Nella Siria che cerca un nuovo inizio dopo lunghi anni di guerra, repressione e paura, non basta aprire le porte delle prigioni, né innalzare slogan sulla giustizia e sulla riconciliazione, se non si apre anche il dossier degli scomparsi, dei sequestrati e dei dispersi: siriani e stranieri, musulmani e cristiani, civili, attivisti, religiosi e giornalisti. Tra i nomi che non devono restare sospesi nell’oscurità c’è quello di padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano che amò la Siria, vi visse, servì la sua gente, e poi scomparve a Raqqa il 29 luglio del 2013.
Svelare il destino di padre Paolo non è soltanto una richiesta italiana o ecclesiale; è una richiesta siriana, morale, nazionale e umana. Quest’uomo non è stato una presenza passeggera nella storia della Siria, né un visitatore straniero giunto nei giorni della tragedia per poi andarsene. Egli ha fatto della Siria una patria spirituale, del monastero di Mar Musa al-Habashi uno spazio d’incontro tra cristiani e musulmani, del dialogo una via per resistere all’odio, e dello stare dalla parte della dignità umana una missione per la quale ha pagato il prezzo di un’assenza crudele che continua da oltre un decennio.
Se la nuova Siria vuole davvero partire dalla verità e non dal silenzio, dalla giustizia e non dalla sepoltura della memoria, allora il caso di padre Paolo deve essere uno dei dossier immediatamente aperti davanti alle nuove autorità siriane: non come il caso di un religioso straniero soltanto, ma come una prova precoce del significato dello Stato, del significato della giustizia, e del diritto delle persone a conoscere il destino di chi è scomparso nel buio della guerra, della tirannide e dell’estremismo.
Chi è padre Paolo Dall’Oglio?
Padre Paolo Dall’Oglio è nato a Roma nel 1954, entrò nella Compagnia di Gesù, studiò l’arabo, l’islam e la teologia, e il suo nome si legò alla Siria fin dagli anni Ottanta. Nel 1982 conobbe il monastero di Mar Musa al-Habashi, un antico monastero siriaco situato nei pressi della città di Nabk, a nord di Damasco, allora in stato di rovina e abbandono. Padre Paolo non trattò quel luogo come una semplice pietra antica, ma come una missione spirituale e civile capace di tornare alla vita.
Per lunghi anni ha lavorato al restauro del monastero e contribuito alla fondazione di una comunità monastica aperta, facendo di Mar Musa un centro di preghiera, ospitalità e dialogo islamo-cristiano. Per lui il dialogo non era una cortesia diplomatica, ma una fede profonda nella capacità dei siriani, con tutte le loro religioni, confessioni ed etnie, di vivere insieme se liberati dalla paura, dal dispotismo e dall’estremismo.
I siriani lo conobbero come “Abuna Paolo”, padre Paolo. Parlava arabo, visitava villaggi e città, sedeva con musulmani e cristiani, accoglieva giovani, ricercatori, attivisti e pellegrini, e credeva che la Siria non fosse soltanto una geografia politica, ma una rara terra d’incontro spirituale e umano nel Levante.
Paolo Dall’Oglio fu tra coloro che compresero la Siria dall’interno, non attraverso i rapporti delle ambasciate né attraverso i calcoli ristretti della politica. Vide nella sua diversità una forza, non un pericolo; nella sua pluralità una benedizione, non una minaccia; e nella sua gente la capacità di costruire un Paese libero, se fosse uscita dalla prigione della paura. Per questo la sua presenza in Siria non fu un soggiorno passeggero, ma un’appartenenza spirituale e morale profonda.
La sua posizione sulla rivoluzione siriana
Con lo scoppio delle proteste siriane nel 2011, padre Paolo non rimase spettatore. Invocò la riforma, respinse la violenza, criticò la repressione e si schierò con il diritto dei siriani alla libertà e alla dignità. Non fu un predicatore di guerra, né parte di un progetto politico armato; fu piuttosto una voce morale che diceva che la dignità umana non può essere rinviata, e che il futuro della Siria non si costruisce con la paura, l’uccisione e l’arresto.
Per le sue posizioni, divenne persona non gradita al regime di Bashar al-Assad, e fu costretto a lasciare la Siria nel 2012 dopo lunghi anni di residenza e servizio nel Paese. Tuttavia, il suo legame con la Siria non si interruppe. Il suo cuore rimase con i siriani, ed egli restò convinto che la sua missione non finisse ai confini dell’esilio.
La posizione di padre Paolo fu scioccante per il regime, perché infranse una delle sue narrazioni più importanti: quella secondo cui esso proteggeva i cristiani e le minoranze. Venne un monaco cristiano, vissuto tra i siriani e profondo conoscitore della società siriana, a dire che la protezione dei cristiani non passa attraverso la protezione della dittatura; che la sicurezza delle minoranze non si costruisce schiacciando la maggioranza; e che la convivenza non la fabbricano i servizi segreti, ma la libertà, la giustizia e la cittadinanza.
Da qui padre Paolo divenne un avversario morale del regime prima ancora che un avversario politico. Non portò armi, non guidò una fazione, non invocò vendetta; ma portò ciò che è più pericoloso per i tiranni: una parola di verità, una testimonianza morale, e una presenza cristiana siriana nel significato più profondo, capace di smascherare la menzogna del regime su se stesso.
Il ritorno nel nord della Siria e la scomparsa a Raqqa
Nel luglio 2013, padre Paolo rientrò in territorio siriano attraverso il Nord, in una fase in cui ampie aree erano ormai fuori dal controllo del regime, e Raqqa era precipitata nel vortice del dominio dei gruppi armati, tra cui lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, poi noto come ISIS.
Padre Paolo andò a Raqqa spinto dal desiderio di comunicare e mediare. Secondo diverse ricostruzioni, cercava di intervenire per ottenere la liberazione di persone sequestrate, proteggere civili o aprire un canale di negoziato con le forze che controllavano la città. Il 29 luglio 2013 scomparve a Raqqa. Da quel giorno, non sono più giunte sue notizie attendibili.
La versione più diffusa indica che a sequestrarlo sia stato l’ISIS. In seguito si disse molto: che fosse stato ucciso, che fosse rimasto prigioniero, che il suo corpo potesse essere stato sepolto in un luogo ignoto; e di tanto in tanto emersero notizie non confermate sul possibile ritrovamento dei suoi resti. Ma la verità definitiva non è stata annunciata fino a oggi. Né la sua famiglia ha ottenuto una risposta, né i suoi compagni di Mar Musa, né la Chiesa, né i siriani che lo conobbero e lo amarono.
Padre Paolo scomparve in una delle fasi più buie della Siria, quando dispotismo ed estremismo si incrociavano nello schiacciare l’essere umano siriano. Il regime uccideva, arrestava e deportava; l’ISIS rapiva, sgozzava e faceva sparire. Tra questi due inferni si perse il destino di un uomo che scelse di essere messaggero di dialogo nel tempo dell’uccisione, e voce di pace nel tempo della follia.
La versione dell’ISIS e la responsabilità del regime siriano
Richiamare la versione più diffusa, secondo cui fu l’ISIS a sequestrare padre Paolo Dall’Oglio a Raqqa, non significa in alcun modo assolvere l’ex regime siriano né escludere la possibilità di una sua responsabilità diretta o indiretta nel destino del gesuita. Il regime che ha creato la prigione di Saydnaya, trasformandola in simbolo di morte, sparizione e tortura, non può essere considerato un soggetto estraneo all’eventualità dell’uccisione di un religioso che si schierò con i siriani, criticò il dispotismo e difese la libertà e la dignità delle persone.
Padre Paolo fu un bersaglio politico e morale del regime, prima ancora di essere una possibile vittima dell’ISIS. Il regime mal sopportò la sua voce, lo espulse dalla Siria a causa delle sue posizioni e vide in lui un testimone pericoloso, perché infrangeva l’immagine che cercava di vendere di sé come “protettore delle minoranze”. Paolo era cristiano, monaco, uomo di dialogo, eppure si schierò dalla parte delle richieste di libertà dei siriani. Questo, da solo, bastava a rendere la sua presenza fastidiosa per un regime che aveva costruito il proprio potere sulla paura, sulla menzogna e sul monopolio della rappresentanza delle comunità confessionali.
Perciò, qualsiasi indagine seria sulla scomparsa di padre Paolo non deve confinarsi a una sola ipotesi. Sì, bisogna indagare sulla versione del suo sequestro da parte dell’ISIS a Raqqa, esaminare le prigioni del gruppo, le sue fosse comuni, i suoi documenti e le testimonianze dei sopravvissuti. Ma bisogna anche aprire l’ipotesi del coinvolgimento degli apparati dell’ex regime siriano, della loro conoscenza dei fatti, del loro eventuale beneficio o della loro manipolazione del dossier, soprattutto perché la storia del regime nei sequestri, nelle uccisioni e nelle sparizioni rende moralmente e professionalmente inaccettabile escluderne la responsabilità.
Chi ha creato Saydnaya, chi ha fatto sparire decine di migliaia di siriani, chi ha ucciso sotto tortura, chi ha usato le comunità confessionali come scudi politici, non esiterebbe a colpire un uomo di religione, se vedesse in lui una minaccia alla propria narrazione e al proprio potere. Per questo, la ricerca della verità sul destino di padre Paolo deve restare aperta a tutte le ipotesi: ISIS, ex regime, reti di sequestri, complicità, scambi di prigionieri, e ogni soggetto che abbia posseduto autorità, informazioni o capacità di nascondere la verità.
La giustizia non si fonda sull’adozione di una versione pronta, né sull’assoluzione di una parte perché l’accusa più semplice ricade su un’altra. La giustizia comincia da una domanda semplice e coraggiosa: chi ha sequestrato padre Paolo? Chi lo ha consegnato? Chi lo ha detenuto? Chi lo ha ucciso, se è stato ucciso? E chi conosce la verità e ha taciuto?
Perché le nuove autorità siriane devono aprire il suo dossier?
Se le nuove autorità siriane vogliono fondare una legittimità basata sulla giustizia e non sulla mera vittoria, sono chiamate ad aprire il dossier di padre Paolo Dall’Oglio con serietà e trasparenza: non come un caso isolato soltanto, ma come parte di un grande dossier nazionale, quello degli scomparsi, dei sequestrati e dei dispersi in Siria.
Svelare il suo destino sarà un messaggio all’interno e all’esterno: la nuova Siria non teme la verità. Sarà un messaggio alle famiglie dei dispersi: il diritto di sapere non decade con il tempo. E sarà un messaggio al mondo: la dignità dell’essere umano, siriano o straniero, musulmano o cristiano, non è soggetta ai calcoli politici.
Raqqa, teatro dei crimini dell’ISIS, custodisce una memoria pesante: prigioni segrete, sedi di sicurezza del gruppo, fosse comuni, testimonianze di sopravvissuti e nomi di vittime di cui non si conosce la fine. Ma anche Damasco, Saydnaya, le sedi dell’intelligence e le prigioni del regime custodiscono una memoria ancora più pesante, più organizzata e più brutale. Non si può costruire una pace vera in Siria senza un’indagine nazionale e professionale su tutta questa memoria, non su una parte soltanto.
Per questo, il caso di padre Paolo deve essere inserito in un meccanismo ufficiale e ampio per la ricerca dei dispersi, in collaborazione con le famiglie delle vittime, le Chiese, le organizzazioni siriane e internazionali per i diritti umani, gli esperti di medicina legale, le autorità locali di Raqqa e chiunque possieda un archivio, una testimonianza o un’informazione.
Aprire questo dossier non è soltanto un gesto simbolico. È un atto politico e morale che dice che la nuova Siria non erediterà dalla vecchia Siria l’abitudine di seppellire la verità, e non permetterà che il destino degli esseri umani resti materia di dicerie, mercanteggiamenti o silenzio.
Che cosa si chiede concretamente
Alle nuove autorità siriane non si chiede una dichiarazione passeggera di solidarietà, ma passi chiari.
- Annunciare l’apertura di un’indagine ufficiale sulla scomparsa di padre Paolo Dall’Oglio e indicare l’organo giudiziario o per i diritti umani incaricato di seguire il dossier.
- Raccogliere tutte le testimonianze relative alla sua presenza a Raqqa prima della scomparsa, al percorso dei suoi spostamenti, alle ultime persone che lo hanno incontrato e ai soggetti con cui entrò in contatto.
- Esaminare gli archivi delle ex sedi e prigioni dell’ISIS a Raqqa e nei dintorni, e ascoltare i sopravvissuti, gli ex detenuti e gli operatori locali che vissero quella fase.
- Aprire gli archivi degli apparati dell’ex regime siriano, delle sue prigioni e delle sue branche di sicurezza, e verificare le informazioni, i rapporti o le comunicazioni posseduti su padre Paolo prima della sua espulsione e dopo la sua scomparsa.
- Indagare su ogni possibile coordinamento, manipolazione o scambio di informazioni tra soggetti legati all’ex regime e organizzazioni armate o reti di sequestro attive in quella fase.
- Esaminare le fosse comuni e i siti sospettati di contenere vittime dell’organizzazione o del regime, secondo gli standard della medicina legale e della preservazione delle prove, in collaborazione con esperti indipendenti, affinché la verità non si trasformi in una voce o in una notizia politica non verificata.
- Avviare un contatto ufficiale con la famiglia di padre Paolo, la Compagnia di Gesù, il monastero di Mar Musa, le autorità italiane e vaticane, e informarli di qualsiasi risultato preliminare, prova o campione che richieda comparazione e analisi.
- Collegare il caso di padre Paolo alla vicenda di tutti gli scomparsi in Siria, senza separarlo da essa. Come la famiglia di padre Paolo ha il diritto di sapere, così decine di migliaia di famiglie siriane hanno il diritto di sapere dove siano i loro figli e le loro figlie.
Padre Paolo e la Siria che sognava
Padre Paolo Dall’Oglio non fu estraneo al dolore dei siriani. Scelse di essere vicino a loro nel tempo della paura, scelse di credere nel dialogo nel tempo della frattura, e scelse di andare a Raqqa quando molti fuggivano da essa. Si può discutere sulle sue scelte politiche o spirituali, ma è difficile negare che sia stato uno di coloro che amarono sinceramente la Siria e pagarono un prezzo altissimo per questo amore.
Svelare il suo destino non restituisce gli anni perduti e non cancella il crimine del sequestro, ma restituisce dignità alla verità. La verità è il primo passo verso la giustizia, e la giustizia è il primo passo verso una riconciliazione reale, non fondata sull’oblio imposto.
O nuove autorità della Siria: aprite il dossier di padre Paolo Dall’Oglio. Apritelo con coraggio, professionalità e rispetto per il diritto della sua famiglia e dei siriani alla conoscenza. Non lasciate che l’uomo che costruì ponti tra i siriani resti disperso nel buio del crimine e dell’abbandono. Non lasciate che la nuova Siria inizi la sua vita ereditando il silenzio della vecchia Siria.
Non lasciate che la versione dell’ISIS diventi una porta per chiudere il dossier, né che i crimini dell’ex regime si nascondano dietro i crimini delle organizzazioni estremiste. La verità in Siria non si divide, e un assassino non viene assolto perché un altro assassino si trovava nello stesso luogo.
Il destino di padre Paolo non è un dettaglio nella memoria siriana. È una domanda sul significato dello Stato, sul significato della giustizia, e sul significato della verità come diritto pubblico, non come concessione di qualcuno.
Per padre Paolo, e per ogni scomparso, sequestrato e fatto sparire, va detto con chiarezza: non vi è pace senza verità, non vi è giustizia senza svelare il destino dei dispersi, e non vi sarà una nuova Siria costruita sopra le fosse del silenzio.









