Le persone con autismo e i paradossi della solitudine

Anche le persone con autismo hanno bisogno di appartenenza e di socialità. Lo sforzo costante necessario per orientarsi e sopravvivere in un mondo prevalentemente neurotipico, sfocia nel “burnout autistico”, uno stato di esaurimento fisico, mentale ed emotivo

«Non mi sento solo quando scelgo di stare da solo, ma quando le persone se ne vanno e mi lasciano da solo, allora mi sento solo» (bambino di 7 anni).

«Mi piace fare le cose da sola, ma dopo tre settimane senza incontrare nessuno, inizio a sentirmi sola e davvero giù di morale» (ragazza di 15 anni).

«Mi piace passare del tempo da solo, fare le mie cose in tranquilla solitudine, ma a volte ho bisogno di stare in compagnia e quando non c’è nessuno disponibile, mi sento solo e triste» (giovane uomo di 23 anni).

Tutte e tre le frasi illustrano il profondo paradosso spesso sperimentato dalle persone autistiche: sebbene molte di loro, per una serie di ragioni cognitive, sensoriali e sociali, preferiscano o ricerchino la solitudine, essa può essere causa di disagio emotivo.

Quando si parla di solitudine e isolamento, è importante considerare due motivazioni umane, intrinsecamente opposte e socialmente rilevanti: il bisogno di appartenenza e il bisogno di solitudine. Il bisogno di appartenenza sostiene che gli esseri umani possiedono una spinta pervasiva a formare e mantenere almeno una quantità minima di relazioni interpersonali durature e significative. Il bisogno di appartenenza comprende due aspetti centrali: 1) il bisogno di interazioni frequenti e affettivamente positive con gli stessi individui e 2) il bisogno che queste interazioni avvengano all’interno di un quadro di cura e di attenzione a lungo termine. Il mancato soddisfacimento di uno di questi aspetti può portare a una serie di conseguenze negative a livello psicologico e fisico, con la solitudine che emerge come risposta emotiva predominante.

La solitudine sociale e la solitudine emotiva

La solitudine può essere di due tipi: la solitudine sociale, che deriva da una carenza nella quantità di contatti sociali, e la solitudine emotiva, che scaturisce dalla mancanza di relazioni significative e intime, in parallelo con i due aspetti del bisogno di appartenenza.

Quando scelta volontariamente, la solitudine svolge diverse funzioni adattive, tra cui il riposo e il recupero psicologico, le opportunità di contemplazione ed esperienza spirituale, l’autoriflessione e il ripristino dell’autonomia. Consente inoltre di impegnarsi in attività ricreative personali, in quelle creative o produttive e nel mantenimento della privacy e dell’intimità. Quando questo bisogno è adeguatamente soddisfatto, la solitudine viene in genere vissuta come rigenerante e significativa. L’incapacità di raggiungere la solitudine desiderata può portare a irritabilità, esaurimento emotivo e sensazione di essere sopraffatti.

Il burnout autistico

Da tempo si tende a caratterizzare gli individui autistici come aventi un ridotto desiderio di coinvolgimento e interesse sociale fino a una vera e propria avversione. In questo caso si parla di ridotta motivazione sociale, la quale afferma che le interazioni sociali sono intrinsecamente meno gratificanti per gli individui autistici, portando a una ridotta attenzione ai segnali sociali e a minori sforzi per avviare o mantenere relazioni. Secondo questa interpretazione, le difficoltà sociali nell’autismo derivano principalmente da una mancanza di motivazione intrinseca a interagire con gli altri. Tuttavia, questo presupposto fondamentale è stato sempre più messo in discussione in quanto il problema non è la ridotta motivazione sociale in sé, piuttosto le differenze nel modo in cui l’interesse sociale viene vissuto ed espresso. In linea con questa visione, è stato sostenuto che molti individui con autismo condividono lo stesso bisogno fondamentale di appartenenza dei loro coetanei neurotipici, anche se il loro coinvolgimento sociale assume forme non convenzionali o idiosincratiche.

Le persone autistiche incontrano meno frequentemente gli amici, sono raramente invitati ad attività sociali e di conseguenza sperimentano alti livelli di isolamento. Le differenze nell’interazione sociale e nella comunicazione sembrano svolgere un ruolo centrale in questa ridotta partecipazione. Anche quando si impegnano socialmente, le loro relazioni sono spesso percepite come meno significative, poiché le differenze di interessi e stili cognitivi possono ostacolare la comprensione reciproca con i coetanei neurotipici. I comportamenti di mascheramento o camuffamento – ossia la soppressione dei tratti neurodivergenti e l’adattamento del proprio comportamento alle norme sociali neurotipiche – possono aumentare in una certa misura l’accettazione sociale. Tuttavia, queste strategie hanno un costo psicologico: la ridotta autenticità può influire negativamente sul concetto di sé e aumentare la vulnerabilità a quello che è stato definito “burnout autistico”.

Si tratta di uno stato di esaurimento fisico, mentale ed emotivo conseguenza dello sforzo costante richiesto per orientarsi e sopravvivere in un mondo prevalentemente neurotipico. Clinicamente si manifesta con una condizione di spossatezza debilitante, incapacità ad elaborare gli stimoli sensoriali (compresi quelli delle interazioni sociali), ridotta capacità di filtrare e gestire gli stimoli emotivi, esaurimento cognitivo con incapacità di pensare, deficit della memoria e delle funzioni esecutive generali.

Nonostante la discussione sul burnout sia frequente tra le persone autistiche, questo concetto è poco presente nella letteratura accademica e clinica dove si parla più frequentemente di burnout nelle famiglie, tra gli insegnanti, gli assistenti. Senza una ricerca approfondita per comprendere e caratterizzare la sindrome, è difficile fornire ai clinici, ai familiari e alle stesse persone autistiche gli strumenti efficaci per alleviarne i sintomi e prevenirla.

 


Gabriella La Rovere, scrittrice, medico, giornalista, dal 2015 collabora con il sito Per noi autistici, il più importante aggregatore di senso e di cultura sull’autismo in Italia, ideato e diretto da Gianluca Nicoletti. Studiosa di neurodiversità e neurodivergenza, si interessa di patografia. Ha scritto libri di narrativa e saggistica tra cui “Samuel, Murphy e io” (2023, premio “Nuove forme della critica” XLVIII Premio Casentino), “La vita nascosta di Léonie Martin” (2024), “L’orologio di Benedetta” (ristampa 2025) e “Zibaldone autistico” (2026).

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