci diranno che Ali Khamenei non è stato il vertice di un sistema repressivo, ma soltanto “il leader che ha difeso l’Iran”? Ci diranno che Bashar al-Assad non è stato il capo di un sistema segnato da repressione, torture, detenzioni e distruzione, ma “il presidente che ha difeso lo Stato”? E così per molti altri.

Ogni dittatore possiede una narrazione. Ogni criminale di guerra ha una bandiera. Ogni potere trova parole per giustificare la propria violenza. Se accettiamo questa logica, non resteranno più criminali: ogni massacro avrà un “contesto”, ogni carnefice una “causa”, ogni fossa comune una “necessità”.

Non lasciamo che il funerale sconfigga il tribunale

Ratko Mladić è morto. Ma la battaglia sulla sua memoria è appena cominciata.

Un tribunale può condannare un uomo. Non può, da solo, impedire a una società di trasformarlo in mito. Per questo la giustizia non è soltanto un’aula giudiziaria. È scuola. È storia. È giornalismo. È responsabilità politica. È parola religiosa. Ed è il coraggio di dire che un criminale resta un criminale anche quando appartiene al nostro popolo, alla nostra religione, al nostro esercito o alla nostra parte politica.

Se oggi rifiutiamo la glorificazione di Ratko Mladić, dobbiamo avere lo stesso coraggio domani davanti a Khamenei, Bashar al-Assad o qualunque altro dittatore o criminale di guerra. Altrimenti non stiamo difendendo la giustizia. Stiamo soltanto difendendo il diritto di ogni comunità a scegliere il proprio carnefice e chiamarlo eroe.

condividi su