14 Lug 2026

La poetica involontaria del non-finito calabrese

Un edificio non finito, un ferro che spunta… e l’occhio del fotografo che ci vede un sogno

Case nude, senza intonaco, senza tetto, da cui spuntano mattoni traforati, pilastri, fili di ferro, balconi aperti e finestre senza infissi. Le abitazioni incompiute che punteggiano il paesaggio della Calabria. Non solo obbrobri edilizi, spiega il fotografo Angelo Maggio, ma monumenti a un sogno deluso

foto: Angelo Maggio, "Cemento Amato" - Taurianova

La fotografia ha da sempre “immortalato” attimi della mia vita. Mio padre, fotoamatore che mi ha lasciato un copioso archivio e molte attrezzature, mi scattò la prima foto che non avevo nemmeno compiuto un giorno di vita. Il negativo con le foto del mio battesimo, che fu celebrato in ospedale, contiene anche la foto di gruppo delle infermiere che quel giorno erano di turno.

Dalle foto scattate da mio padre si passò alle foto scattate da me alle gite scolastiche con una Kodak 77 con rullino 126 e il passaggio alla reflex fu naturale. Nel 1985 arrivò il diploma di geometra e visto che non c’era la voglia di studiare iniziai a frequentare uno studio tecnico.

Il sogno di una casa

Ma il 1985 fu un anno importante per l’edilizia in Italia, perché fu l’anno del primo condono edilizio. La fame di abitazioni del boom economico aveva prodotto una quantità di immobili totalmente o in parte abusivi. La legge si proponeva di censire il patrimonio immobiliare italiano e di regolarizzare le opere realizzate entro il 1° ottobre 1983. Una vera manna per i tecnici, che si trovarono un enorme patrimonio immobiliare da rilevare e censire e con un catasto, dove le ricerche si facevano ancora su enormi libroni e le mappe si copiavano da fogli che sembravano mappe del tesoro.

Una delle caratteristiche della legge era che il fabbricato non doveva essere finito, ma bastava ci fossero le pareti e il tetto o il solaio. In pratica il “non finito” era già considerato casa e si dava una speranza a un insieme di mattoni ferro e cemento. Quei rustici inabitabili potevano diventare case con altri sforzi.

Questa prospettiva era l’ennesimo sogno che veniva dato a chi una casa non l’aveva mai avuta e che grazie al boom aveva visto la possibilità di realizzare strutture non solo per la propria abitazione, ma anche per quella dei figli. Questa aspettativa cambiò totalmente la visione di quei manufatti: il condono offriva un’enorme possibilità.

Oggi, a distanza di oltre 40 anni, incrocio ancora fabbricati oggetto di condono edilizio grazie alla legge 47/85, perché molti ancora hanno iter non concluso poiché privi del nulla osta ai sensi del DPR 753/80, quando sono edificati vicino una linea ferroviaria (io sono uno di quei tecnici che in Italia si occupano di valutare la possibilità di mantenere il manufatto in quanto non pericoloso per l’esercizio ferroviario).

Il fatto che i fabbricati non finiti siano entrati nella mia vita procurandomi un reddito, penso abbia notevolmente influenzato il mio modo di guardarli. Quei ferri che spuntano dai solai per me sono diventati elementi di collegamento tra una generazione che aveva sperato di restare e una generazione che aveva deciso di emigrare e di non tornare. Secondo l’Istat, 54 abitazioni su 100 sono oggi abusive e 580 mila disabitate.

Il vero paese

Avere a casa tante attrezzature mi consentì di coltivare la fotografia senza sforzo ed anche con buoni maestri. Nel 1996 un amico mi chiese di accompagnarlo per documentare alcuni riti religiosi che si svolgevano in Calabria; un mondo a me estraneo e quindi particolarmente attraente. Complici alcuni amici, che dagli anni ‘70 fotografavano quei riti, in poco tempo acquisii una buona esperienza che mi portò a partecipare ad alcune ricerche sul campo come fotografo. Nel 2004 il mio amico Ignazio Antonino Buttitta, antropologo siciliano, mi coinvolse nella ricerca sul campo durante la Settimana Santa a San Luca dove, oltre alle foto del rito, scattai una foto che mostrava la statua del Cristo Risorto sullo sfondo di fabbricati non finiti.

La foto era davvero triste, ma quando la mostrai alle persone che nei giorni della festa mi avevano aiutato e sopportato (i fotografi durante i riti sono arroganti e fastidiosi) notai che loro vedevano “il loro Cristo”. Perché non vedevano i fabbricati dietro? Semplice: la foto ritraeva il loro paese, non quello artefatto delle Pro Loco e degli Assessorati al Turismo.

Dal 2004 ad oggi ho continuato a fotografare i riti vedendo i tentativi di sacralizzare i paesi (che oggi tutti chiamano borghi anche se sono disabitati) e provando a descrivere una situazione che per tanti era così naturale da passare inosservata (al punto che alcuni politici hanno utilizzato i fabbricati non finiti per affiggere i loro manifesti elettorali pieni di speranza e di promesse).

Cosa c’è dietro un non finito

Ma la mia idea non era quello di mostrare dei freaks in cemento e mattoni, mostrare ad un mondo le “donne barbute” che avrebbero visto in Calabria, bensì di provare, io per primo, a riflettere su un sogno che aveva drenato energie e risorse ai calabresi. La cosa assurda è che negli anni diverse persone si sono interessate al mio lavoro ed ogni volta la frase che mi sono sentito dire è stata «mi hai fatto riflettere su una cosa che io vedevo come un banale abuso».

Associare un fabbricato non finito all’abuso, vuol dire non vedere le aspettative di tante famiglie, che con enormi sacrifici hanno provato a dare ai propri figli quella possibilità che a loro è mancata. A volte immagino cosa sarebbe accaduto se i soldi spesi per realizzare fabbricati oggi vuoti in Calabria fossero stati investiti nei luoghi dove queste persone lavoravano e dove i loro figli oggi sono rimasti. Come i calabresi che non vedono i fabbricati non finiti, anche io mi sono dovuto mitridatizzare alle critiche che accusano le mie foto di mostrare una Calabria non vera e danneggiare l’immagine della mia regione. Ed è divertente mostrare altre mie foto sui riti religiosi, osteggiati quando non sono “turistici”, scatti che mostrano una Calabria sicuramente interessante anche se per tanti rimane quella delle “Indie di quaggiù”, un esotico a chilometro zero.

 


Angelo Maggio, catanzarese, 59 anni, geometra alle Ferrovie della Calabria, che gestisce i binari a scartamento ridotto nelle province di Catanzaro, Cosenza e Reggio, da trent’anni fotografa la sua regione. Ha raccolto oltre 33 mila scatti in analogico e 800 mila in digitale e da venti documenta il non finito.

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