La maternità è crisi. Supportare le mamme dovrebbe essere la regola

È necessario che la società, nelle sue componenti istituzionali e nelle reti di supporto, riconosca e legittimi la fragilità delle madri ricordando che la fragilità non coincide con la debolezza, ma rappresenta l’ammissione profonda della propria umanità

Era il 22 aprile, ma la primavera, in quel giovedì, non si è fatta sentire: nubi sparse su Catanzaro, come se anche il cielo volesse fare da eco alla tragedia consumatasi nella notte. Anna Democrito, madre di 46 anni, dopo aver gettato i suoi tre figli nel vuoto dal balcone di una palazzina, ha deciso di seguirli poco dopo.

Un dramma che non può lasciare indifferenti: perché la responsabilità è collettiva. Per l’ennesima volta, è stato un gesto estremo a ricordare al mondo che le madri non sono invincibili e che non sempre ce la fanno, da sole.

Perché, se è vero che le mani delle madri non riposano mai, allora non sono forse mani che necessitano di altre mani da stringere?

Un equilibrio che si rompe

Maternità è innanzitutto crisi (dal greco antico κρίσις), intesa come rottura di un equilibrio esistenziale, con valenze sia positive che negative.

L’acquisizione e la pratica del ruolo di madre è un processo complesso, che prevede la ridefinizione del proprio sé, l’assunzione di nuove e diverse responsabilità, la riorganizzazione della propria vita tra mille altalene emotive, oltre ad incognite e talvolta sfide difficilmente prevedibili. La strada da percorrere nel complesso cammino della matrescenza, a volte è più lineare, altre volte più ripida, specialmente in assenza di fattori di protezione per la donna.

Le modalità del concepimento, della gravidanza e del parto, le interazioni tra il bambino e i genitori, lo stato di salute bio-psico-sociale di questi ultimi, la presenza o meno di supporto, hanno rilevanti effetti a lungo termine sull’equilibrio psicofisico del bambino e dell’adulto. A tutto questo, si aggiungono retaggi culturali, credenze radicate e falsi miti che influenzano aspettative, vissuti e perfino il modo in cui la collettività interpreta la maternità. Si pensi al falso mito del sacrificio assoluto, che può portare le madri a “annullarsi” per i figli, a mettere totalmente da parte interessi personali, amicizie e relazione di coppia, a vivere costantemente con i sensi di colpa.

Intercettare il dolore

Nessuno potrà mai conoscere con certezza le ragioni che portano una donna  a compiere gesti così estremi, come nel caso della tragedia di Catanzaro.

Quel che è certo, è che supportare ogni madre in difficoltà dovrebbe essere la regola e che l’assistenza dovrebbe considerare non soltanto gli aspetti fisiologici della maternità, ma anche quelli psicologici, psicosessuali e psicosociali. Urgono interventi di prevenzione, sostegno, orientamento, diagnosi e intervento per le famiglie in fase perinatale, attraverso la collaborazione tra servizi sanitari e sociali, professionisti, famiglie e soprattutto singoli cittadini, in quanto, spesso, sono le persone più vicine a chi soffre ad accorgersi che qualcosa si è incrinato.

Così come una tempesta è preceduta da cambiamenti nell’aria e dall’eco di tuoni lontani, che preannunciano l’arrivo della pioggia, anche il dolore, prima di tradursi in azioni irreparabili e irreversibili, spesso invia segnali di preavviso. Ed è proprio l’intercettazione precoce dei segnali di sofferenza e disagio ad essere importante, nell’ottica di un lavoro di rete che non preveda soltanto l’intervento, ma soprattutto la prevenzione.

È necessario che la società, nelle sue componenti istituzionali e nelle reti di supporto, riconosca e legittimi la fragilità delle madri ricordando che la fragilità non coincide con la debolezza, ma rappresenta piuttosto l’ammissione profonda della propria umanità.

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