La crisi della sinistra europea: un’Europa unita dall’economia, divisa da politiche nazionali

Da Gramsci al populismo: perché la sinistra non è riuscita a trasformare l’«idea d’Europa» in un progetto europeo di lotta politica e sociale?

foto: PES CC BY-NC-SA 4.0

La crisi della sinistra europea di oggi non è semplicemente una crisi elettorale, fatta di elezioni perse qua o di governi abbandonati là. E non si tratta nemmeno soltanto del fatto che l’estrema destra sia diventata più capace di parlare agli elettori o che la società europea si sia improvvisamente spostata verso posizioni più conservatrici. La crisi è più profonda: è una crisi di funzione storica, di linguaggio, di organizzazione e di immaginazione politica.

La sinistra, che storicamente era nata anche con la pretesa di comprendere le trasformazioni sociali prima degli altri e di tradurle in rivendicazioni, organizzazione e progetto politico, sembra oggi, in ampie parti d’Europa, continuare a leggere la società con strumenti appartenenti a una società che non esiste più nelle stesse forme.

L’operaio industriale, che occupava il centro dell’immaginario socialista, non è scomparso, ma non rappresenta più da solo il centro del mondo del lavoro. Accanto a lui oggi troviamo il lavoratore delle piattaforme digitali, il precario, il migrante, l’infermiere, il rider, il lavoratore autonomo, l’impiegato che teme di essere sostituito da un algoritmo, il giovane laureato che lavora ma non riesce ad acquistare una casa e la famiglia per la quale l’affitto e l’energia assorbono una quota sempre maggiore del reddito.

I rapporti di Eurofound confermano che negli ultimi anni il costo della vita e dell’abitazione è rimasto tra i fattori principali che determinano l’esperienza quotidiana di milioni di europei, insieme ai salari, alla qualità del lavoro, alle disuguaglianze e alla fiducia nelle istituzioni.

È proprio qui che emerge il paradosso: la materia sociale sulla quale la sinistra potrebbe costruire un nuovo progetto esiste, ma il progetto stesso è assente oppure frammentato.

Il problema non è l’assenza della sinistra, ma l’assenza di una «sinistra europea»

Sarebbe sbagliato affermare che la sinistra sia scomparsa dall’Europa. Esistono partiti socialisti e socialdemocratici, verdi, sinistre radicali, movimenti sindacali, sociali, femministi, ecologisti e giovanili ancora rilevanti. Ma la domanda fondamentale è un’altra: esiste davvero una sinistra europea nel significato politico pieno del termine?

Le elezioni del Parlamento europeo del 2024 offrono un’immagine significativa di questa frammentazione. I Socialisti e Democratici, S&D, hanno ottenuto 136 seggi, i Verdi 53 e il gruppo The Left 46, mentre le forze conservatrici, nazionaliste e di destra si sono distribuite tra diversi grandi gruppi parlamentari.

Il problema, quindi, non è soltanto aritmetico.

Esiste una sinistra francese, tedesca, italiana, spagnola, greca e scandinava, ma rimane difficile individuare un progetto sociale europeo unitario capace di parlare al lavoratore francese, tedesco, polacco, italiano e spagnolo come a soggetti portatori di interessi politici comuni all’interno di uno stesso spazio economico.

Ed è qui che si manifesta uno dei più grandi paradossi storici.

Il capitale è diventato europeo e transnazionale. Le catene produttive sono europee e globali. Le banche, i mercati e gli investimenti attraversano i confini. Le regole commerciali, monetarie e finanziarie vengono elaborate in larga misura all’interno di istituzioni europee comuni.

Ma la protesta sociale rimane ancora, in buona parte, nazionale.

In altre parole, l’economia è diventata europea, mentre gran parte della sinistra è rimasta nazionale.

L’Europa che la sinistra non ha saputo trasformare in una questione di classe

L’idea dell’Unione europea avrebbe potuto rappresentare per la sinistra la più grande opportunità politica dalla costruzione dello Stato sociale nel secondo dopoguerra.

Non soltanto l’Europa del mercato, ma l’Europa sociale.

La questione avrebbe potuto essere posta con estrema semplicità:

Se le imprese possono spostarsi liberamente da un Paese all’altro, perché anche i diritti dei lavoratori non dovrebbero diventare europei?

Se il capitale attraversa liberamente i confini, perché le garanzie salariali non dovrebbero seguirlo?

Se esiste un mercato unico europeo, perché non dovrebbe esistere anche una soglia sociale europea capace di proteggere le persone all’interno di quel mercato?

Sono stati compiuti alcuni tentativi in questa direzione, come la direttiva europea sui salari minimi adeguati e sul rafforzamento della contrattazione collettiva, considerata dall’European Trade Union Institute, ETUI, un passo importante verso il rafforzamento della dimensione sociale dell’Unione, anche se la sua efficacia rimane fortemente collegata all’attuazione a livello nazionale.

Ma ciò che avrebbe dovuto trasformarsi in un grande progetto politico e mobilitante è rimasto spesso confinato alla dimensione legislativa e tecnica.

La sinistra avrebbe dovuto dire al cittadino europeo: l’Europa non è soltanto l’euro, la Banca centrale, il mercato unico e la libera circolazione delle merci e dei capitali. L’Europa deve significare anche diritto alla casa, al lavoro, a un salario dignitoso, all’istruzione, alla sanità, alla pensione e alla protezione rispetto all’economia delle piattaforme e a una trasformazione digitale priva di regole.

In altre parole, trasformare la cittadinanza europea da concetto prevalentemente giuridico in una vera cittadinanza sociale. Questo non è avvenuto in misura sufficiente.

La destra ha interpretato l’Europa in modo diverso

Il paradosso è che la destra populista ha compreso qualcosa che la sinistra non sempre ha saputo comprendere: le persone non vivono dentro le teorie, ma dentro le proprie paure quotidiane.

Quando un cittadino teme di perdere il lavoro, vede aumentare l’affitto, assiste al deterioramento della propria città e dei servizi pubblici, è preoccupato dall’immigrazione non regolata, dalla criminalità o dalla competizione per risorse limitate, non basta dirgli che il PIL è cresciuto o che il mercato europeo è diventato più competitivo.

Vuole una risposta a una domanda molto semplice: Che cosa significa tutto questo per me?

La destra populista ha fornito una risposta, anche quando quella risposta era semplicistica o fuorviante: il problema è l’immigrato. Il problema è Bruxelles. Il problema è la globalizzazione. Il problema sono le élite. Il problema sono le frontiere aperte.

La sinistra, invece, ha spesso offerto ai cittadini un linguaggio interpretativo e morale, più che un programma materiale capace di incidere sulla vita quotidiana. È qui che comincia la sconfitta politica.

Perché in politica non vince sempre chi possiede l’interpretazione più precisa, ma chi riesce a trasformare l’ansia sociale in una narrazione politica all’interno della quale le persone comprendono quale sia il proprio posto.

Palestina: una causa giusta o un sostituto della politica europea?

Qui emerge una questione particolarmente delicata: la Palestina.

Difendere i diritti dei palestinesi, respingere l’uccisione dei civili e chiedere il rispetto del diritto internazionale non sono cause della crisi della sinistra europea. È del tutto naturale che la guerra, l’occupazione e i diritti umani costituiscano una parte del suo programma politico e morale.

Il problema nasce quando una questione internazionale, Palestina o qualsiasi altra, diventa un sostituto psicologico e politico dell’incapacità di produrre un programma interno.

Quando un partito di sinistra riesce a mobilitare migliaia di persone per Gaza, ma non riesce a sviluppare la stessa forza politica e mobilitante sulla crisi degli alloggi, sui salari, sulle condizioni di lavoro, sul futuro delle pensioni o sul potere monopolistico delle grandi società tecnologiche, esiste un problema nella gerarchia delle sue funzioni politiche.

La domanda non dovrebbe essere: perché la sinistra si occupa della Palestina?

La domanda dovrebbe essere: Perché non riesce a trasformare la casa, il salario, il lavoro, la sanità, l’istruzione, le pensioni e la trasformazione digitale in temi di mobilitazione con la stessa intensità politica e morale?

La solidarietà internazionale ha sempre fatto parte della tradizione della sinistra. Ma l’internazionalismo di Marx non rappresentava una fuga dai problemi del lavoratore del proprio Paese; era un tentativo di collegare i lavoratori al di là delle frontiere.

Nel pensiero autenticamente internazionalista della sinistra, dunque, la strada verso la Palestina non dovrebbe passare a discapito del lavoratore europeo, ma attraverso un unico concetto di giustizia capace di comprendere entrambi.

Il populismo di sinistra: imitare l’avversario invece di sconfiggerlo

Di fronte all’ascesa della destra populista, una parte della sinistra ha ceduto a una tentazione pericolosa: se il nostro avversario vince attraverso il populismo, costruiamo un populismo nostro. È comparso così un linguaggio che tende a dividere facilmente il mondo tra il popolo e le élite, gli oppressi e l’establishment, il bene e il male.

Ma quando la sinistra imita la destra nei suoi strumenti perde una delle sue funzioni storiche fondamentali: trasformare la rabbia in coscienza politica, non trasformare la rabbia stessa in un programma.

Il populismo può produrre una mobilitazione rapida, ma non produce necessariamente istituzioni capaci di governare.

Ed è qui che arriviamo a Gramsci.

Perché la sinistra non riesce a produrre un nuovo Antonio Gramsci?

La domanda non significa cercare un nuovo filosofo italiano identico a Gramsci per stile, biografia o linguaggio.

Gramsci rimane fondamentale perché il suo progetto intellettuale poneva una domanda che resta centrale: come può una classe o una forza sociale diventare capace di dirigere intellettualmente e moralmente la società prima ancora di governarla politicamente? È questo il significato profondo del concetto gramsciano di egemonia culturale e politica.

Il problema contemporaneo è che una parte della sinistra europea ha perso la capacità di produrre questa egemonia.

L’intellettuale organico dei partiti si è indebolito, il partito di massa si è ridimensionato, la stampa di partito ha perso centralità e i sindacati hanno perso una parte della loro forza sociale, mentre la produzione della coscienza e dell’immaginario collettivo si è trasferita verso televisioni, piattaforme digitali, algoritmi e influencer.

Ma il problema più grave è che la sinistra non ha ancora costruito una teoria politica complessiva della nuova società.

Chi è il lavoratore nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Che cosa significa sfruttamento quando il lavoratore appare formalmente autonomo ma dipende da un’applicazione? Chi possiede i dati prodotti quotidianamente dai cittadini? I dati rappresentano una nuova forma di proprietà? Come devono essere distribuiti i profitti derivanti dall’automazione? Chi deve sostenere il costo della transizione ecologica? Deve essere il lavoratore a pagare il prezzo del salvataggio del clima mentre le grandi imprese continuano a generare profitti?

Queste domande avrebbero potuto costituire la materia di un nuovo progetto gramsciano.

Dalla fabbrica ad Amazon, Uber e all’intelligenza artificiale

Il marxismo classico interpretava la fabbrica come il luogo in cui le relazioni di produzione raggiungevano la loro massima concentrazione. Ma oggi la fabbrica può essere anche uno smartphone.

Il lavoratore aspetta che un algoritmo gli assegni il prossimo ordine. L’autista non sa perché il proprio punteggio sia diminuito. L’impiegato non sa se il proprio posto di lavoro scomparirà dopo l’introduzione di un sistema di intelligenza artificiale. Il lavoratore autonomo può apparire formalmente indipendente, ma essere in realtà economicamente subordinato a una piattaforma sulle cui regole non ha alcun potere.

Questo non significa la fine del conflitto sociale. Significa la trasformazione della sua forma. Eppure una parte della sinistra continua a cercare il proletariato esattamente nel luogo in cui lo avevano lasciato i libri del XIX secolo.

La casa è la fabbrica del XXI secolo

La crisi abitativa rappresenta forse l’esempio più evidente.

Le ricerche di Eurofound mostrano come la crisi dell’alloggio ritardi per molti giovani europei il raggiungimento dell’autonomia e contribuisca ad approfondire alcune forme di disuguaglianza sociale, mentre gli affittuari sono particolarmente esposti alle conseguenze dell’aumento dei costi abitativi.

Qui esiste una gigantesca questione di sinistra: Chi possiede la città? La città è un luogo in cui vivere oppure un bene finanziario? Perché un fondo d’investimento può acquistare migliaia di appartamenti mentre un giovane che lavora a tempo pieno non riesce nemmeno ad affittarne uno? Come sono diventati il terreno, l’immobile e l’abitazione strumenti di accumulazione della ricchezza?

Sono domande che riguardano direttamente la proprietà, la distribuzione e le classi sociali. Eppure, nella maggior parte dell’Europa, la casa non è ancora diventata ciò che la fabbrica rappresentava nel vecchio immaginario della sinistra: il luogo centrale del conflitto sociale.

Sinistra e immigrazione: il vuoto riempito dalla destra

Esiste poi un’altra questione che la sinistra ha lasciato per troppo tempo alla destra: l’immigrazione.

Una parte della sinistra teme persino di discuterne per paura di essere accusata di razzismo, mentre la destra la presenta come la causa di quasi tutti i problemi sociali. Entrambe le posizioni sono insufficienti.

È possibile difendere la dignità dei rifugiati e i diritti dei migranti e, nello stesso tempo, riconoscere che l’immigrazione richiede politiche, regole, frontiere, integrazione e una distribuzione equa delle responsabilità tra Stati e territori.

Anzi, una posizione autenticamente di sinistra dovrebbe essere particolarmente rigorosa nei confronti dello sfruttamento dei migranti. Perché l’esistenza di lavoratori privi di adeguata protezione giuridica o costretti ad accettare salari molto bassi non danneggia soltanto il migrante, ma esercita una pressione verso il basso sulle condizioni di lavoro di tutti.

Il conflitto fondamentale, quindi, non è tra il lavoratore europeo e il lavoratore migrante, ma tra entrambi e un modello economico capace di beneficiare della loro divisione. Una simile impostazione avrebbe potuto sottrarre il tema dell’immigrazione al populismo di destra e riportarlo nell’ambito dell’economia politica.

La crisi della sinistra è anche una crisi di organizzazione

Esiste un’altra causa, ancora più strutturale.

Il capitale europeo è in grado di organizzare i propri interessi a livello continentale, mentre il lavoro continua a essere organizzato in larga misura all’interno dei confini nazionali. Il tedesco negozia in Germania. L’italiano in Italia. Il francese in Francia. Il polacco in Polonia.

Ma le decisioni di investimento e di produzione, le catene di fornitura e i flussi finanziari superano quei confini. Nasce così una disuguaglianza nello stesso livello di organizzazione.

Il capitale pensa in termini continentali e globali. La sinistra continua troppo spesso a pensare in termini nazionali.

Ed è qui che lo slogan «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!» assume il carattere di un doloroso paradosso: forse l’Europa rappresentava il primo spazio al mondo nel quale la sinistra avrebbe potuto trasformarlo da slogan in un sistema di istituzioni politiche reali, ma non lo ha fatto in misura sufficiente.

Quale programma europeo avrebbe potuto produrre la sinistra?

Non è necessario creare un partito comunista europeo centralizzato, né cancellare le specificità nazionali. Ciò che serve è costruire uno spazio sociale europeo capace di affiancarsi e di controbilanciare il mercato europeo.

Un progetto in grado di collegare il cittadino all’idea d’Europa attraverso interessi concreti: standard più convergenti in materia di salari e protezione sociale; grandi investimenti europei nell’edilizia sociale e accessibile; protezione dei lavoratori dell’economia delle piattaforme; diritti precisi di fronte all’intelligenza artificiale e all’automazione; lotta all’evasione e all’elusione fiscale e allo spostamento artificiale dei profitti; strumenti fiscali più efficaci sulle grandi ricchezze e sui monopoli; investimenti pubblici comuni in energia, trasporti, istruzione e sanità; rafforzamento della contrattazione collettiva e del coordinamento sindacale oltre i confini nazionali.

La sinistra potrebbe allora dire al lavoratore polacco: «non prometto che domani il tuo salario sarà identico a quello di un lavoratore tedesco, ma voglio costruire meccanismi capaci di fare della convergenza tra voi un obiettivo politico europeo». E al lavoratore tedesco: «l’aumento del salario del lavoratore polacco non rappresenta una minaccia per te; al contrario, impedisce alle imprese di utilizzare il differenziale salariale per esercitare pressione sul tuo salario.

Questa è l’internazionale quando smette di essere una poesia e diventa politica pubblica.

Perché vince la destra?

Perché la destra nazionalista offre un’identità chiara: «Noi». La sinistra, invece, non sembra sempre sapere chi faccia parte del proprio «noi». I lavoratori? La classe media? I migranti? Le minoranze? I giovani? Gli ambientalisti? Gli impiegati? Gli abitanti delle città?

In realtà, tutti questi gruppi potrebbero formare un unico blocco sociale, ma ciò richiede un progetto capace di collegarne gli interessi, non semplicemente di sommare le loro rivendicazioni all’interno di un lungo programma elettorale.

Ed è qui che ritorna Gramsci. Un blocco storico non nasce semplicemente perché gruppi diversi sono vittime di ingiustizia. Nasce quando una forza politica riesce a fare in modo che quei gruppi riconoscano i propri interessi differenti all’interno di una narrazione comune della società che vogliono costruire. È precisamente questo che manca oggi alla sinistra europea.

Tra il passato e la frammentazione

Il grande paradosso è che la sinistra, che fu tra le prime forze politiche a comprendere il carattere internazionale del capitale, oggi appare meno capace del capitale stesso di organizzarsi internazionalmente.

Parla di internazionalismo ma rimane frammentata su base nazionale. Parla dei lavoratori mentre la struttura del lavoro cambia più rapidamente del suo linguaggio. Difende il migrante ma non sempre propone una politica migratoria capace di convincere contemporaneamente il lavoratore locale e quello immigrato. Difende l’ambiente, ma non risponde sempre in modo chiaro alla domanda fondamentale: chi pagherà il costo della transizione ecologica? Difende la Palestina, ma non sempre riesce a trasformare la crisi degli alloggi di Parigi, Berlino o Milano in una questione politica dotata della stessa capacità di mobilitazione.

Parla dell’Europa senza averla ancora trasformata in una patria sociale della lotta politica.

È questo il cuore della crisi.

L’Europa ha bisogno di un nuovo Gramsci, non di una nuova statua di Gramsci

Il nuovo Gramsci non deve necessariamente essere una singola persona. Potrebbe essere una nuova generazione intellettuale e politica capace di comprendere l’economia dei dati, l’intelligenza artificiale, le piattaforme, la casa, l’immigrazione, il clima, la demografia e il ridimensionamento dello Stato sociale, e poi di riunire questi elementi in una teoria politica comprensibile.

Non si tratta di tornare a Marx o a Gramsci, considerandoli testi sacri. Si tratta di fare ciò che essi fecero nel proprio tempo: leggere il nostro tempo.

Marx non fu grande perché custodì il passato, ma perché tentò di interpretare il capitalismo che si stava formando davanti ai suoi occhi. Gramsci non divenne Gramsci perché ripeté Marx, ma perché si domandò perché la rivoluzione non fosse avvenuta secondo le  previsioni di alcuni marxisti e come la cultura, le istituzioni e la società civile potessero produrre consenso ed egemonia.

Se Gramsci vivesse oggi, probabilmente non partirebbe soltanto dalla fabbrica. Guarderebbe allo smartphone. All’algoritmo. Ai prezzi degli affitti. All’immigrazione. Alla crisi della classe media. Ai social network. Alla paura della perdita di status sociale. E all’Europa stessa come nuovo spazio della battaglia per l’egemonia.

Da qui potrebbe iniziare la costruzione di una nuova sinistra europea: smettendo di scegliere tra il passato e il populismo, tra il lavoratore e il migrante, tra giustizia sociale e ambiente, tra identità nazionale ed Europa, tra i diritti degli europei e quelli dei palestinesi. E costruendo, invece, una formula più ambiziosa: un’Europa socialmente democratica al proprio interno, politicamente autonoma, giusta nella distribuzione della ricchezza, umana nei confronti dell’esterno e capace di proteggere i propri cittadini affinché il mercato non si trasformi da strumento al loro servizio in una forza che governa le loro vite.

La crisi della sinistra europea, in definitiva, non consiste nel fatto che abbia perso alcune elezioni. La sua crisi consiste nell’avere perso la capacità di convincere milioni di europei che il futuro da essa proposto sia migliore del passato che temono di perdere. E quando la sinistra non riesce più a costruire un’immagine del futuro, avanza la destra per vendere agli elettori un’immagine idealizzata del passato.

Questa è forse la vera battaglia intellettuale dell’Europa contemporanea: non soltanto chi governerà l’Europa, ma chi riuscirà a dare agli europei un nuovo significato politico e sociale dell’idea stessa di Europa.

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