Nella mattina di lunedì 18 maggio 2026, Leone XIV ha ricevuto in udienza Sua Eccellenza Nechirvan Barzani, presidente della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. L’incontro non può essere letto come una semplice visita diplomatica, perché è parte di una visione più ampia: quella che il progetto definisce una vera “scuola vaticana della pace”, fondata sul dialogo, sull’ascolto paziente, sulla verità e sulla diplomazia preventiva. Il dossier centrale dell’incontro riguarda la sopravvivenza delle minoranze cristiane in Iraq, una comunità drasticamente ridotta dopo il 2003 e colpita in modo devastante dall’avanzata dello Stato Islamico nel 2014. Secondo il progetto, in Iraq restano meno di 300 mila cristiani.
La condizione dei cristiani iracheni sotto Daesh rappresenta una delle pagine più dolorose della storia recente del Medio Oriente. Dopo la caduta di Mosul nel giugno 2014 e l’avanzata jihadista nella Piana di Ninive nell’agosto dello stesso anno, migliaia di famiglie cristiane furono costrette ad abbandonare case, chiese, scuole, attività economiche e villaggi storici. A Qaraqosh, Bartella, Karamles, Tel Keppe e in altre località cristiane, la scelta imposta dallo Stato Islamico era brutale: convertirsi, pagare la jizya, fuggire o morire. Secondo stime ecclesiali e umanitarie, circa 120.000 cristiani fuggirono dalla Piana di Ninive nell’agosto 2014, mentre altre valutazioni indicano oltre 125.000 cristiani sfollati dalle loro terre storiche a causa dell’attacco jihadista.
Il Kurdistan come baluardo di accoglienza e difesa
In quel momento, il Kurdistan iracheno divenne uno dei principali luoghi di rifugio. Erbil, Ankawa, Duhok e altre aree della Regione autonoma accolsero decine di migliaia di cristiani sfollati, insieme a yazidi, musulmani e altre minoranze in fuga da Daesh. Non si trattò soltanto di assistenza umanitaria, ma di una scelta politica e morale: offrire uno spazio di protezione a comunità minacciate nella loro esistenza. Per questo, agli occhi del Vaticano, il Kurdistan non è soltanto un attore regionale, ma un interlocutore importante nel dossier della convivenza religiosa e della permanenza dei cristiani nella loro terra.
Il ruolo curdo fu decisivo anche sul piano militare. Le forze peshmerga combatterono contro Daesh in diverse aree strategiche del nord Iraq, contribuendo a fermare l’avanzata jihadista verso Erbil e partecipando, insieme alle forze irachene e alla coalizione internazionale, alla liberazione di territori occupati. Tuttavia, il valore politico del Kurdistan non si esaurisce nella lotta armata: esso riguarda anche la costruzione di un modello di convivenza dopo la guerra.
Rappresentanza politica e prospettive future di convivenza
Questo modello si riflette anche nella rappresentanza politica concessa ai cristiani nella Regione del Kurdistan. Nel governo regionale è presente un ministro cristiano, Ano Jawhar Abdulmaseeh Abdoka, ministro dei Trasporti e delle Comunicazioni. Inoltre, storicamente, il Parlamento del Kurdistan ha previsto quote riservate alle minoranze. Prima delle modifiche elettorali più recenti, il sistema prevedeva cinque seggi per il componente caldeo-siriaco-assiro, cinque per i turkmeni e uno per gli armeni. Tuttavia, dopo le nuove decisioni legate alle elezioni del 2024, la rappresentanza delle minoranze è stata ridotta, e il numero dei seggi riservati ai cristiani è diventato più limitato rispetto al passato.
La visita di Barzani in Vaticano assume quindi un significato chiaro: unire diplomazia spirituale, protezione delle minoranze e responsabilità politica. La “scuola della pace” del Vaticano non propone la pace come slogan astratto, ma come pratica concreta: proteggere chi è minacciato, riconoscere i diritti delle comunità fragili, mantenere aperti i canali del dialogo e trasformare la memoria della persecuzione in un progetto di convivenza. In questo quadro, il Kurdistan appare come uno spazio essenziale per il futuro dei cristiani iracheni: non solo rifugio durante la guerra, ma anche possibile laboratorio politico di pluralismo, rappresentanza e pace.






