Don Antonio Coluccia è un sacerdote cattolico noto per il suo instancabile impegno pastorale e sociale nelle periferie più difficili di Roma, dove svolge attualmente la sua missione. Da anni è presente nei quartieri segnati da degrado, spaccio e criminalità, come il Quarticciolo, San Basilio, Tor Bella Monaca e Laurentino 38, portando vicinanza concreta ai giovani, alle famiglie e alle persone più fragili.
Attraverso quelli che ama definire “presìdi pastorali”, testimonia il Vangelo con coraggio, affrontando aggressioni, minacce e insulti senza mai rinunciare alla sua missione. Il suo messaggio è chiaro: «Non c’è rischio senza Vangelo, né Vangelo senza rischio». Don Antonio denuncia con forza il potere delle mafie e l’abbandono di molti territori, ricordando che dietro ogni periferia ci sono volti, storie e sogni che meritano dignità e speranza. La sua opera mira a restituire ai giovani la libertà di scegliere il bene e costruire un futuro diverso.
Don Antonio, lei viene spesso definito “prete di strada”. Cosa significa per lei celebrare la messa tra i palazzoni delle periferie piuttosto che in una chiesa tradizionale?
«Significa che l’altare non è di marmo, ma di asfalto. Quando alzo l’ostia davanti a un parcheggio dove due ore prima hanno sparato, il Vangelo smette di essere una teoria. Diventa carne, proprio come duemila anni fa. La periferia non è un luogo geografico: è un’assenza di Stato, di scuola, di lavoro. E lì Dio deve abitare, non nelle sagrestie profumate d’incenso».
C’è stato un momento preciso o un incontro particolare che le ha fatto capire che la sua missione non sarebbe stata “ordinaria”?
«Un ragazzo di quattordici anni, a San Basilio. Reggeva la pistola come altri reggono il cellulare. Gli ho chiesto: “Ma lo sai che puoi morire domani?”. Lui mi ha risposto: “Don Antò, senza la droga muoio già oggi. Qui o fai il pusher o sei la vittima”. In quel momento ho capito che non potevo stare in sacrestia a dire rosari. Dovevo scendere in strada a giocarmi la pelle».
Come riesce a conciliare il messaggio di pace del Vangelo con la durezza e la violenza che incontra ogni giorno?
«Cristo non era uno sprovveduto: ha cacciato i mercanti dal tempio a frustate. La pace non è assenza di conflitto, è giustizia. Se vedo un bambino che diventa schiavo della polvere bianca, urlare è un atto d’amore. La violenza la combatto non con altre armi, ma con la presenza: uno spacciatore sa che io ci sono ogni giorno, alla stessa ora. Quella fedeltà è più forte di una pallottola».
Lei combatte contro quello che definisce il “narcotraffico che schiavizza i giovani”. Qual è l’arma più potente che un sacerdote ha a disposizione contro lo spaccio?
«La relazione. La polizia prende lo spacciatore, io prenderò suo figlio. Lo porto al campo estivo, gli faccio vedere il mare – tanti ragazzi di Tor Bella Monaca non l’hanno mai visto – e gli restituisco dignità. L’arma più potente è dire a un ragazzo: “Tu non sei il tuo errore”. E poi dimostrarglielo ogni giorno, sporcandoti le mani».
Molti ragazzi vedono nei boss dei modelli di successo. Come si scardina questo mito agli occhi di un adolescente di periferia?
«Mostro il conto in banca del boss: non quello in nero, quello umano. Sua madre che piange, i figli che non possono andare a scuola senza scorta, i trent’anni di carcere. E mostro l’alternativa: un ex pusher che oggi fa il pizzaiolo nel nostro laboratorio. Il successo non è il SUV blindato, è addormentarti senza paura che bussino alle 5 del mattino».
Spesso lei usa il megafono per parlare direttamente agli spacciatori. Cosa prova in quei momenti di confronto diretto?
«Paura. Paura vera, quella che ti gela le ossa. Ma poi penso: se taccio, loro vinceranno senza nemmeno sparare. E non posso permetterlo. Quando grido: “Fermatevi, questo non è un mestiere, è una schiavitù”, vedo alcuni che abbassano lo sguardo. Il seme è caduto. Spetterà a Dio farlo germogliare».
Vivere sotto scorta e sotto minaccia costante cambia inevitabilmente la vita. Dove trova la forza quotidiana per non cedere alla paura?
«In una parola: l’Eucaristia. Prima di uscire, passo un’ora davanti al tabernacolo. Non sono eroe: sono un uomo che ha deciso che la paura non può comandare. E poi guardo i ragazzi morti di overdose. Loro non hanno avuto una seconda possibilità. Io non posso rifiutare la mia».
Si è mai sentito abbandonato dalle istituzioni o, al contrario, sente che lo Stato sta facendo abbastanza nelle zone più difficili?
«Ho visto prefetti e poliziotti eroi, gente che lavora 18 ore al giorno. Ma lo Stato è anche quello che chiude le scuole nei quartieri difficili, o che taglia i fondi agli oratori. Non basta mettere telecamere: servono lavoro, formazione, spazi di aggregazione. Altrimenti il vuoto lo riempie la criminalità. Quindi sì: a volte mi sento abbandonato».
Qual è il prezzo più alto che ha dovuto pagare per la sua scelta di campo?
«La solitudine. Non la solitudine fisica – sono attorniato da ragazzi – ma quella esistenziale. Quando muore un ragazzo che hai abbracciato. Quando i preti tuoi confratelli ti dicono “sei troppo estremo”. Quando la domenica le chiese sono mezze vuote e tu in strada litighi con un pusher. Il prezzo è sentirti a volte straniero persino nella tua stessa Chiesa».
Qual è la storia di riscatto di un giovane che le è rimasta più nel cuore?
«Marco. Oggi ha 24 anni, a 17 spacciava a San Basilio. Lo arrestarono. Mia madre lo accolse in casa nostra quando uscì. Non lo voleva nessuno. Ora fa l’animatore con i bambini disabili. Qualche mese fa mi ha detto: “Don Antò, mia madre non mi parlava più. Sua madre mi ha insegnato a pregare”. Ecco, questa è la resurrezione. Non serve un miracolo, serve qualcuno che non ti molla».
Oltre alla repressione e alla presenza della polizia, di cosa hanno davvero bisogno quartieri come San Basilio o Tor Bella Monaca per rinascere?
«Di un’economia pulita. Finché l’unico lavoro che paga è lo spaccio, nessuna retata risolverà nulla. Servono botteghe artigiane, cooperative, centri di formazione. E servono padri. Non assistenti sociali: padri, mamme, adulti che restano. La periferia è piena di bambini, che non hanno mai sentito un adulto dire loro “ti voglio bene”, senza chiedere niente in cambio».
Se dovesse lanciare un appello ai genitori che temono per il futuro dei propri figli in queste zone, cosa direbbe loro?
«Non abbiate paura di gridare. Non abbiate paura di andare a prendere vostro figlio per strada, anche se davanti ai suoi amici. Gridategli: “Tu sei mio figlio, non sarai mai un numero per la criminalità”. I ragazzi nelle periferie muoiono di due cose: droga e assenza di sguardo. Se voi li guardate con amore, anche la piazza più violenta diventa una culla. La speranza non è ingenua: è l’unica cosa che la mafia non può comprare».







