La Cina, in quanto potenza economica in ascesa e Paese profondamente legato alle catene globali del commercio e dell’energia, osserva questa guerra da una prospettiva più ampia: quella degli equilibri internazionali, della sicurezza energetica, della stabilità delle rotte marittime e dei tentativi di utilizzare le crisi regionali per esercitare pressione sulle grandi economie.
Da qui deriva l’importanza dell’incontro che si è tenuto mercoledì 17 giugno nel Kurdistan iracheno, organizzato dal Consolato Cinese di Erbil e dal Global Civilization Initiative (GCI) Research Center, e al quale ha preso parte il Console Generale della Cina a Erbil, il signor Liu Jun, alla presenza di diverse personalità politiche curde e arabe. Non si è trattato soltanto di un’occasione diplomatica, ma di una finestra sul modo in cui la Cina ragiona in un momento regionale estremamente delicato, in cui la guerra si intreccia con il petrolio, la geografia con l’economia, e lo Stretto di Hormuz con il futuro dell’ordine mondiale.
La Cina vede la guerra dentro un conflitto più ampio sull’economia e sull’energia
Secondo la lettura presentata dal console cinese, gli Stati Uniti non hanno guardato all’escalation con l’Iran soltanto dal punto di vista della sicurezza di Israele, del dossier nucleare o dell’influenza regionale, ma da una prospettiva più profonda, legata all’economia globale e in particolare all’economia cinese. La tensione nel Golfo e nello Stretto di Hormuz può infatti creare una vasta crisi petrolifera, far salire i prezzi, destabilizzare le catene di approvvigionamento e mettere sotto pressione le grandi potenze industriali, prima fra tutte la Cina.
Questa interpretazione cinese parte da un dato evidente: la Cina è uno dei maggiori importatori di energia al mondo, e qualsiasi grave interruzione delle vie di esportazione del petrolio dal Medio Oriente può incidere sull’industria, sui trasporti, sui prezzi e sul commercio estero. Per questo Pechino ritiene che trasformare lo Stretto di Hormuz in uno strumento di pressione non colpisca soltanto l’Iran, ma minacci la sicurezza dell’economia mondiale e metta le grandi economie asiatiche davanti a una prova difficile.
Tuttavia, il console Liu Jun ha chiarito che questo obiettivo non si è realizzato come alcuni avevano sperato. La Cina, dal suo punto di vista, non è più un Paese completamente esposto agli shock petroliferi come lo era in passato. Negli ultimi anni si è preparata alla possibilità di nuove instabilità, ha costruito riserve strategiche, ha ampliato i rapporti con diverse fonti di energia e ha avviato una profonda transizione verso le nuove energie.
Lo Stretto di Hormuz: una carta che non è più decisiva come in passato
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo. È una porta principale per le esportazioni di petrolio e gas dal Golfo, e ogni minaccia di chiusura provoca immediatamente timori nei mercati internazionali. Tuttavia, secondo la lettura emersa durante l’incontro, la Cina ritiene che lo Stretto non sia più in grado, da solo, di soffocare una grande economia come quella cinese, soprattutto se la crisi resta limitata nel tempo.
Pechino conosce bene l’importanza dello Stretto, ma non vuole rimanerne ostaggio. Per questo ha costruito la propria strategia su due principi: il primo è la diversificazione delle fonti energetiche; il secondo è la riduzione graduale della dipendenza dal petrolio attraverso investimenti nell’energia solare, nell’eolico, nei veicoli elettrici, nelle ferrovie e nelle tecnologie verdi.
Da qui si comprende la frase chiara pronunciata dal console cinese: se l’obiettivo era mettere pressione sulla nostra economia, questo obiettivo è fallito. Questa frase riassume la visione cinese della guerra. Pechino non nega la gravità della crisi, ma afferma che il mondo è cambiato e che i vecchi strumenti di pressione non hanno più la stessa forza. Chi possiede il petrolio possiede certamente una carta importante, ma chi possiede tecnologia, riserve, capacità di adattamento e strumenti di trasformazione dispone di una maggiore capacità di resistenza.
L’Iran dopo la guerra: coesione interna, non collasso
Nel valutare la situazione dell’Iran, il console cinese ha sottolineato che Teheran, nonostante gli attacchi e le difficoltà, non è uscita dalla guerra distrutta o frammentata, ma al contrario è apparsa più compatta al proprio interno. Questo è un punto importante nella lettura cinese, perché Pechino misura spesso i risultati delle guerre non soltanto in base al numero degli attacchi militari o all’entità dei danni, ma in base al loro effetto sulla struttura dello Stato e sulla sua capacità di continuare a funzionare.
Se l’obiettivo della guerra era indebolire l’Iran dall’interno o spingerlo verso la divisione, il risultato, secondo questa lettura, è stato diverso. La guerra ha rafforzato il sentimento nazionale e ha unito alcune tendenze interne di fronte a una minaccia esterna comune. Ciò porta la Cina a ritenere che l’uso della forza militare non produca sempre i risultati politici desiderati da chi la impiega.
Per Pechino, questa non è soltanto una questione iraniana, ma una lezione generale nelle relazioni internazionali. Le guerre possono distruggere infrastrutture, ma non garantiscono il cambiamento del comportamento degli Stati, non garantiscono la caduta dei governi e non garantiscono la possibilità di ridisegnare una regione secondo la volontà delle potenze esterne. Per questo la Cina preferisce costantemente un linguaggio fondato sulla distensione, sul rispetto della sovranità e sulle soluzioni politiche, perché considera l’alternativa una lunga e costosa instabilità per tutti.
Gli Stati Uniti nella lettura cinese: gestire le crisi attraverso l’escalation
La Cina guarda con diffidenza al modo in cui gli Stati Uniti affrontano le crisi in Medio Oriente. Dal punto di vista di Pechino, Washington utilizza spesso le tensioni regionali per mantenere la propria influenza, ridefinire gli equilibri di potere e fare pressione sui propri avversari diretti e indiretti. In questo caso, la Cina ritiene che l’escalation intorno all’Iran non sia stata estranea alla competizione tra Stati Uniti e Cina.
Washington, secondo questa prospettiva, non ha sempre bisogno di confrontarsi militarmente con la Cina per esercitare pressione su di essa. Può farlo attraverso il commercio, la tecnologia, le sanzioni, le rotte marittime o i mercati energetici. Se il prezzo del petrolio aumenta a causa di una guerra nel Golfo, i costi della produzione e dei trasporti possono crescere a livello globale, e questo si riflette sulla Cina in quanto grande fabbrica del mondo.
La contraddizione, però, è che la Cina appare più preparata a questo tipo di pressione di quanto alcuni si aspettassero. Dalle crisi degli ultimi anni, Pechino ha imparato che dipendere da una sola fonte, da un solo corridoio o da un solo mercato rende uno Stato vulnerabile al ricatto. Per questo ha iniziato a costruire un’economia più flessibile, che non dipende esclusivamente dal petrolio importato, dall’Occidente o da un’unica rotta marittima.
La lezione dell’Europa in Ucraina
Uno dei punti importanti sottolineati dal console cinese riguarda il confronto con l’esperienza europea dopo la guerra in Ucraina. Quel conflitto ha infatti rivelato la fragilità della forte dipendenza europea da una sola fonte energetica, in particolare dal gas russo. Quando le forniture sono state interrotte e le sanzioni si sono intensificate, l’Europa ha pagato un prezzo economico elevato: inflazione, aumento dei prezzi dell’energia e perdita di competitività in alcuni settori industriali.
Per la Cina, questa è stata una lezione strategica. Uno Stato che costruisce la propria economia su una sola fonte energetica, su un solo partner o su un solo corridoio si espone alle crisi. Pechino non vuole quindi ripetere l’esperienza europea, né vuole diventare ostaggio delle oscillazioni del Medio Oriente, nonostante l’importanza della regione per i suoi interessi.
Qui emerge la differenza tra il pensiero di breve periodo e quello strategico. Alcune potenze scommettono su una crisi petrolifera temporanea per mettere in difficoltà i propri avversari, mentre la Cina punta a costruire una capacità di lungo periodo che la renda meno vulnerabile alle crisi passeggere. Essa non afferma che il petrolio non sia più importante, ma sostiene che il petrolio da solo non sia più sufficiente a determinare il destino delle grandi potenze.
La transizione verde come arma strategica, non solo ambientale
Molti guardano alla transizione verde come a una questione ambientale o a un impegno climatico. Nella visione cinese, invece, essa è anche una scelta strategica e di sicurezza. Ogni veicolo elettrico prodotto dalla Cina, ogni progetto di energia solare o eolica, ogni espansione delle ferrovie ad alta velocità significa, in pratica, ridurre la dipendenza dal petrolio importato e diminuire la capacità degli altri di esercitare pressione attraverso l’energia.
Per questo non si può separare la posizione della Cina sulla guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti dal suo grande progetto nel campo delle nuove energie. Pechino sa che il XXI secolo non sarà soltanto il secolo di chi controlla i pozzi di petrolio, ma anche di chi controlla le batterie, i minerali rari, le catene produttive dell’energia pulita e la tecnologia industriale legata a essa.
Da questa prospettiva, la transizione verde diventa parte della sicurezza nazionale cinese. Non è soltanto una politica ambientale, ma uno scudo economico contro guerre, sanzioni e instabilità delle rotte marittime. Più la Cina avanza su questa strada, più diminuisce l’efficacia della pressione esercitata attraverso il petrolio.
La Cina non vuole il collasso del Medio Oriente
Pur criticando le politiche americane e israeliane, la Cina non desidera vedere il Medio Oriente sprofondare nel caos. Pechino ha vasti interessi nella regione: energia, commercio, investimenti, Iniziativa Belt and Road, relazioni con i Paesi del Golfo, rapporti con l’Iran e legami crescenti con l’Iraq e la Regione del Kurdistan. Per questo, per la Cina la stabilità non è soltanto uno slogan diplomatico, ma un interesse diretto.
La Cina vuole un Medio Oriente stabile, pluralistico nelle relazioni, aperto al commercio, non dominato da una sola potenza e non governato da guerre continue. Preferisce essere un mediatore economico e politico discreto, non un attore militare diretto. Da qui si comprende il suo costante appello al dialogo, il rifiuto dell’escalation e l’insistenza sul rispetto della sovranità e sulla necessità di non allargare il conflitto.
Questo però non significa che la Cina sia completamente neutrale nella sua lettura politica. Pechino ritiene che gli attacchi militari americani e israeliani abbiano aggravato la crisi e che la pressione attraverso la forza non produca una stabilità duratura. Allo stesso tempo, non vuole che l’Iran si trasformi in una fonte permanente di instabilità capace di minacciare le linee dell’energia e del commercio. Per questo la Cina cerca un equilibrio delicato: rifiutare l’escalation, sostenere la distensione, conservare i rapporti con l’Iran e non perdere le relazioni con i Paesi del Golfo.
Il Medio Oriente tra petrolio e trasformazione globale
La conclusione più importante emersa dall’incontro è che il futuro della potenza non è più legato soltanto a chi possiede il petrolio, ma a chi possiede la capacità di gestire le trasformazioni. Il petrolio resterà importante ancora per molti anni, ma non è più l’unico criterio della forza. Gli Stati che dispongono di un’economia flessibile, di fonti energetiche diversificate, di riserve strategiche e di tecnologie avanzate saranno più capaci di sopravvivere alle crisi.
È esattamente questo ciò che la Cina vuole comunicare attraverso la propria esperienza. Le guerre possono far aumentare i prezzi del petrolio, destabilizzare i mercati e spaventare gli investitori, ma non riescono facilmente a spezzare un’economia che si è preparata in anticipo. Al contrario, gli Stati che restano prigionieri del solo petrolio, di alleanze ristrette o della geografia saranno più vulnerabili a ogni nuova crisi.
Da qui, agli occhi della Cina, la guerra dell’Iran con Israele e gli Stati Uniti appare come qualcosa di più di uno scontro militare. È un test per un vecchio ordine mondiale che tenta di utilizzare energia, guerre e rotte marittime come strumenti di pressione, di fronte a un nuovo ordine in cui grandi potenze avanzano verso la diversificazione delle fonti di forza e verso una relativa indipendenza dagli strumenti tradizionali di ricatto.
La transizione e lo sguardo rivolto al futuro
In definitiva, la Cina non guarda alla recente guerra soltanto come a una vittoria militare di una parte o alla sconfitta di un’altra. La considera piuttosto un segnale di una fase di transizione nel mondo: una fase in cui diminuisce la capacità delle guerre di imporre risultati definitivi, si riduce il potere del petrolio di determinare da solo il destino delle grandi economie e cresce l’importanza della tecnologia, delle riserve strategiche, della diversificazione e della transizione verde.
Questo potrebbe essere il cuore del messaggio emerso dall’incontro con il console Generale della Cina a Erbil: chi scommette sulla chiusura di uno stretto, sull’aumento del prezzo del petrolio o sull’accensione di una guerra limitata per piegare una grande economia forse non comprende che il mondo è cambiato. La Cina non si vede più soltanto come un importatore di energia, ma come uno Stato che costruisce alternative, si prepara alle crisi e trasforma ogni minaccia in uno stimolo per accelerare il proprio passaggio verso un’economia più indipendente e resiliente.
Per questo, la lettura cinese della guerra può essere riassunta in un’unica idea: il futuro non apparterrà a chi accende le crisi, ma a chi sa resistervi; non apparterrà soltanto a chi possiede il petrolio, ma a chi possiede la capacità di trasformarsi.






