Che cosa significa diventare grandi? Il ruolo degli adulti nelle traiettorie degli adolescenti

Nel discorso pubblico i ragazzi tra i 14 e i 24 anni sono i protagonisti solo di storie tragiche o eccezionali che li trasformano in eroi da ammirare o vittime da compatire. In realtà c’è molto altro da scoprire e da comprendere, come suggeriscono due docenti universitarie nel libro “Prima che accada”

Una porta che sbatte, un silenzio che si allunga, una conversazione che si interrompe bruscamente. Non sono cose che accadono all’improvviso, ma un po’ alla volta, con il risultato che i ragazzi appaiono irraggiungibili e misteriosi agli occhi dei loro genitori.

Rispetto al passato, le difficoltà degli adolescenti sono maggiori e prendono la forma di un disagio che si esprime in un’ambivalenza emotiva fatta di mestizia ed euforia, in una continua oscillazione tra silenzio e fragore. Nel discorso pubblico, i ragazzi tra i 14 e il 24 anni (oltre 6 milioni, meno dell’11 per cento della popolazione complessiva) sono i protagonisti solo di storie tragiche o eccezionali che li trasformano in eroi da ammirare o vittime da compatire. Di certo le loro biografie non sono lineari, stabili e cumulative come quelle dei loro genitori – segnate da lavoro fisso, casa di proprietà, formazione di una famiglia – ma discontinue, piene di intoppi, incertezze, inversioni di percorso, scelte reversibili e continui adattamenti.

La pedagogista Tiziana Iaquinta, docente all’Università Magna Graecia di Catanzaro, e la sociologa Ilaria Pitti, professoressa all’Università di Bologna, esplorano queste nuove traiettorie del mondo giovanile in Prima che accada (Il Mulino, pp. 182, 17 euro), un libro prezioso, capace di intrecciare rigore scientifico, abilità divulgativa e testimonianze di giovani e adulti.

"Prima che accada", di Tiziana Iaquinta e Ilaria Pitti
“Prima che accada”, il libro di Tiziana Iaquinta e Ilaria Pitti (Il Mulino 2026)

Che cosa significa essere adulti?

I marcatori dell’età adulta sono diventati provvisori, eppure la precarietà non è un incidente di percorso, bensì una condizione «prodotta e normalizzata da decenni di politiche del lavoro, dell’abitare e della formazione che hanno progressivamente scaricato sui giovani il rischio dell’incertezza», spiega Ilaria Pitti. E la difficoltà di crescere è oggi una condizione talmente diffusa «da richiedere non tanto di interrogare i giovani, quanto di interrogare il presente che essi abitano», fatto di continua quantificazione, che finisce per privilegiare il fare sull’essere.

Fragili e vulnerabili nella costruzione del Sé, sul piano affettivo e nella comunicazione in presenza, negli scarsi spazi di manovra a loro disposizione gli adolescenti elaborano tuttavia mondi alternativi e chiedono di rinegoziare i significati dell’essere adulti, valorizzando forme di vita non orientate alla produttività, all’accelerazione, all’individualizzazione, alla tirannia della valutazione e della prestazione.

L’attenuazione delle tradizionali differenze generazionali rende le relazioni più fragili, ma anche riconfigurabili. La perdita della progressione cronologica delle tappe e dei traguardi di vita indebolisce l’idea che l’esperienza sia automaticamente una risorsa da trasmettere, ma proprio il tramonto dell’autorità tradizionale può favorire una ridefinizione più simmetrica delle relazioni, fondate sulla fiducia e il confronto e non sull’obbedienza, e sulle competenze, per esempio digitali, che portano i giovani a possedere saperi cruciali utili ad adulti desiderosi di apprendere.

Sul piano emotivo gli adolescenti si scontrano con un’espansione e un appiattimento sul presente favorito anche da una vita on line che nasconde molte insidie (“le piazze digitali sono pressorie, valutative, giudicanti, generano malessere”, osserva Tiziana Iaquinta). La quantità e la velocità delle informazioni rende difficile creare narrazioni, ordini, sequenze evolutive e i frammenti prendono il sopravvento, così come i luoghi di aggregazione digitale scalzano i luoghi fisici di aggregazione. Si affievoliscono di conseguenza la ricerca e il desiderio di toccare ed essere toccati, anche fisicamente, che è un modo insostituibile per conoscere il mondo e sé stessi.

Come aprirsi al possibile

Le questioni che riguardano gli adolescenti – osservano Iaquinta e Pitti – non possono essere considerate in modo disgiunto da quelle degli adulti, attraversati a loro volta da insicurezze e da un profondo senso di inadeguatezza, che li porta a cercare risposte educative pronto-uso sulle piattaforme di intelligenza artificiale.

Spesso assenti e inadeguati nel ruolo educativo, gli adulti privano i ragazzi di contenimento emotivo e di modelli di regolazione affettiva, ma contemporaneamente eccedono in presenza e protezione, limitando lo sviluppo dell’autonomia.

Cosa fare dunque per considerare l’educazione una pratica di apertura al possibile che non pretenda di immunizzare dall’imprevisto, ma si disponga ad accoglierlo? Il libro suggerisce alcuni spunti: offrire contenimento; essere presenze affettive non invadenti, ma capaci di stare accanto e di dare un significato alla sofferenza; accettare il conflitto come dimensione educativa e la crisi come opportunità evolutiva. Per non rincorrere, citando Frankl, l’assenza di turbamento, ma la capacità di tenere insieme la sofferenza e il senso, il dolore e la gratitudine, il limite e la possibilità.

 


Roberto Alessandrini è docente di Antropologia culturale all’Università Pontificia Salesiana di Roma e direttore dell’Istituto Universitario Pratesi.

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