Il concerto di Tor Vergata segna, nel bene (e anche nel male), il punto di massima espansione della musica italiana contemporanea. Non mi interessa idolatrare Ultimo, né criticarlo. Mi interessa comprenderne l’idea artistica — non soltanto musicale — per spiegarmela, così come mi interessa studiare il perché di ogni fenomeno capace di modificare il panorama culturale e musicale che ci avvolge. Una cosa, però, è certa: prima di criticare una teoria bisogna essere in grado di difenderla. L’accusa, da sola, non basta. Se non si è capaci di sostenere la difesa, difficilmente si riuscirà a costruire una critica capace di reggere eventualmente l’offesa.
Tra il 2016 e il 2018 l’Italia vive una frattura sociale sempre più evidente tra il “centro” e la “periferia”.
È in questo vuoto che si inserisce la retorica politica del riscatto degli esclusi. Il Movimento 5 Stelle intercetta quel disagio promettendo una presunta rete di sicurezza economica attraverso il Reddito di Cittadinanza; la Lega di Matteo Salvini offre invece una risposta identitaria alla paura della declassazione sociale. Ultimo nasce esattamente in questo contesto. Se la politica risponde al disagio delle periferie con un sostegno economico, Ultimo risponde con un sostegno emotivo.
Perché “Ultimo”
Già nel 2017, durante un’intervista rilasciata a Red Ronnie sul camper del Fiat Music Studio, Ultimo spiegò l’origine del suo nome d’arte. Alla domanda sul motivo di quella scelta, rispose con parole che, a distanza di anni, avrebbero assunto il valore di una vera e propria dichiarazione d’intenti: «Chi ascolta le mie canzoni deve capire subito a chi sono rivolte, agli ultimi». Il punto d’incontro definitivo tra queste due narrazioni arriva a Sanremo 2019.
Dopo aver vinto tra le Nuove Proposte con Il ballo delle incertezze, Ultimo torna al Festival con I tuoi particolari. Succede l’impensabile: il televoto del pubblico, il “paese reale”, lo premia con oltre il 46% delle preferenze, ma la giuria d’onore e la sala stampa, l'”élite culturale”, ribaltano il verdetto assegnando la vittoria a Mahmood con Soldi. La durissima conferenza stampa di Ultimo, destinata a entrare nella storia del Festival, ricalca la retorica anti-establishment del primo governo populista dell’epoca. Sanremo 2019 diventa così la trasposizione musicale delle elezioni politiche del 2018: da una parte il popolo che spinge in una direzione, dall’altra istituzioni e media che, secondo quella narrazione, cercano di arginarlo.
Da quel Sanremo in poi il successo di Ultimo è un cursus honorum effettivo: Olimpico (2019), fondazione della casa discografica (2020), record di biglietti per il concerto al Colosseo (2021), tour negli stadi (2022), ritorno a Sanremo (2023), tour negli stadi (2024), nuovo tour negli stadi (2025) e Tor Vergata (2026) e tour negli stadi (2027).
L’importanza di riconoscere
C’è un momento in cui la critica smette di leggere un fenomeno e inizia a difendere le proprie categorie. Attorno a Ultimo questo accade spesso: una parte della critica musicale italiana, con una certa dose di ubris (e di chiacchiere da bar, che forse sono persino più comprensibili), continua a trattarne il successo come un’anomalia su cui spettegolare, più che come un linguaggio popolare da comprendere. Eppure, la portata del fenomeno imporrebbe un’analisi bottom-up, capace di partire dal valore emotivo delle canzoni e dal rapporto che esse costruiscono con il pubblico. Invece prevale ancora uno sguardo top-down, che applica categorie precostituite prima ancora di osservare davvero ciò che accade.
L’identificazione collettiva di Tor Vergata non nasce dal mito della perfezione, ma da una spontanea estetica dell’imperfezione. Musicalmente, Ultimo rifiuta la sofisticazione del pop contemporaneo e la logica algoritmica dell’industria (ad aprire il concerto è Fabrizio Moro, un artista che il mercato discografico ha di fatto sepolto), per rifugiarsi in una scrittura classica, costruita intorno al pianoforte e a un canto costantemente sul limite della rottura. Quella che molti definiscono una fragilità tecnica diventa, invece, il fondamento della sua credibilità: per 250.000 persone quel timbro erto e potente restituisce la stessa urgenza emotiva delle loro vite. Tor Vergata diventa così il luogo in cui la vulnerabilità individuale si trasforma in esperienza collettiva. Il pubblico non cerca la sperimentazione, ma il riconoscimento. È in questo patto di autenticità, più che nell’innovazione musicale, che risiede la forza del fenomeno Ultimo.
L’architettura del grande evento si incrina quando Ultimo, con un guizzo, abbandona il palco e si tuffa tra il pubblico, palesemente senza avvisare neppure gli addetti alla sicurezza. Quello lì è proprio l’epifania del Bambino Libero, lo stato dell’Io descritto da Eric Berne nell’ambito della teoria psicologica dell’Analisi Transazionale: la componente più autentica e istintiva della personalità, capace di esprimersi senza il filtro del controllo e delle convenzioni. Alla luce di ciò, ridurre il fenomeno Ultimo a una semplice questione di gusto pop o di isteria collettiva significa fermarsi alla superficie. Il suo successo sembra rispondere, piuttosto, a un bisogno psicologico più profondo: dare voce a una vulnerabilità condivisa, mai così musicalmente rappresentata, fino a oggi, con un’intensità tanto viscerale.
Ma il mito sopravvive
Il tuffo anarchico tra la folla si connette così alla verità di Tor Vergata attraverso due direttrici precise:
- Rottura dello spartito: se la sua musica rifiuta i filtri digitali, il suo corpo libero rifiuta la barriera del palco. Perdersi tra 250.000 persone significa azzerare (quasi) la distanza gerarchica tra idolo e pubblico, trasformando la performance in un rito (quasi) paritario.
- Catarsi speculare: nel momento in cui la telecamera lo perde di vista, l’artista cessa di essere un prodotto da consumare e diventa lo specchio di ciascun fan.
Quella di Ultimo non è una posa artistica, ma un’esigenza comportamentale. Ecco perché la “Favola” si regge su una ragione precisa senza trucco ne inganno: quando tutto sembra marketing, la sincerità appare sospetta. Nell’epoca dei fake abbiamo imparato a smascherare il falso, ma abbiamo dimenticato come riconoscere il vero.
Il parallelismo matematico perfetto è quello di un limite che tende a zero, una curva che si avvicina infinitamente a una linea senza mai toccarla. L’asintoto della prossimità: Ultimo riduce quasi a zero la distanza tra sé e pubblico, ma non la elimina. È in quel margine minimo che sopravvive il mito: abbastanza vicino da sembrare uno di loro, abbastanza distante da continuare a rappresentarli. Per sempre, come qualcosa che continua all’infinito. Come la forma del palco di Tor Vergata: un cerchio aperto sul tempo, un segno che non si chiude davvero.
Tutto torna. I Pianeti, alla fine, sembrano allinearsi.









