I cristiani di Siria si organizzano. Per il bene del Paese

Le comunità cristiane sono parte integrale delle radici culturali e storiche della Siria. Ma sono state decimate dall'ingiustizia, dalla violenza, dalle persecuzioni, dall'emigrazione. Ora è nato il Congresso Cristiano Siriano, per costruire una piattaforma civile per la cittadinanza, lo Stato di diritto e lo Stato civile

foto: Cristiani in Siria, Mario Donadoni, CC BY 3.0

Il cristianesimo in Siria non è un elemento estraneo, né una presenza marginale nella storia del Paese. È una delle stratificazioni più antiche della memoria siriana e una delle componenti più profonde della civiltà del Levante. In questa terra, tra Antiochia, Damasco, Aleppo, la Jazira, l’Eufrate, Hauran, Homs, Maaloula, Saidnaya e Wadi al-Nasara, il cristianesimo non è stato soltanto una fede religiosa, ma anche lingua, cultura, scuole, teologia, arte, architettura e memoria urbana.

A Damasco, la memoria cristiana è legata alla conversione dell’apostolo Paolo. Ad Antiochia, una delle più importanti comunità cristiane delle origini prese forma e da lì il nome “cristiani” entrò nella storia. Nei villaggi, sui monti, nei monasteri e nelle antiche chiese, la lingua aramaica/siriaca, i riti orientali e la pluralità ecclesiale continuano a testimoniare che i cristiani non sono ospiti in Siria, ma parte integrante della sua formazione storica e civile.

Fin dai primi secoli, i cristiani siriani hanno contribuito alla costruzione dell’identità culturale, religiosa e intellettuale del Levante. Le Chiese siriache, greche, armene, maronite, cattoliche, ortodosse ed evangeliche non sono state soltanto luoghi di culto, ma anche centri di istruzione, traduzione, conservazione della lingua, della memoria e del sapere. In molte fasi della storia, i cristiani hanno svolto un ruolo fondamentale nell’amministrazione, nella medicina, nell’istruzione, nella stampa, nel giornalismo e nella rinascita culturale araba moderna.

Una presenza più antica dello Stato

Per questo, parlare dei cristiani di Siria non dovrebbe partire dal fatto che siano una “minoranza” numerica, ma dal fatto che rappresentano una comunità storica, fondatrice della coscienza siriana. L’immagine della Siria non è completa senza di loro.

La presenza cristiana in Siria precede lo Stato moderno e anche gli attuali confini politici. È radicata nelle città, nei villaggi, nelle chiese, nelle lingue e nella memoria popolare. Questa presenza non è stata solo religiosa, ma anche culturale, sociale e nazionale. I cristiani hanno partecipato alla vita pubblica siriana, ai partiti, ai sindacati, alle scuole, alle università, alla medicina, al giornalismo, all’economia e alle arti. Sono stati parte del patriottismo siriano moderno, della lotta contro il colonialismo e della costruzione dello Stato e delle sue istituzioni.

Per questo, ogni arretramento della loro presenza non rappresenta soltanto una perdita per una comunità religiosa, ma una perdita per la memoria, la pluralità e l’equilibrio della Siria stessa.

Dalla convivenza alla paura

Prima del 2011, le stime più diffuse indicavano i cristiani siriani intorno al dieci per cento della popolazione, pur con differenze tra le varie fonti. La guerra siriana ha però cambiato profondamente questa realtà. Anni di violenza, assedi, rapimenti, sfollamenti, crollo economico e ascesa di gruppi estremisti hanno provocato una vasta ondata di emigrazione cristiana. Oggi alcune stime parlano della permanenza nel Paese di poche centinaia di migliaia di cristiani, anche se è difficile stabilire un numero definitivo, a causa degli spostamenti interni, dell’esilio e dei mutamenti territoriali avvenuti durante la guerra.

I cristiani siriani hanno vissuto l’amara esperienza della guerra su più livelli. Nelle aree controllate dal vecchio regime, hanno vissuto sotto un potere securitario che utilizzava il discorso della “protezione delle minoranze” per giustificare l’autoritarismo, senza però concedere loro una vera cittadinanza politica né una reale libertà indipendente. Nelle aree controllate da gruppi estremisti, hanno invece affrontato un pericolo diretto contro la loro esistenza, la loro dignità, il loro culto e le loro proprietà.

Tra questi due estremi, il cristiano siriano è stato spesso un cittadino intrappolato tra un dispotismo che pretendeva di proteggerlo e un estremismo che minacciava la sua stessa sopravvivenza.

I rapimenti, gli attentati, lo sfollamento

Non si può parlare del passaggio dei cristiani siriani dall’emarginazione all’organizzazione, senza fermarsi sulla memoria dolorosa che hanno portato durante gli anni della guerra. Le comunità cristiane siriane hanno sperimentato il significato del pericolo esistenziale non solo attraverso il discorso politico, ma attraverso rapimenti, attentati, sfollamenti e attacchi simbolici e materiali.

Il rapimento dei due vescovi di Aleppo, mons. Yohanna Ibrahim e mons. Boulos Yazigi, nell’aprile del 2013, rimane una delle ferite più profonde nella coscienza cristiana e siriana in generale. Non fu soltanto il rapimento di due uomini di Chiesa, ma il rapimento di due simboli della presenza cristiana orientale, un messaggio diretto alla Chiesa e alla società: la sicurezza storica non era più garantita.

Poi sono arrivati gli attacchi contro le chiese, i quartieri cristiani e le città miste. Chiese sono state bombardate, danneggiate o profanate. Aree cristiane sono state colpite da attentati suicidi e da colpi indiscriminati. Località come Maaloula, Sadad, i villaggi assiri del Khabur, la campagna di Hasaka e Aleppo hanno vissuto esperienze dure di paura, rapimento e sfollamento.

Gli attentati suicidi non sono stati soltanto operazioni militari: sono stati messaggi di terrore volti a colpire l’idea stessa della convivenza, trasformando la chiesa da luogo di preghiera e memoria in bersaglio di morte e intimidazione.

I cristiani di Siria hanno inoltre subito la confisca delle case, il saccheggio dei beni, l’imposizione di tributi, i rapimenti a scopo di riscatto, la minaccia contro il clero, la distruzione dei simboli religiosi e l’espulsione di famiglie dai loro villaggi e quartieri. In alcuni casi, intere aree sono state svuotate dei loro abitanti storici.

Per questo, l’attuale organizzazione dei cristiani siriani non può essere compresa separatamente da questa memoria. Non è un lusso politico, ma un tentativo di trasformare una paura accumulata in una voce civile organizzata che chiede sicurezza, giustizia, verità sul destino dei rapiti, protezione dei luoghi di culto e garanzie per il ritorno degli sfollati alle loro case, alle loro chiese e ai loro villaggi.

La ferita aperta dopo la rivoluzione e la guerra

Non si può negare che la rivoluzione siriana abbia aperto una grande speranza di libertà e dignità. Tuttavia, essa è entrata rapidamente in percorsi di violenza, militarizzazione, interferenze straniere e ascesa di gruppi estremisti. Questo ha fatto sì che ampi settori dei cristiani percepissero che il vecchio Stato era crollato moralmente, ma che lo Stato alternativo non fosse ancora nato in una forma rassicurante.

Da qui è iniziata un’esperienza amara: chiese distrutte, villaggi svuotati, religiosi rapiti, famiglie partite senza ritorno, giovani emigrati perché non vedevano più un futuro, e un’intera memoria sospesa tra nostalgia e paura.

Il problema non era che i cristiani rifiutassero il cambiamento o la libertà, come alcune letture superficiali hanno voluto suggerire. Il problema era che molti di loro non trovavano una garanzia chiara nel nuovo scenario. Vedevano uno Stato autoritario sgretolarsi, ma vedevano anche gruppi armati estremisti, discorsi religiosi chiusi e progetti regionali in lotta sul territorio siriano.

Tra la paura del passato e la paura dell’ignoto, molti hanno scelto l’esilio, il silenzio o il ripiegamento. Non perché fossero fuori dalla Siria, ma perché la Siria stessa sembrava perdere la capacità di proteggere i suoi figli.

I sei cristiani in Parlamento

La formazione del nuovo Parlamento siriano ha mostrato chiaramente il problema della rappresentanza cristiana nella nuova Siria. L’assemblea, prevista con 210 seggi, è rimasta di fatto composta da 207 membri, a causa di tre seggi ancora vacanti nella provincia di Sweida. La sua formazione è avvenuta attraverso un meccanismo indiretto: una parte dei membri è stata scelta da collegi elettorali locali, mentre il presidente Ahmad al-Sharaa ha nominato settanta membri, noti come il “terzo presidenziale”.

Nella prima fase del processo, la rappresentanza cristiana è apparsa molto debole: è stato annunciato che i cristiani avevano ottenuto solo due seggi tra gli eletti, un dato considerato insufficiente rispetto alla loro presenza storica nel Paese. Successivamente, dopo l’annuncio della lista dei membri nominati dal presidente, il numero dei cristiani nell’assemblea è salito, secondo il rapporto di Syria TV, a sei membri.

Si tratta di: May Najeh Khalouf, unica cristiana arrivata attraverso l’elezione nel distretto di Safita, nella provincia di Tartus; e cinque membri nominati: Gabriel Moshe Kourieh, della provincia di Hasaka; Lara Fathi Qudayd, di Aleppo; Nawar Elias Najmeh, di Damasco; Madonna Suhail Bishara, di Latakia; e Suhail Habib al-Fadel, di Mahardah, nella campagna di Hama.

Tuttavia, questo numero non può essere letto come una soluzione definitiva al problema della rappresentanza. Sei membri in un’assemblea di 207 non cancellano il senso diffuso di arretramento politico e demografico tra i cristiani, né rispondono da soli alle questioni della protezione costituzionale, del ritorno degli sfollati, della restituzione delle proprietà, della verità sui rapiti e della presenza cristiana nell’amministrazione, nella magistratura, nell’istruzione e nella vita pubblica.

Inoltre, l’assenza di una banca dati ufficiale che classifichi i membri secondo appartenenze religiose o comunitarie rende alcuni numeri oggetto di divergenza tra le fonti. Alcune piattaforme siriache hanno parlato di cinque cristiani, mentre il rapporto di Syria TV arriva a sei includendo Suhail Habib al-Fadel tra i membri cristiani.

Per questo, la questione non si riduce al numero. Il problema più profondo è che i cristiani siriani, una delle componenti più antiche del Paese, non chiedono una rappresentanza simbolica o decorativa, ma una partecipazione reale alla costruzione della nuova Siria.

Il Congresso Cristiano Siriano: dal timore all’azione

In questo contesto è arrivato, alla fine di giugno 2026, l’annuncio del “Congresso Cristiano Siriano”, come tentativo di organizzare la presenza cristiana siriana all’interno del Paese e nella diaspora. Il documento fondativo lo presenta come un quadro civile, organizzativo, inclusivo e indipendente, sottolineando che l’obiettivo non è creare un’entità religiosa o confessionale, ma costruire una piattaforma civile per la cittadinanza eguale, lo Stato di diritto e lo Stato civile.

Il documento afferma inoltre che la presenza cristiana in Siria non è un raggruppamento temporaneo né una minoranza in cerca di protezione esterna, ma una presenza storica radicata nella terra siriana.

Il sito ufficiale del Congresso lo presenta come una piattaforma civile, che mira a riunire i cristiani siriani nel Paese e nella diaspora, organizzare la loro partecipazione nazionale e difendere una Siria unita e sicura per tutti i suoi cittadini. Tra i fondatori compaiono figure con profili diversi, tra cui Sally Obeid, Ahed al-Hendi, Iyad Herrera, padre Maroun Mikhael Touma e Hisham Shamieh, in un tentativo di mostrare una pluralità politica, civile, ecclesiale e intellettuale all’interno di questa nuova struttura.

L’importanza del Congresso non sta solo nel suo nome, ma nella domanda che pone alla nuova Siria: può una componente storica organizzarsi senza essere accusata di settarismo? Può una comunità impaurita, sfollata e marginalizzata alzare la propria voce dall’interno di un progetto nazionale e non contro di esso? La cittadinanza sarà solo uno slogan astratto o diventerà un sistema reale di garanzie costituzionali, giuridiche e politiche?

Tra l’accusa di settarismo e la necessità di organizzarsi

C’è chi vede nel Congresso Cristiano Siriano un pericolo perché nasce intorno a un’identità religiosa, e teme che possa aprire la strada ad altri “congressi” confessionali, trasformando la Siria in uno Stato di comunità invece che in uno Stato di cittadini. Alcuni articoli critici hanno espresso questa preoccupazione, sostenendo che la difesa dello Stato civile non si concilia facilmente con la costruzione di strutture politiche fondate sull’identità religiosa.

Questa osservazione è seria e non va ignorata, perché tocca il cuore della paura di riprodurre un sistema di quote confessionali che ha distrutto altre esperienze nella regione.

Ma, allo stesso tempo, bisogna riconoscere che l’organizzazione non nasce sempre dal desiderio di isolamento. A volte nasce dalla paura della cancellazione. Quando una componente storica sente che la sua rappresentanza è debole, che la sua emigrazione accelera, che la sua memoria rischia di essere cancellata e che la sua voce non viene ascoltata nella scrittura della Costituzione, delle leggi e delle istituzioni, allora l’organizzazione diventa un tentativo di difendere la cittadinanza, non di uscirne.

Il pericolo non sta nel fatto che i cristiani si organizzino. Il pericolo sta nel fatto che questa organizzazione possa trasformarsi in un’alternativa alla patria comune. Ma se il Congresso diventa un ponte verso uno Stato civile giusto, e non un muro confessionale al suo interno, allora la sua esistenza diventa comprensibile e legittima.

Cosa vogliono i cristiani di Siria?

I cristiani siriani vogliono, nella sostanza, ciò che vogliono tutti i siriani: Stato di diritto, sicurezza, dignità, libertà di culto, uguaglianza davanti alla Costituzione, protezione della proprietà, giustizia transizionale, verità sul destino dei rapiti e dei detenuti, ritorno sicuro degli sfollati e una rappresentanza politica che non li tratti come decorazione.

Non vogliono essere una carta nelle mani di un potere, né un pretesto per l’autoritarismo, né una vittima dell’estremismo, né un titolo usato dall’esterno per intervenire. Vogliono essere siriani pienamente cittadini, non sudditi protetti né minoranza impaurita.

Per questo, il compito più importante del Congresso Cristiano Siriano non dovrebbe essere quello di alimentare il discorso della paura, ma quello di costruire un discorso di partecipazione. La sua forza non dovrebbe consistere soltanto nel parlare a nome dei cristiani, ma nel saper parlare ai musulmani, ai drusi, agli alawiti, ai curdi, agli yazidi e a tutti i siriani con il linguaggio dello Stato, non con il linguaggio della comunità chiusa.

Il cristiano siriano non si salva da solo, così come il musulmano siriano non costruisce da solo uno Stato. Una Siria che espelle la propria diversità, espelle il proprio futuro.

La vera transizione non consiste nel portare i cristiani dal grembo della paura al grembo delle quote confessionali, ma dal principio della protezione al principio della cittadinanza. La protezione li rende dipendenti da chi li protegge; la cittadinanza li rende partner nella protezione dell’intero Paese.

Questa è la prova più grande sia per il Congresso Cristiano Siriano sia per la nuova Siria: trasformare la ferita cristiana in un progetto nazionale e dimostrare che la pluralità non è una debolezza, ma una condizione della sopravvivenza del Paese.

La Siria non è completa senza i suoi cristiani

I cristiani di Siria non sono resti di un passato bello, ma finito. Sono parte di un futuro che non può essere siriano senza di loro. Essi portano una memoria fatta di lingua, preghiere, artigianato, musica, scuole, chiese e città. Ma la memoria da sola non protegge i suoi portatori. Ciò che li protegge è un nuovo patto nazionale, chiaro e giusto, che li renda cittadini e non testimoni della propria scomparsa.

Per questo, il Congresso Cristiano Siriano può essere letto più come un grido organizzato che come un progetto confessionale; come una dichiarazione che il silenzio non basta più. Tuttavia, esso sarà giudicato dalla sua capacità di non rinchiudere i cristiani nella gabbia dell’identità, ma di spingerli al centro della questione nazionale: Stato civile, cittadinanza eguale, giustizia transizionale e rappresentanza reale per tutti i siriani.

Una Siria che perde i suoi cristiani non perde soltanto una comunità religiosa; perde una parte della propria anima storica. E una Siria che restituisce loro sicurezza, dignità e ruolo non concede loro un privilegio, ma recupera una parte di sé stessa. Da qui nasce l’importanza dell’organizzazione: non perché i cristiani si separino dalla loro patria, ma perché vi ritornino con una voce più chiara, un diritto più forte e una partecipazione fondata non sulla paura, ma sulla cittadinanza, sulla giustizia e sull’appartenenza.

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