Gabriele ha 22 anni, è nato a Cagliari e fa parte della cosiddetta Generazione Z, quella cresciuta tra smartphone, notifiche e identità digitali costruite fin da bambini. Una generazione che ha visto i social diventare il centro della vita quotidiana, un luogo dove si definiscono relazioni, opportunità e perfino il senso di appartenenza.
Eppure, fin dalle scuole medie, Gabriele ha scelto di restarne fuori. Ricorda i compagni che correvano a creare il primo profilo Instagram, le foto sgranate, i filtri esagerati, le prime storie. Lui no. Non per ribellione, ma per indifferenza: «Non mi serviva, non avevo nulla da postare».
Con il tempo, però, quella che sembrava una scelta spontanea è diventata una posizione consapevole. Alle superiori, quando TikTok ha iniziato a esplodere e i gruppi classe si organizzavano più su Instagram che dal vivo, Gabriele ha iniziato a percepire il peso della sua decisione. Non era più solo «non mi interessa», ma «non voglio farne parte». Non voleva entrare in un meccanismo che percepiva come totalizzante, capace di risucchiare tempo, attenzione, energie. «So che se installassi TikTok o Instagram diventerei dipendente. Sono progettati per questo», dice.
Non è una fuga dal presente
L’ISTAT avverte che i social rappresentano un rischio crescente per gli adolescenti, soprattutto per l’impatto sulla salute mentale e sulla capacità di concentrazione. Il digitale infatti “pervade tutto”, con i social che diventano un problema specifico per i più giovani, sempre più esposti a stimoli continui. Un elemento ancora più significativo: l’85% dei giovanissimi ha già un profilo social, spesso molto prima dell’età minima consentita.
La storia di Gabriele, però, non è quella di un ragazzo «contro la tecnologia». Lui stesso lo chiarisce: non è completamente scollegato dal mondo digitale. Usa WhatsApp per restare in contatto con amici e familiari, perché lo considera «il social più leggero», privo di quei meccanismi di esposizione pubblica che non condivide. Si informa attraverso giornali e contenuti online, dimostrando che la sua non è una fuga dal presente, ma una scelta precisa contro i modelli di interazione che percepisce come invasivi.
Dove muoiono le relazioni
Crescendo, ha iniziato a rendersi conto che stare fuori dai social significa anche stare fuori da molte dinamiche sociali. Gli inviti che passano su Instagram, le conversazioni che nascono dalle storie, le amicizie che si consolidano in chat. «Fare amicizia senza social è più difficile. Ci sono dinamiche che non conosco, perché non ci sono dentro», ammette. Eppure continua a preferire il faccia a faccia, la conversazione diretta, il tempo lento.
Per lui la relazione nasce nello sguardo, non in un messaggio privato. Questa sua impostazione l’ha portato anche a osservare con occhi diversi i comportamenti delle nuove generazioni. Per anni ha lavorato in oratorio, a contatto con bambini e adolescenti. Racconta di gruppi di undicenni seduti in un angolo, ognuno con il proprio telefono, impegnati a scorrere video o giocare online invece di correre, parlare, inventare giochi.
Una scena che per lui è diventata simbolo di un cambiamento rapidissimo. «Mi agghiacciava vedere bambini così piccoli già immersi negli schermi», dice. I dati confermano la sua impressione: secondo un rapporto di Save the Children, circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone ogni giorno, con un’esposizione crescente a contenuti e stimoli non sempre adeguati all’età. Una tendenza che, secondo l’organizzazione, rischia di anticipare troppo l’ingresso nel mondo digitale, con conseguenze ancora poco comprese.
Gabriele racconta anche episodi che lo hanno segnato: famiglie che passeggiano in centro a Cagliari con il passeggino e la bambina di due anni che guarda video sul telefono mentre i genitori parlano; ragazzini che non sanno più iniziare una conversazione senza prima “rompere il ghiaccio” online; adolescenti che vivono l’ansia di non essere visti, notati, riconosciuti. «Sono sottoposti a stimoli troppo forti, troppo presto. Come cresceranno?», si chiede.
Serve responsabilità
La sua non è una crociata contro la tecnologia. Anzi, riconosce che i social sono strumenti utili e che fanno parte della nostra società. Ma insiste su un punto: vanno usati con criterio, all’età giusta e nei momenti giusti. Non serve essere radicali come lui, dice, ma serve responsabilità.
Significa non regalare la propria vita digitale troppo presto, non confondere la persona con il profilo, non dimenticare che dietro ogni commento c’è un essere umano. Significa anche proteggersi da un ambiente che tende a spersonalizzare, a trasformare tutto in contenuto, a ridurre le relazioni a notifiche.
La storia di Gabriele è importante, perché racconta una minoranza che sta diventando sempre più rara. In un Paese dove quasi tutti i giovani sono online, dove l’età del primo smartphone scende ogni anno e dove la socialità passa sempre più attraverso uno schermo, la sua scelta ricorda che la connessione non è obbligatoria. Che si può vivere anche fuori dalla rete. E che, forse, proprio da lì si vede meglio cosa sta accadendo dentro. «La rete può essere un posto sano, se la viviamo con responsabilità». È la sua forma di speranza: che la sua generazione, e quelle future, non rinuncino alla tecnologia, ma imparino a non esserne schiave.









