04 Giu 2026

La lotta per l’identità e l’esistenza in Medio Oriente

Una guida per comprendere in profondità cosa sta accadendo in Medio Oriente oltre il piano militare che vede coinvolti Iran, Israele e Stati Uniti. Uno scontro determinato da diversi interessi, ma che ha al centro un problema di identità nazionali

La guerra che si sta svolgendo oggi in Medio Oriente non è soltanto uno scontro militare misurabile con gli equilibri della forza, né semplicemente un’escalation politica da leggere entro i limiti degli interessi immediati. Nel suo nucleo più profondo, essa rappresenta un momento storico denso, nel quale vengono messe a nudo le strutture profonde, che hanno governato la regione per lungo tempo. Questa guerra rivela che il conflitto in quest’area non si combatte soltanto per i confini, né soltanto per le risorse, ma attorno a una questione molto più profonda e duratura: chi ha il diritto di definire la regione, chi impone la propria narrazione sul suo presente e chi riesce a garantirsi un posto al suo interno come centro di legittimità, potere e significato.

Di conseguenza, questa guerra non può essere compresa correttamente, se non viene letta come estensione di conflitti sull’identità, sulla rappresentanza e sull’esistenza, dove la storia si intreccia con il credo, la memoria si sovrappone all’interesse e l’appartenenza si trasforma da semplice legame culturale o settario in una forza attiva capace di rimodellare sia lo Stato sia la regione. Oggi, con l’allargarsi della guerra tra l’Iran da una parte e Israele e gli Stati Uniti dall’altra, e con i suoi effetti che si estendono al Golfo, al Libano, alla Siria e all’Iraq, diventa chiaro che la questione dell’identità non è più marginale, ma costituisce una delle chiavi principali per comprendere ciò che sta accadendo.

La frattura sunnita-sciita come struttura politica viva

Da questa prospettiva, la divisione tra sunniti e sciiti non può essere considerata semplicemente come il residuo di un’antica disputa settaria, o come una reliquia di un passato religioso ormai concluso, ma piuttosto come una struttura viva che ha continuato a muoversi sotto la superficie della politica e della società, riemergendo ogni volta che l’equilibrio regionale è stato scosso o che le mappe del potere sono state ridisegnate. Questa frattura non è rimasta confinata al dibattito dottrinale o alla divergenza giurisprudenziale; al contrario, è diventata un quadro ampio attraverso cui si comprendono le alleanze, si costruiscono le forme del potere e si formulano narrazioni di vittimizzazione, legittimità, dominio e rappresentanza.

In molti momenti del Medio Oriente contemporaneo, la setta è così diventata non solo un’appartenenza religiosa, ma una definizione dell’identità collettiva e una chiave per comprendere chi detiene il diritto di governare, chi viene escluso e chi emerge come incarnazione di una comunità che sente la propria stessa esistenza messa alla prova.

Iran, Israele e Stati Uniti: uno scontro tra progetti regionali

In questo quadro, la guerra attuale tra Iran, Israele e Stati Uniti appare come una manifestazione particolarmente evidente di questo conflitto complesso. Non si tratta semplicemente di una guerra tra Stati, che si contendono sicurezza o deterrenza, ma di uno scontro tra grandi progetti, ciascuno dei quali cerca di imporre la propria visione della regione. L’Iran non agisce in questa guerra soltanto come uno Stato nazionale che difende i propri confini e i propri interessi, ma come il centro di un asse politico, militare e ideologico transnazionale, che si considera portatore di un progetto regionale con una propria logica, una propria narrazione e proprie estensioni in molteplici teatri.

Israele, da parte sua, non vede l’Iran soltanto come un avversario militare convenzionale, ma come una minaccia composita, che unisce capacità operative, portata simbolica e influenza politica, diventando così un nemico, che tocca la sua esistenza immediata e mina i suoi equilibri strategici. Quanto agli Stati Uniti, la loro presenza in questa equazione non può essere separata dal desiderio di controllare il ritmo della regione e di impedire l’emergere di un nuovo equilibrio che indebolirebbe la loro capacità di dirigere la scena o di regolarne le traiettorie.

La guerra come lotta per la presenza e la centralità regionale

Di conseguenza, il significato della guerra non risiede più soltanto nello scambio di colpi o nella gestione della deterrenza. Esso si estende alla competizione per assicurarsi una presenza nella regione e per imporsi come realtà politica che non può essere aggirata. L’Iran combatte dalla posizione di una potenza che cerca di affermarsi come polo centrale in Medio Oriente, non semplicemente come uno Stato isolato in cerca di protezione per la propria sicurezza. Israele combatte dalla posizione di uno Stato che vede il proprio avversario come una minaccia non solo ai suoi confini, ma alla logica stessa della sua sicurezza, poiché questo ridisegna l’anello strategico che lo circonda tramite reti estese su più fronti.

Tra questi due progetti intervengono gli Stati Uniti, non soltanto per proteggere il loro alleato, ma per impedire che l’ordine regionale cada nelle mani di nuovi equilibri, che ridefinirebbero i suoi centri di gravità.

Il Golfo come cuore dell’equilibrio arabo sunnita

Quando l’escalation raggiunge il Golfo, non siamo di fronte a un semplice allargamento geografico della guerra, ma alla rivelazione della sua vera natura di lotta per il cuore stesso della regione araba. Gli Stati del Golfo non sono soltanto riserve energetiche o corridoi marittimi internazionali; storicamente e politicamente, essi rappresentano alcuni dei più importanti centri di gravità dell’ordine arabo sunnita e uno dei pilastri dell’equilibrio che per lungo tempo si è opposto all’espansione iraniana.

Per questa ragione, l’inclusione del Golfo nell’equazione della minaccia o del bersagliamento conferisce alla guerra una dimensione che va oltre l’economia ed entra nel simbolico, oltrepassa la geografia e tocca il significato. La questione qui non è soltanto chi può colpire una struttura o interrompere un corridoio, ma chi possiede la capacità di scuotere l’intera struttura su cui la regione si è appoggiata per decenni. In questo senso, il Golfo diventa un terreno di prova dell’influenza e uno spazio in cui si incarna il confronto tra un progetto che cerca di preservare la centralità dell’ordine arabo tradizionale e un altro che mira a destabilizzare quel centro e a redistribuire il potere.

Hezbollah e la politicizzazione dell’identità sciita

Al centro di questa scena si colloca Hezbollah, come uno degli esempi più eloquenti della trasformazione dell’identità sciita da semplice posizione sociale o settaria in un progetto di potere pienamente formato. Hezbollah non è più semplicemente un’organizzazione militare libanese; è diventato l’espressione della capacità dell’identità sciita di produrre per sé un’immagine moderna di agency, organizzazione e deterrenza. È riuscito a collegare la memoria religiosa alla mobilitazione politica, a trasformare la narrazione della vittimizzazione in una struttura di resistenza e a fare dell’appartenenza sciita non soltanto un riferimento alla storia, ma una presenza concreta sul terreno nell’equilibrio regionale del potere.

Perciò, il suo ruolo nella guerra attuale non può essere compreso solo in termini di alleanza militare con l’Iran, ma anche in termini di un simbolismo più ampio: il simbolismo del passaggio degli sciiti dai margini dell’ordine regionale al suo centro, e dall’esclusione alla capacità di azione e di influenza.

Di conseguenza, Hezbollah non difende soltanto un alleato regionale; difende anche un intero modello di rappresentanza politica e militare dell’identità sciita. Esso incarna il passaggio di tale identità dal ricordo di una ferita storica a uno strumento di produzione del potere, e da una semplice coscienza della differenza a un progetto capace di imporre la propria presenza nell’equazione regionale. Per questo motivo, la sua esistenza diventa parte della lotta per l’esistenza stessa, perché la questione non è più confinata ai confini dello Stato libanese, ma si collega a un interrogativo più ampio: l’identità politica sciita può affermarsi nella regione come forza organizzata e influente, oppure verrà contenuta e ricacciata ai margini del sistema?

L’Iraq dopo il 2003: la rifondazione sciita del potere

L’Iraq, nel frattempo, rappresenta l’arena in cui queste trasformazioni hanno raggiunto alcune delle loro espressioni più chiare e profonde. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, l’identità sciita non era più semplicemente il segno di una comunità marginalizzata o esclusa; essa è diventata un elemento centrale della rifondazione del potere. Attraverso le autorità religiose, i partiti politici e le fazioni armate, la sfera pubblica irachena è stata rimodellata in modo tale da rendere l’identità sciita una componente essenziale della nuova struttura statale.

Qui non si trattava più di una semplice ascesa politica temporanea, ma di una trasformazione strutturale, che collegava il governo a una narrazione storica, secondo cui ciò che è accaduto dopo il 2003 non sarebbe stato altro che il ripristino di una posizione dalla quale gli sciiti erano stati a lungo privati. Così, l’attore sciita in Iraq non si è più presentato come una forza politica tra le altre, ma come il rappresentante di un percorso correttivo, destinato a riportare la storia sul suo giusto corso.

Gli sciiti iracheni come attore regionale

Da questo punto di vista, gli sciiti iracheni non hanno soltanto contribuito a consolidare l’identità sciita all’interno dello Stato iracheno; hanno anche partecipato alla sua trasformazione in un fattore regionale attivo. Fazioni, partiti e movimenti sciiti non si sono limitati alla gestione del governo; hanno conferito alla loro presenza politica un significato più ampio, connesso alla protezione della comunità, alla difesa del nuovo ordine e al collegamento dell’Iraq a un asse più vasto di appartenenza e destino.

Perciò, il loro coinvolgimento nei momenti di escalation regionale può essere compreso non semplicemente come allineamento alla politica iraniana, ma come espressione di una consapevolezza di sé che vede in gioco non soltanto la posizione dell’Iran, ma il posto politico degli sciiti nell’intera regione.

La Siria come snodo della competizione regionale

Nello stesso quadro, l’arena siriana emerge come un anello di grande importanza in questa lotta per l’identità e l’esistenza, perché l’ascesa al potere di Ahmad al-Sharaa a Damasco sotto una leadership islamista sunnita, nel contesto di una rapida apertura araba e del Golfo verso la nuova autorità siriana, può essere letta come un mutamento strategico che ha colpito il progetto iraniano in uno dei suoi teatri più sensibili. L’ascesa di una nuova autorità siriana di matrice sunnita, sostenuta dal mondo arabo e dal Golfo, non è stata soltanto una trasformazione interna della struttura del potere, ma anche un colpo diretto alla linea di rifornimento politico e militare su cui l’Iran faceva affidamento per collegare Teheran, Baghdad, Damasco e Beirut.

Da questa prospettiva, la restrizione dello spazio siriano per Hezbollah, unita all’indebolimento di Hamas a Gaza e di Hezbollah in Libano, ha contribuito a ridurre la capacità dell’Iran di preservare la stessa struttura su cui aveva fatto affidamento nel suo progetto espansionistico degli ultimi due decenni. Questi sviluppi hanno anche coinvolto più profondamente gli Stati arabi nella lotta per il “Nuovo Medio Oriente” immaginato da Benjamin Netanyahu, soprattutto con la crescente importanza degli Accordi di Abramo come parte del rimodellamento delle mappe di alleanza, inimicizia e appartenenza nella regione.

La questione curda

In questo stesso contesto si può comprendere l’intensità della pressione iraniana su Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, coinvolti in nuovi assetti politici e di sicurezza che Teheran considera una minaccia diretta al proprio progetto regionale. Si può anche interpretare l’attacco iraniano a Erbil come un messaggio di deterrenza rivolto all’ambiente curdo vicino al Partito Democratico del Kurdistan, in un momento in cui il suo allineamento con la Turchia e con parte della profondità sunnita del Golfo stava crescendo. Allo stesso modo, il fallimento del referendum curdo per l’indipendenza del 2017 può essere inteso come parte della lotta per impedire l’emergere di un’entità curda indipendente capace di ridisegnare le mappe dell’Iraq e della regione.

All’interno di questo stesso quadro si può anche spiegare la mancanza di indulgenza nei confronti dei curdi siriani legati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), o accusati di legami organici e politici con esso, perché tale connessione non veniva vista solo come una sfida alla sicurezza della Turchia, ma anche come un’estensione di una struttura politica e militare suscettibile di intersecarsi con l’Iran e con il cosiddetto Asse della Resistenza. Per questa ragione, ciò che veniva richiesto a queste forze curde era di recidere i propri legami con il PKK e di riposizionarsi all’interno di un nuovo Stato siriano centralizzato.

È diventato chiaro che ciò che si cercava non era soltanto un accordo amministrativo o di sicurezza, ma una ridefinizione dell’intero ruolo curdo siriano all’interno di una nuova mappa regionale emergente sulle rovine dell’influenza iraniana.

Allo stesso tempo, tuttavia, l’Iraq non può essere compreso attraverso la sola dimensione sciita, perché la questione curda è stata e rimane un pilastro fondamentale nella ridefinizione dell’identità dello Stato dopo il 2003. I curdi non sono stati un dettaglio marginale nel nuovo Iraq, ma uno dei suoi pilastri fondanti. In questo contesto, Jalal Talabani è emerso come una figura cruciale che ha superato il ruolo di leader nazionalista per diventare l’architetto politico delle grandi alleanze del periodo successivo alla caduta del regime.

Jalal Talabani e la trasformazione federale dell’Iraq

Questa scelta ebbe un effetto geopolitico profondo. L’Iraq uscì dalla fase di Stato centralizzato nel quale l’arabità costituiva il quadro di governo dominante ed entrò in un sistema federale che accordò ai curdi una collocazione costituzionale e politica senza precedenti. Il federalismo non fu soltanto una modifica amministrativa, ma una dichiarazione del fatto che l’Iraq fosse entrato in una nuova fase di definizione di sé.

L’elezione di un presidente curdo della repubblica dopo la caduta di Saddam Hussein non fu un semplice dettaglio procedurale, ma un momento di profondo significato simbolico, perché annunciò che l’Iraq non sarebbe più stato governato a partire da un’identità chiusa e singolare, bensì da una nuova equazione che riconosceva molteplici centri e appartenenze.

Da questo punto di vista, si può comprendere la continuità di questa opzione all’interno dell’Unione Patriottica del Kurdistan sotto la guida di Bafel Talabani. L’impegno di questa corrente a mantenere rapporti stretti con Baghdad, con le forze sciite e con l’Iran non è soltanto una fedeltà politica all’eredità paterna, ma la prosecuzione di una logica che vede le conquiste curde protette non dagli slogan, bensì da un corretto posizionamento nell’equilibrio di potere iracheno e regionale.

Masoud Barzani e un diverso orientamento geopolitico

Dall’altra parte, il Partito Democratico del Kurdistan guidato da Masoud Barzani rappresenta una tendenza diversa tanto nella visione quanto nel ruolo. Questo partito si orienta verso una collocazione che considera l’Occidente una fonte di sostegno, vede nell’apertura verso la profondità araba sunnita, soprattutto quella del Golfo, una necessità strategica, e interpreta i rapporti con le forze contrarie all’Iran come uno strumento per bilanciare l’influenza all’interno dell’Iraq e della regione.

Così, la divisione curda in Iraq non è soltanto una competizione partitica, ma il riflesso di una frattura più profonda attorno a una questione geopolitica: verso quale asse dovrebbe orientarsi il Kurdistan iracheno?

I curdi iraniani, gli Stati Uniti e la preoccupazione turca

Questa questione diventa ancora più complessa con l’attuale interesse americano per i curdi iraniani, poiché la carta curda appare a Washington come uno degli strumenti utilizzabili per fare pressione sul regime iraniano. Tuttavia, questo approccio apre una porta pericolosa all’interno dell’Iraq stesso, perché ogni tentativo di attivare la questione curda all’interno dell’Iran inevitabilmente si rifletterà sulla scena curda irachena.

Inoltre, la Turchia guarda da decenni a ogni ascesa curda transfrontaliera con sospetto e ansia, temendo che ogni successo curdo in Iraq, Siria o Iran possa diventare fonte di ispirazione e di pressione sui propri curdi.

La guerra come strumento di negoziazione

In questo contesto, i concentrati attacchi iraniani contro Israele possono essere letti non soltanto come ritorsione militare, ma anche come un messaggio politico sotto il fuoco, che porta con sé la possibilità di un appello forzato al dialogo o di un’intesa imposta da un equilibrio di dolore e perdita. L’Iran sembra voler segnalare che non cerca soltanto di reagire, ma anche di migliorare la propria posizione negoziale e di impedire che gli venga imposta una sconfitta totale.

Al contrario, Israele appare intenzionato a imporre le proprie condizioni con il fuoco, trasformando così la guerra stessa in uno strumento per ridisegnare l’equilibrio di potere in preparazione di una possibile intesa futura.

Netanyahu e il progetto del “Nuovo Medio Oriente”

Proprio a questo punto emerge anche la visione di Netanyahu di un “Nuovo Medio Oriente” come parte essenziale della lotta per l’identità della regione. Questa visione si basa sul rimodellamento della regione attraverso l’espansione della normalizzazione arabo-israeliana e la costruzione di una rete di alleanze di sicurezza, politiche ed economiche che rendano Israele un centro naturale del nuovo ordine regionale.

Allo stesso tempo, la possibilità di un’intesa con l’Iran dopo la guerra rimane in linea di principio concepibile, anche se limitata nel breve periodo. La storia regionale mostra che le grandi guerre non finiscono sempre con la vittoria totale di una parte e l’eliminazione dell’altra; spesso terminano con accordi coercitivi imposti dal costo dell’esaurimento reciproco.

L’Iraq al crocevia tra sciismo, federalismo e pressioni esterne

In questo senso, l’Iraq si trova oggi all’intersezione di tre grandi questioni: il consolidamento dell’identità sciita nella struttura dello Stato, il radicamento del federalismo come espressione politica della questione curda e l’intreccio forzato nella lotta tra assi regionali e internazionali. Gli sciiti iracheni hanno ridefinito il potere, i curdi hanno ridefinito la forma dello Stato e le potenze esterne hanno trasformato il Paese in un banco di prova permanente per gli equilibri regionali.

Se il ruolo sciita ha contribuito a rimodellare la posizione del potere all’interno dell’Iraq, il ruolo curdo ha contribuito a ridisegnare l’identità stessa dell’Iraq e perfino a influenzare l’immagine della regione circostante. Il federalismo non è stato un semplice aggiustamento tecnico, ma la dichiarazione della fine del modello monolitico rigido e l’inizio di una nuova fase in cui lo Stato riconosce la pluralità delle sue componenti e dei suoi centri.

Nonostante ciò, ridurre tutto ciò che avviene in Medio Oriente ai soli fattori settari o etnici rimane una semplificazione eccessiva. Esistono infatti altri fattori profondamente influenti, dal programma nucleare iraniano alla sicurezza di Israele, dall’influenza americana alla sicurezza energetica e alle rotte marittime. Tuttavia, la dimensione identitaria resta uno degli elementi più potenti per spiegare come questi interessi vengano trasformati in una lotta esistenziale e mobilitante.

Una lotta per identità, legittimità ed esistenza

In conclusione, la guerra attuale tra Iran e Israele e Stati Uniti non è semplicemente una fase militare passeggera, ma un momento concentrato in cui le lotte per l’identità e l’esistenza appaiono nella loro forma più chiara. L’Iran si muove come Stato e al tempo stesso come asse ideologico e politico; Israele lo affronta come minaccia strategica e simbolica; il Golfo entra nell’equazione come cuore dell’equilibrio arabo sunnita; e Hezbollah e gli sciiti iracheni appaiono come alcuni dei principali strumenti di consolidamento della moderna identità sciita.

Per contro, la questione curda rivela che il rimodellamento dell’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein non è stato solo una transizione politica, ma una profonda trasformazione geopolitica che ha cambiato la definizione stessa dello Stato e ha aperto la porta a un conflitto curdo-curdo che riflette una divisione più ampia sul futuro dell’Iraq e sul suo posto all’interno di assi regionali concorrenti. Così, l’intero Medio Oriente diventa un campo di lotta non soltanto per la terra, ma per il significato, la legittimità e l’identità.

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