La scuoletta tra le baracche e la mia vita con i Rom

Per oltre trent’anni Maria Gabriella De Luca ha scelto di stare accanto agli “zingari”, dalla “loro parte”, ai margini, tra fango, polvere e servizi inesistenti. Una battaglia quotidiana fatta di piccoli miracoli e grandi delusioni, che ci costringe a guardare dove troppo spesso scegliamo di chiudere gli occhi

foto: Peppe64 Wikimedia CC BY-SA 3.0

Era un giorno come tanti, ormai più di trent’anni fa, una splendida giornata autunnale, come solo la Calabria sa regalare: il cielo terso era di un azzurro intenso, un sole tiepido brillava in tutta la sua bellezza, una leggera brezza scompigliava il cuore e i capelli. Non sapevo che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita. Sarei andata insieme ad altri operatori a conoscere la comunità Rom che vive in via Lucrezia della Valle, un quartiere a sud di Catanzaro. Avevo accettato di partecipare ad un progetto che prevedeva anche l’alfabetizzazione dei minori.

Quella mattina mi ero alzata con un peso al cuore, avevo dormito male, mi ero quasi pentita di aver accettato, ma decisi di andare, avrei avuto sempre il tempo di decidere.

Quello che trovai, quello che vidi, andava oltre qualsiasi immaginazione; restai senza parole, non riuscivo a capacitarmi come fosse possibile che alle porte della nostra città, e alle soglie del terzo millennio, potesse esistere una realtà di quel genere, dominata da esclusione, abbandono, degrado. Non so cosa accadde dentro di me, ma in quel preciso istante decisi che non avrei girato la testa dall’altra parte, che avrei chiesto a loro di aiutarli. Un sostegno reciproco, un lavoro condiviso, il puntello che quotidianamente avremmo messo assieme per costruire un rapporto di fiducia.

Per riuscire a capirsi

Insegnare a leggere e scrivere non mi sembrava una cosa difficile fin quando non ho conosciuto i bambini Rom. Non riuscivano a stare fermi a lungo, l’attenzione durava veramente poco, impugnavano la matita come se fosse un’arma e quando scrivevano bucavano i fogli, non capivano noi insegnanti e noi non capivamo loro, la loro parlata era un miscuglio dei dialetti di tutti i paesi in cui si erano fermati quando praticavano il semi-nomadismo stagionale.

Come si suol dire, “mi sono rimboccata le maniche”, mi sono immersa nello studio della loro storia e della loro cultura, ho cercato metodi di insegnamento che mi potessero permettere di essere più incisiva nella mia opera di alfabetizzazione. Ho adottato il Metodo Doman, utilizzato con i disabili, e non me ne vergogno. Ho utilizzato il circle time per abituarli a parlare e raccontare, i giochi-esercizi, mutuati dal Teatro dell’Oppresso, per insegnare loro la laterizzazione. Le ho veramente provate tutte, e i risultati lentamente si sono fatti vedere, rincuorandomi.

La scuoletta e gli altri cambiamenti

Nei lunghi anni vissuti con la comunità di via Lucrezia della Valle ho assistito a tanti piccoli, ma significativi cambiamenti. Ho visto costruire le prime casette in muratura, con un patio aperto dove si svolgeva la maggior parte della vita quotidiana. Le comunità Rom hanno sempre avuto una concezione diversa dello spazio, non esiste differenza tra privato e pubblico, la casa serviva per lo più per dormire. Io ho sempre apprezzato molto il loro modo di gestire lo spazio e le relazioni; capitava che la finestra che il giorno prima era su una facciata della casa il giorno dopo la trovavi murata, e una nuova finestra compariva su un’altra facciata, perché si era litigato con la famiglia accanto. Lo spazio non è per loro un’entità fisica, diventa memoria, si fa racconto, in una concezione in cui abitare, soggiornare, perde significato e va oltre le quattro mura di una casa.

I ragazzi andavano alle scuole pubbliche, ma con molte difficoltà. Riuscii a costruire, all’interno dell’accampamento, una piccola struttura in legno, che per tutti diventò la “scuoletta”: iniziai col dopo-scuola il pomeriggio, e l’alfabetizzazione delle mamme la mattina.

Per far aumentare la frequenza scolastica dei bambini, decisi di fare il servizio-sveglia: tutte le mattine, per anni, alle 7:30 ero già in accampamento a destare i bambini dal letto. È stato uno dei lavori più duri che abbia fatto, tutte le mattine, con il caldo, il freddo, la pioggia, non è stato facile invadere la loro privacy di primo mattino, entrando nelle case, ma era l’unico modo per costringere questi bambini a una frequenza regolare. Comunque, iniziare la giornata con loro diventò una piacevole consuetudine, che tra l’altro mi permetteva di avere il polso della situazione a scuola. Un’esperienza e un vissuto non facile per loro da sopportare, un luogo in cui purtroppo si perpetuava la discriminazione e la subdola violenza dell’esclusione.

Una grande conquista fu quando le donne mi chiesero di insegnare loro a leggere e scrivere; i loro figli andavano a scuola e loro si vergognavano di non saper fare neppure la propria firma.

Iniziò il mio cammino con le donne che andò oltre lo “scrivere” e il “leggere”. La scuoletta, nata come una scommessa diventò anche altro, non solo insegnamento, ma momento di riflessione, in cui ci si raccontava, si parlava del passato, si sognava un futuro diverso. Scoprii così storie di solitudine, di emarginazione, ma anche di ribellione. Sofia decise di rifiutare i matrimoni imposti, e benché avesse 27 anni e venisse considerata da tutti una zitella, sognava l’amore e riuscì a trovarlo. Damiana prese la decisione di mandare i figli in una scuola lontana da dove viveva, e nonostante venisse criticata da tutta la comunità perseverò nel suo intento, tra mille difficoltà.

Quando tutto finisce

Oggi la scuoletta non c’è più. Qualche anno fa mi sono resa conto di essere da sola a combattere contro un muro di gomma perché nessuno, scuola, Istituzioni, gente comune, ha dato credito al mio lavoro e soprattutto, nei fatti, non voleva saperne di diritti e di contrasto alla discriminazione.  Era giunto il momento di fermarmi. E lo feci facendo mia una frase della mia allieva Damiana, che con la sua genuina franchezza e semplicità mi ripeteva «Gabriella, è inutile combattere, a questo mondo le cose belle non piacciono a nessuno».

È terminata così, dopo oltre trent’anni un’esperienza che ha cambiato per sempre la mia vita e, ne sono certa, l’ha resa migliore. Oggi, libera dall’urgenza di combattere e di difendere, mi godo la ricchezza dei legami costruiti e delle vite di cui ancora mi sento parte.

 

 


Maria Gabriella De Luca, cosentina di nascita, vive a Catanzaro. Nel 1982 si è laureata in Filosofia all’Unical e l’anno successivo ha iniziato a frequentare la comunità Rom del capoluogo calabrese. Ha collaborato con la Caritas e nel 2000 ha fondato l’associazione Terra di Confine Onlus. Ha raccontato la sua esperienza nel libro La mia vita con i Rom. Storia di una scuola tra le baracche, pubblicato dalla casa editrice il Millimetro.

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