«Nel pieno della pandemia, mentre sui balconi di mezza Italia sventolava lo slogan “insieme ce la faremo”, iniziammo a incontrare online, a cadenza regolare, i rappresentanti delle scuole e delle realtà educative impegnate in alcuni dei quartieri più svantaggiati di Roma est. Volevamo capire cosa succedeva in città e come avremmo potuto rispondere “insieme” all’emergenza educativa. Da quel percorso di scambio ha cominciato a prendere forma il progetto Tornasole, un cantiere molto articolato di interventi durato quasi cinque anni, che ha consentito a una sessantina tra educatori, psicologi, tecnici di laboratorio, di lavorare fianco a fianco ai dirigenti scolastici e a quasi duecento insegnanti».
Lo scrive Giulio Cederna nella prefazione al libro Il mestiere di educare: voci e storie di periferie, di scuole e di comunità, curato dal giornalista e scrittore Francesco Erbani per l’editore Donzelli, una riflessione plurale «sulle possibilità e i limiti della cooperazione tra scuola e territori, e insieme sulla natura multiforme di quella cosa così necessaria e sfuggente che chiamiamo “comunità educante”».
Da oltre trent’anni mi occupo di educazione, di minori a rischio di devianza e di prevenzione. In questi ultimi anni, proprio stimolati dalla necessità di trovare risposte alla situazione di emergenza innescata e amplificata dalla pandemia, abbiamo fatto quello che è più ovvio e significativo, per ottenere dei risultati in educazione: ci siamo messi insieme – educatori, insegnanti, psicologi – e ognuno ha restituito un pezzetto del suo lavoro e di quello che ha imparato sul campo dai ragazzi e dai colleghi.
Nel libro, Erbani si è messo in ascolto di tanti di noi per cercare di cogliere, attraverso lo strumento dell’intervista, il cuore del mestiere di educare. Un mestiere da artigiani. Un mestiere però che a differenza della maggioranza degli artigianati classici che conosciamo, richiede un grande lavoro su di sé e una grande capacità di lavorare insieme agli altri.

Ecco qualche stralcio della conversazione con me che apre il libro:
Che cosa fa un educatore?
«La funzione fondamentale di un educatore consiste nello stare. Si mette in relazione con i ragazzi. E dentro la relazione, piano piano fa un po’ da specchio alle vicende che vive il ragazzo. In alcuni momenti lo accompagna, in altri lo sostiene, lo incoraggia. Gli restituisce uno sguardo. Quando l’educatore scorge in lui qualcosa di sé, che lui ancora non riconosce, oppure intravede qualcosa di inespresso, una passione, una competenza, un sogno, una manualità e gliela rivela, ecco che questa è la funzione di un educatore».
Una specie di attività maieutica.
«Possiamo chiamarla così. In questa relazione non è l’assistente di un ragazzo. Non si sostituisce. Non fa lui i compiti che il professore gli ha assegnato in classe. Ma tende a formare una competenza affinché li faccia lui. È un artigiano della relazione. E, come un artigiano, l’educatore deve fare attenzione, deve essere capace di individuare fin dove occorre che arrivi lui e da quando il ragazzo può andare avanti con le sue gambe. I passi che fa lui al posto del ragazzo sono sempre passi sottratti al ragazzo. Il ragazzo deve sperimentare, anche a costo di cadere, per poi rialzarsi».
Non c’è un modello valido per tutti, è così?
«È così. Ogni ragazzo ha un progetto educativo personalizzato. E non è detto che tale progetto si realizzi solo in una relazione con il singolo, può essere attuato, anzi deve essere attuato, anche lavorando in gruppo. Bisogna però avere per ciascuno uno sguardo diverso. Ed è un progetto che deve tener conto del ragazzo nella sua interezza, dalla dimensione cognitiva a quella emotiva, affettiva e spirituale, che vanno nutrite e stimolate. Sempre pensando alle potenzialità che possono essere espresse.»
E questo avviene giorno dopo giorno, senza uno schema prefissato?
«È l’ambiente che educa, un ambiente che deve essere confortevole. È una comunità che educa. Nessun ragazzo ha una relazione esclusiva con un educatore. Noi funzioniamo in équipe multidisciplinari. È importante anche la relazione fra gli educatori, quella che chiamiamo un’ecologia degli affetti: il ragazzo deve percepire che nel gruppo di persone che ha di fronte vigono la stima, la relazione, anche la dialettica, ma che appunto l’ambiente sia ecologicamente sano, fecondo. I ragazzi sono dotati di spiccata sensibilità, avvertono l’esistenza di questo clima, ne traggono beneficio, oppure, al contrario, scorgono la sua assenza. Accade che fra noi educatori possano sorgere divergenze, ma queste non vanno esibite con i ragazzi, vanno risolte durante le nostre periodiche riunioni.»
È così che si forma una comunità educante?
«Esattamente. La comunità educante è costituita dall’alleanza fra noi e la scuola, fra noi e le altre associazioni del territorio, o anche le aziende che operano qui e che potrebbero offrire occasioni di lavoro. E poi ci sono l’assistente sociale del Municipio o l’allenatore della squadra di calcio. Un ragazzo deve percepire che intorno a lui ci sono adulti che dialogano e che rivolgono lo sguardo nella stessa direzione, che è comunque quella di rendere concrete le sue aspirazioni, percepite e fatte emergere attraverso la relazione.»
Quali sono le basi per costruire questa alleanza fra scuole e associazioni?
«Come in tutte le relazioni sono fondamentali la disponibilità reciproca e l’idea che al centro di tutto c’è il ragazzo. Sbaglierei se arrivassi a scuola dicendo di sapere tutto di un ragazzo e pretendessi che l’insegnante di italiano o di matematica seguisse le mie istruzioni. E viceversa sbaglierebbe un insegnante, se mi considerasse solo come un supporto. Ogni ragazzo esprime parti di sé diverse a seconda del contesto in cui si trova.
Cerchiamo di intervenire sempre di più sulla prevenzione, per esempio agendo nelle scuole. Diceva don Alfonso Alfano, il salesiano che tutte le notti raccoglieva ragazzi tossicodipendenti vicino alla stazione Termini: «I ragazzi sono di chi arriva prima». Anche la criminalità organizzata conosce i bisogni di quei ragazzi e si propone di soddisfarli a modo suo. Se arriviamo dopo è molto più faticoso, si riesce a recuperarli, ma a costo di sforzi maggiori.»
Alessandro Iannini, docente all’Università Pontificia Salesiana di Roma e all’Istituto Universitario Pratesi di Soverato (Catanzaro), è il responsabile dell’area educativa del Borgo Ragazzi don Bosco di Roma, dove è arrivato da bambino e dove, con qualche parentesi, ha interamente svolto la sua attività.
Gestito dai salesiani, il Borgo è un vasto complesso lungo la via Prenestina, alle spalle del Forte Prenestino, dove ha sede uno storico centro sociale occupato. Si trova qui dall’immediato dopoguerra, diramazione nella periferia est della capitale di una struttura sorta accanto alla Stazione Termini, il Sacro Cuore, fondato dallo stesso don Bosco, che accoglieva ragazzi rimasti senza famiglia e in condizioni di disagio.











