Una data storica, per il nostro Paese. È il 2 giugno del 1946, ottant’anni fa, di cui oggi stiamo ricordando l’anniversario che ha portato italiani e italiane a scegliere la Repubblica e a darsi un’assemblea costituente, che avrebbe poi consegnato alla comunità democratica che stava nascendo (dopo la tragedia del nazi-fascismo) una magna carta costitutiva.
Ma già alcuni mesi prima di quel giugno i cittadini e le cittadine italiane erano stati chiamati ad eleggere i propri consiglieri comunali, per le istituzioni che si stavano ricostruendo dopo la dittatura. Le prime elezioni si tennero il 10 marzo 1946 in 4.719 Comuni, e poi il 24 marzo e 7 aprile 1946 votarono anche altri Comuni. Fra le macerie e con mille problemi di fame ed esigenze primarie, uomini e donne si recarono alle urne per scegliere i propri rappresentanti in piccole e medie comunità.
Di questi momenti emozionanti e innovativi parla un bel libro della storica Patrizia Gabrielli, dal titolo Il Comune alle donne. Le dodici sindache del 1946 (Affinità elettive, 2021). Poche, pochissime, rispetto a una tradizione che stava rendendo finalmente piena (con due leggi successive, sempre troppa fatica per concedere alle donne un diritto elementare, prima di elettorato attivo e solo dopo di elettorato passivo!) la democrazia.
Eppure erano in tanti a opporsi al voto alle donne, non ritenute in grado – per cultura, tradizione, compiti sociali e persino presunti “limiti biologici” – di scegliere correttamente. «Per quanto numerose fossero le difficoltà e i disagi in un territorio colpito dalla guerra, tra il 1945 e il 1946, si sviluppa un ampio dibattito sulla formazione dell’elettrice, si sperimentano forme e canali di comunicazione, si attiva un’opera capillare di pedagogia politica», scrive Gabrielli.
“Entrerà con le donne una ventata di sano buonsenso”
Molte associazioni femminili (prima vietate dal regime fascista) di sinistra, laiche e (tante) cattoliche, si organizzarono per far capire alle donne (e soprattutto ai loro padri e mariti) quanto fosse importante quest’occasione. In uno dei volantini distribuiti dall’Udi (Unione donne italiane) si leggeva: «Non si tratta semplicemente di dare all’Italia molti milioni di nuovi elettori, si tratta di una scelta vastissima di nuovi dirigenti i quali, particolarmente per quanto concerne i problemi della vita cittadina, della vita locale, hanno il vantaggio di conoscere, sentire direttamente i bisogni immediati dei singoli e della famiglia. Una ventata di sano buonsenso entrerà senza dubbio nella vita politica e nella vita amministrativa entreranno con le donne un maggior spirito di concretezza e di maggior senso pratico nelle amministrazioni comunali e provinciali. Le donne porteranno inoltre senza dubbio un criterio (più) rigoroso di economia ed una grande elementare onestà».
Le dodici sono di diversa estrazione sociale e culturale (cattoliche o di matrice social-comunista) che diffidavano di essere elette, ma non temevano la politica, erano del Nord, del Centro o del Sud Italia (della sperduta Calabria bene tre!)
Ines Nervi Carratelli (San Pietro in Amantea, Cs); Elisa Carloni (Castiglion Fibocchi, Arezzo); Caterina Tufarelli Palumbo (San Sosti, Tropea); Ottavia Fontana (Veronella, Verona); Giovanna Bartoli (Borutta in provincia di Sassari); Ada Natali (Massa Fermana, Ascoli Piceno); Elsa Damiani Prampolini (Spello, Perugia); Anna Montiroli (Roccantica, Rieti); Alda Arisi (Borgosatollo, Cremona); Margherita Sanna (Orune, Nuoro); Lydia Toraldo Serra (Cosenza); Elena Tosetti (Fanano, Modena).
In realtà, come si sa, solo da pochi anni si è introdotta in Italia la norma che consente il voto diretto del candidato sindaco/a. Con una differenza di sistema a seconda della popolazione residente chiamata alle urne. In molti casi si votò per eleggere i consiglieri comunali, ci riporta la storica Gabrielli, che poi avrebbero scelto chi nominare primo cittadino/a.
Il rispetto per il luoghi e le persone
Si votò in 5.722 centri. Di quasi 20 milioni di elettori aventi diritto, l’affluenza fu pari all’ 82,3% (16.304.280, quando oggi si parla di crisi…), di cui 7.862.743 uomini e 8.441.537 donne (alla faccia di chi le avrebbe considerate distratte da compiti familiari o disinteressate alla politica.) Scrive Maria Federici sul quotidiano Il Popolo: «la presenza di queste donne: madri, vecchie, suore, operaie e contadine dinanzi ai seggi ove vengono per la prima volta a fare uso del più alto diritto civile, e ad affermare la vera appartenenza al corpo sociale, ha consigliato gli spiriti a un rispetto quasi religioso del luogo e delle persone».
Eppure c’è chi esprime qualche insoddisfazione, perché si aspettava di più. Scrive un’altra dirigente Udi, Rosetta Longo, all’indomani del 2 giugno 1946: «Senza dubbio è da lamentare che troppe poche donne siano state presentate quali candidate e che, non sufficientemente sostenute nella campagna elettorale, non abbiano potuto portare il successo sperato. Quanta incomprensione e diffidenza esiste ancora nei riguardi delle donne». E quanto tempo ancora di cattiva comunicazione dovrà passare, per veder vinte diffidenza e incomprensione…
La testimonianza di Ada Natali
Ma proprio per questo tornano preziose le parole di una delle 12 sindache del 1946, Ada Natali: «Quando dal voto del Consiglio Comunale uscì la mia nomina a sindaco, rimasi sgomenta. Come avrei potuto amministrare io che non avevo la più pallida idea di quello che fosse l’attività di un Comune? Che cosa potevo sapere io del bilancio, delle imposte e delle sovraimposte, della gestione del dazio, di tanti e tanti problemi comunali? Come avrei affrontato le ostilità, i preconcetti, la diffidenza che circondano oggi le donne destinate a incarichi ufficiali un tempo destinati solo a gli uomini. Perché, inoltre, in un piccolo comune il sindaco è un po’ tutto: levatrice, becchino, dottore… e perché il Comune piccolo non può imporsi ma è limitato, ristretto, e allora? Allora ti dirò che una formula l’ho avuta, l’ho adoperata e i risultati buoni li ha dati. Anzitutto ho sempre anteposto gli interessi della comunità, della parte più povera del paese, degli sfruttati, dei disoccupati, non mi sono mai piegata all’opportunismo, ho badato che non ci fosse un solo cittadino che chiedesse un riconoscimento di un diritto, non mi sono fatta intimidire dalle leggi di Scelba, ho cercato di alleviare più che ho potuto le lacrime di chi piangeva poiché conosco fin troppo bene che cosa è il dolore…».
Per chi, come noi qui, è orientato nel suo leggere e scrivere, dalla forza della comunicazione e della comunità, sono parole preziose, che restano solide nonostante siano passati 80 anni.










