Quei quattro ragazzi fucilati sul Carso

A Basovizza, piccolo borgo triestino, il 6 settembre di ogni anno si ricorda la morte, avvenuta nel 1930, di quattro giovani antifascisti italiani di lingua slovena e croata, che difendevano le loro origini culturali dalle vessazioni del regime. E oggi sono soprattutto i ragazzi a tenere vivo il loro ricordo

Foto: Aleš Sila, CC BY 3.0.

Ogni anno, nei primi giorni di settembre, la vita della comunità slovena in Italia è scandita da uno specifico nome di località: Bazovica, Basovizza in italiano. Si tratta di un piccolo borgo del Carso triestino dove, all’alba del 6 settembre 1930, quattro giovani, cittadini italiani ma dal punto di vista dell’identità nazionale e linguistica tre sloveni e un croato, vennero fucilati perché condannati a morte dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.

Erano gli anni in cui il fascismo aveva definitivamente rimosso le ultime vestigia dello stato liberale, togliendo la libertà a tutto il Paese – nel caso della Venezia Giulia, togliendo anche la libertà di avere un’identità nazionale e linguistica diverse. Le terre dell’Adriatico orientale, la cui ricchezza culturale è tale non malgrado, ma proprio a causa del loro essere terra di contatto, di commistione, di contaminazione, conoscevano così un nuovo capitolo di violenza e sofferenza, dopo il primo, rappresentato dalla Grande Guerra, a sua volta anticipata da decenni in cui le contrapposizioni nazionali erano montate. E ciò, pur non andando mai a esaurire la complessità di un territorio in cui la domanda “ma tu chi sei?” quasi mai si risolveva solo e soltanto in una risposta nazionale “sono un italiano/sloveno/croato”.

La lotta per l’identità

La politica snazionalizzatrice fascista determinò una resistenza da parte slovena e croata. Dapprima legalitaria, finché fu possibile, poi illegale e progressivamente anche disposta a rispondere alla violenza con la violenza. TIGR e Borba, i nomi delle due organizzazioni fondate nel 1927 illegalmente sul territorio, dicono già tutto: TIGR è un acronimo, sta per Trst Istra Gorica Reka/Rijeka, ovvero Trieste, Istria, Gorizia, Fiume – un irredentismo al contrario rispetto a quello italiano di inizio secolo; Borba significa lotta.

Azioni tremende come il rogo di edifici scolastici. Scuole elementari, che le comunità del territorio avevano faticosamente ottenuto – e spesso costruito in prima persona – negli ultimi decenni della monarchia asburgica, scuole che rappresentavano una speranza di emancipazione, erano diventate sotto il fascismo strumento di violenta assimilazione e italianizzazione. E quindi quei roghi significavano voler dare fuoco allo stesso edificio in cui magari dieci o quindici anni prima chi lo appiccava aveva imparato a leggere e scrivere nella propria lingua, ora proibita. Scontri in Istria, in occasione delle elezioni farsa del 1929. Violenza con le bombe, al Faro della Vittoria e al quotidiano fascista Il Popolo di Trieste, all’inizio del 1930, in quest’ultimo caso anche con la morte di un redattore – non voluta, ma possibilità implicita nel momento stesso in cui alle bombe si ricorreva.

La reazione del regime fascista

Ma il regime replicò. Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato – istituito dal Regime per combattere ogni opposizione e di cui fa impressione la percentuale di condanne emanate contro sloveni e croati, se paragonata alla percentuale che queste popolazioni rappresentavano sul totale degli abitanti del Regno – fra 1929 e 1930 venne a Pola e a Trieste. Nel 1929 moriva a Pola Vladimir Gortan. Nell’estate 1930 Anton Gropajc, portato a Roma perché il regime potesse “spremerlo”, moriva gettandosi da una finestra di Regina Coeli. Nel settembre 1930 il Tribunale speciale condannava quattro giovani (da 22 a 34 anni) a morte: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš, Alojz Valenčič.

Bazovica è così diventata per gli sloveni uno dei nomi simbolici della sofferenza durante il Ventennio fascista – e della lotta contro il Regime. È un luogo affascinante della storia europea, perché è noto, anche se per motivi molto diversi, in due Stati vicini, oggi amici: se per uno studente italiano il nome Basovizza sarà associabile soprattutto al monumento nazionale della Foiba di Basovizza, per uno studente sloveno Bazovica sarà il luogo della fucilazione degli Eroi di Basovizza (così sono noti fra gli sloveni).

Per un’Europa di pace

Basovizza – Bazovica è oggi un luogo di pace e di dialogo. Nel 2020 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’allora Presidente della Slovenia Borut Pahor si recarono a deporre una corona a entrambi i monumenti, mano nella mano e, in un’Europa tornata negli ultimi anni teatro di guerre e conflitti, gli esempi e i simboli di pace e riconciliazione sono disperatamente necessari. Andare a rendere omaggio alle due Basovizze, esser almeno consapevoli della loro esistenza, non è scontato: ma è, forse, un piccolo contributo che si può dare in un mondo in cui ricordare la riconciliazione, e come arrivarci, è forse ancora più importante che ricordare i conflitti.

Ogni anno, l’inizio di settembre è pieno di eventi e di occasioni di confronto, a partire dalla cerimonia solenne che si tiene come ogni anno alle ore 15 la prima domenica dopo il 6 settembre, anniversario della fucilazione, presso il monumento sulla landa di Basovizza; ma con tante altre cerimonie di contorno. Il 6 settembre, una giovane voce ogni anno parla a Trieste, al cimitero di Sant’Anna, dove un monumento indica il luogo della sepoltura dei quattro, luogo la cui ubicazione è stata gelosamente tenuta segreta dal regime sino al 1945. E ogni anno, all’alba dello stesso giorno, alle 6.43, ora esatta dell’anniversario, le parole e gli scritti dei fucilati risuonano di nuovo presso quel monumento, lette da giovani voci. E anche nella vicina Slovenia, nella capitale Lubiana e a Kranj, dove già nel 1931 stava un monumento, uno dei primi monumenti a caduti antifascisti in Europa.

La maggior parte delle iniziative si svolge in lingua slovena; ma la cerimonia principale delle ore 15 di domenica 6 settembre, sin dalla sua prima edizione nel 1945, ha sempre previsto relatori sia in lingua slovena che italiana. E durante tutto l’anno sono tante le scuole, che si recano a visitare quel piccolo monumento in mezzo al verde dalla vicina Slovenia. Durante gli ultimi anni anche le scolaresche provenienti da altre parti d’Italia iniziano a far capolino.

Un’Europa di pace, di empatia e di comprensione della memoria del vicino. Se non nelle aree di confine, dove cercarla e dove costruirla?

 


Štefan Čok, storico triestino di lingua slovena, lavora presso la Biblioteca Nazionale Slovena e degli Studi di Trieste. Dalla primavera del 2026 è Presidente del Comitato per le Onoranze degli Eroi di Basovizza che opera presso la stessa Biblioteca.

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