Di dolore si può morire. Esiste una sindrome che si chiama Tako-Tsubo (sindrome del cuore infranto), e che indica proprio quei casi in cui il cuore cede, a fronte di un forte dolore o di un forte stress. Per fortuna, succede molto raramente. Molto diffusa è, invece, l’esperienza di quel dolore che magari non riesce a fermarti il cuore, ma sembra fermarti la vita, rendendola amara, deserta, insopportabile. Un dolore che può essere fisico, psicologico, mentale, di qualunque tipo, ma che comunque è capace di travolgerti.
E se è difficile rispondere alla domanda: “come si affronta il dolore?”, altrettanto difficile è rispondere all’altra domanda: come si affronta il dolore degli altri? È possibile aiutarli, sorreggerli, consolarli? È possibile prevenire la sindrome di Tako-Tsubo?
Si intitola Il dolore degli altri. Oltre la “sindrome del cuore infranto” l’ultimo libro di Marina Piccone (ed. San Paolo 2026), che esplora una zona spesso elusa dal discorso pubblico: il costo emotivo e fisico di chi si prende cura degli altri. Attraverso una costellazione di testimonianze — medici e psichiatri, missionari, psicoterapeuti, caregiver, volontari — Piccone illumina il confine poroso tra chi cura e chi è curato, partendo dal presupposto che l’esposizione prolungata alla sofferenza può mettere in crisi chi si prende cura, ma anche generare forme sorprendentemente tenaci di speranza.
Una domanda senza risposta
Che si tratti del migrante sopravvissuto alla rotta balcanica, della donna violentata ed emarginata in Congo, di chi soffre di una malattia mentale, di chi ha perso un figlio o di qualunque altra persona, di un malato terminale, il problema da affrontare non è solo il dolore, ma la sofferenza: un termine dal significato più ampio, che si riferisce anche agli aspetti psicologici, morali e spirituali di ciò che si sta vivendo. Perché «il farmaco al massimo può aiutare a stare meglio, ma la sofferenza, spesso, rimane, ed è più contagiosa della malattia stessa» (Aldo Morrone).
Sarebbe tutto più facile, se si riuscisse a rispondere alla domanda: la sofferenza ha un senso? Ognuno degli intervistati ha cercato una risposta, ma senza trovarla. Non c’è sul piano scientifico, e non c’è neanche nel Vangelo, perché «Gesù non ha mai risposto a questa domanda» e poi, «la vera spiritualità non cerca di dare una spiegazione» (Massimo Resti). Però, anche se non ha una spiegazione, il dolore è un’occasione: «per me è un maestro di vita, è da esso che si impara, non dalla felicità», spiega Lorena Fornasir. E «la malattia è l’occasione per un momento di profonda riflessione sul senso della vita, sul bene e sul male, sulla speranza di un dopo», testimonia Suor Costanza Galli.
Dove trovare la forza
Rimane il fatto che il dolore va affrontato. Come fanno, dunque, le persone che hanno deciso di non fuggire di fronte a tutto questo? Come riescono a non farsi silenziare dal burnout, a non farsi mettere in crisi, a non cedere alla tentazione di fuggire?
Ognuno degli intervistati, nel libro, dà risposte diverse, perché nate dal proprio percorso umano e professionale. Un elemento comune, che emerge con chiarezza, è che, per affrontare il dolore degli altri, bisogna prima aver affrontato il proprio. Occorre quindi fare un percorso personale che aiuti trovare la forza, pur rimanendo ricettivi al dolore.
E poi, è importante non sentirsi salvatori del mondo: chi accetta di prendersi cura di una persona che soffre, deve sapere che non sempre otterrà il risultato che spera. Meglio esserne consapevoli, per non rischiare di annegare nella rabbia, di fronte al fallimento. In questo senso aiuta molto una sana dose di “insicurezza consapevole”, cioè quell’«atteggiamento mentale, una disposizione interiore che permette di entrare in contatto con sé stessi, senza coperture e maschere, e acquisire consapevolezza dei propri limiti» (Graziella Lussu).
La forza, inoltre, ha le sue radici nella fede: sentirsi protetti e accompagnati da Lui, aiuta ad affrontare le difficoltà, a sorridere, ad essere positivi.
Cosa significa “prendersi cura”
Ci vuole forza, comunque, per prendersi cura di chi soffre. Perché è questo che si deve fare: prendersi cura della persona, sapendo che «esiste il malato, non la malattia» (Graziella Lussu) e che accogliere e rispettare le persone malate e sofferenti «è riconoscere la sacralità della vita in tutte le sue forme» (Morrone).
Per prendersi cura del dolore degli altri occorre molta capacità di ascolto e tanta empatia, cioè «la capacità o l’atteggiamento che permette di mettersi nei panni dell’altro mantenendo una certa distanza» (Bernard Ugeux): su questa base è possibile costruire una relazione autentica.
È la relazione, infatti, la vera terapia, che permette di curare «formando comunità». Perché «attraverso la cura dei corpi nasce una relazione, avviene un incontro che mette al mondo fiducia, speranza, illusione. È qualcosa di rivoluzionario» (Lorena Fornasir). Qualcosa di rivoluzionario e di politico, perché permette di prendersi cura di ogni singola persona nella propria specificità, ma anche di ribellarsi a quel tipo di sofferenza che è ingiusta e soprattutto inutile, «perché inflitta da scelte politiche o leggi ingiuste» (Orlando Amodeo). Come succede ad esempio ai migranti, che arrivano distrutti in Italia attraverso la rotta balcanica o che attraversano il Mediterraneo spesso perdendoci, come sappiamo, la vita dei propri figli e familiari. E allora, sostiene Fornasir, chinarsi su un migrante «è un atto politico che passa attraverso una relazione circolare tra resistenza, lotta e cura». Quindi, prendersi cura del dolore degli altri significa anche insegnare alle donne a leggere e scrivere, denunciare le cause strutturali della povertà, lottare per la giustizia.
Un obiettivo, tanti modi
E poi occorre avere qualcosa da proporre, qualcosa attraverso cui attivare le capacità di chi soffre di ritrovare in sé la forza per reagire al dolore. E allora, anche se la pet terapy insegna che «è possibile e importante saper stare accanto a qualcuno che soffre senza fare e dire niente» (Massimo Resti), in alcune situazioni può servire il contatto fisico, che può avere un valore terapeutico importante. C’è chi invece propone la meditazione, che «non è un modo per stare bene con se stessi… ma per stare bene assieme a tutti, soprattutto a chi soffre» (p. Guidalberto Bormolini). C’è chi ricorda la necessità della preghiera e dell’accompagnamento spirituale. E, soprattutto, l’importanza delle cure palliative, che riguardano il corpo, la mente e lo spirito nello stesso tempo. Infatti «siamo un tutt’uno, corpo, mente e spirito, ciò significa che, per accompagnare una persona che affronta una sofferenze globale, ci vuole anche una competenza spirituale» (Costanza Galli).
Nel libro sono raccolte tante testimonianze diverse, ma alla fine il messaggio è positivo: affrontare il dolore degli altri si può. E fa bene a tutti: a chi soffre, a chi cura, alla comunità.






