Esiste un paradosso silenzioso, che affligge gran parte della formazione artistica e visiva contemporanea: il rischio di addestrare spettatori coltissimi, ma pur sempre spettatori. Nella nostra società, che ha inverato la profezia di Guy Debord sul trionfo dello Spettacolo e dell’alienazione mediatica, i giovani sono spesso confinati in quello che potremmo definire il “recinto dello spettatore”. Vivono immersi in un flusso continuo di immagini, ne subiscono il fascino, ne consumano i significati superficiali, ma raramente possiedono le chiavi sintattiche per smontarne l’architettura. Finché si resta in questo recinto, la creatività è un’illusione: si è consumatori passivi di un immaginario costruito altrove.
È partendo da questa urgenza pedagogica, prima ancora che tecnica, che l’Accademia di Belle Arti di Catania ha dato vita al progetto C-FABIT (Cinematic Futures: Bridging Art, Technology, and Interdisciplinary Training), finanziato con i fondi PNRR. Un traguardo affatto scontato per la storia dell’Istituzione, reso possibile dalla lungimiranza della governance – in primis la presidente Lina Scalisi e il direttore Gianni Latino – che ha garantito e sostenuto questo sviluppo, ancorando saldamente la nascente filiera cinematografica industriale all’attività accademica. L’obiettivo non era semplicemente aggiornare il parco macchine o erogare nuovi corsi teorici, ma attuare una rottura epistemologica: realizzare quello che Jacques Rancière chiama “lo spettatore emancipato”, trasformando i giovani del Sud da fruitori passivi a costruttori consapevoli della realtà audiovisiva.
Una nuova mentalità
La misura del successo di questa operazione non risiede solo nei numeri, pur imponenti, del progetto, ma in una trasformazione intima e psicologica, che ha investito i nostri studenti. Qualche giorno fa Lorenzo, uno degli allievi del biennio coinvolti operativamente, mi ha raccontato un episodio familiare apparentemente banale, ma in realtà profondamente rivelatore. Stava commentando l’Odissea di Christopher Nolan con suo padre, quando quest’ultimo lo ha guardato quasi con preoccupazione, stupito dal suo continuo sezionare l’immagine, e gli ha chiesto: “Ma non riesci a goderti il film e basta?”.
Lorenzo non stava più semplicemente “guardando” l’opera; ne stava decodificando la grammatica. Studiava il posizionamento dei corpi illuminanti, analizzava la profondità di campo, si interrogava sulle ottiche, sui movimenti di macchina, sulle scelte della regia. Stava vivendo, in modo interiorizzato e operativo, quello che Bertolt Brecht teorizzava con l’effetto di straniamento: la rottura del mero coinvolgimento scenico a favore di una lucida distanza critica. Aveva, di fatto, perso la sua “innocenza visiva” (o piuttosto la “passività percettiva”). La sua esperienza professionale non aveva agito solo sulle sue competenze tecniche, ma aveva forgiato una nuova mentalità. Lorenzo era evaso dal recinto dello spettatore.
Fare cinema, per fare emergere le eccellenze
Questa emancipazione è il cuore del metodo che abbiamo definito Professional Tutoring. Come analizzato proprio su queste pagine a proposito delle nuove generazioni e del mondo del lavoro, i giovani di oggi non accettano più il concetto di “gavetta” intesa come sterile anticamera. Le Generazioni Z e Alpha cercano esperienze lavorative che siano coerenti con i loro valori e che restituiscano un senso immediato al loro percorso di sviluppo personale. Per rispondere a questa sete di significato, siamo andati oltre la simulazione didattica.
Abbiamo inserito quasi 100 giovani allievi direttamente nei flussi di lavoro di una grande produzione seriale (la puntata pilota della serie tv Il Gorilla, basata sul romanzo di Sandrone Dazieri, con la produzione esecutiva di The Family Film e la regia di Stefano Quaglia), mettendo nelle loro mani strumentazioni di standard hollywoodiano, come le cineprese ARRI. Altri 17 studenti sono volati all’estero, operando come vere e proprie maestranze su set internazionali per la realizzazione di documentari tra il Benin, il deserto del Marocco e il Nord Europa. Non hanno “giocato a fare cinema”; hanno fatto cinema, misurandosi con le complessità etiche, logistiche e culturali del mondo reale.
Questa assunzione di responsabilità ha generato cortocircuiti virtuosi straordinari. Quando, a causa di un’emergenza istituzionale esterna, ci siamo trovati senza il partner deputato alla realizzazione della colonna sonora de Il Gorilla, non abbiamo esternalizzato il lavoro. Abbiamo affidato la composizione delle musiche originali a una nostra dottoranda di ricerca, Maria Socci, che in tandem con la musicista Margherita Zobel ha firmato una colonna sonora di livello internazionale. È la prova che, se messi nelle condizioni di operare, i nostri giovani permettono di non dover cercare altrove le eccellenze.
L’evasione dal recinto dello spettatore passa anche dal dominio critico delle nuove tecnologie. In un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale Generativa rischia di diventare la nuova “scatola nera” dell’immaginario – uno strumento potente, ma tutt’altro che neutrale – l’educazione alla distanza critica diventa vitale. Con il progetto Lectio Digitalis, una docuserie sperimentale (regia Luigi Patti, direzione artistica Vittoria Mascellaro), i nostri ragazzi hanno utilizzato l’IA non come scorciatoia passiva, ma come strumento d’indagine per riattivare archivi storici e creare saggistica visiva, imparando a governare l’algoritmo anziché subirne i pregiudizi latenti.
Per un Hub del Mediterraneo
Il progetto C-FABIT dimostra che il Sud Italia non deve rassegnarsi a essere una pittoresca “location” per le produzioni altrui. Mappando i professionisti locali e creando infrastrutture tecnologiche d’avanguardia, si sono gettate le basi per un vero Hub del Mediterraneo che stiamo costruendo insieme ai nostri partner accademici in Turchia e a Malta. L’inclusione lavorativa e la formazione di standard globale sono la risposta più forte alla fuga dei cervelli.
Restituire ai giovani la capacità di leggere e scrivere il proprio immaginario significa dar loro il potere di tracciare il proprio sentiero, scegliendo di restare nel Mezzogiorno non per rassegnazione, ma perché è qui che adesso si sta costruendo il futuro.
Gianpiero Vincenzo, docente all’Accademia di Belle Arti di Catania, è responsabile scientifico del progetto Cinematic Futures: Bridging Art, Technology, and Interdisciplinary Training.









