Paulo Freire e il soldato golpista nei verbali degli interrogatori. Il carcere e la fuga all’estero per aver insegnato l’alfabeto

Due uomini nella stessa stanza: un colonnello e un pedagogista. Uno interroga l’altro. L’incontro è teso, non potrebbe essere altrimenti. Sono in gioco due opposte visioni del mondo... I testi di quell'interrogatorio sono ora pubblicati nel libro “Il soldato e il professore”

Brasile. Dopo il colpo di Stato militare del 1964, il pedagogista Paulo Freire viene arrestato per oltre settanta giorni e interrogato due volte. La sua attività educativa, orientata a liberare gli oppressi attraverso l’educazione, è vista con sospetto dal regime militare, che lo considera un sovversivo.

Gli interrogatori del tenente colonnello Hélio Ibiapina si svolgono il primo luglio, due settimane dopo l’arresto, e il 16 settembre. I documenti dell’inchiesta, noti agli storici e agli specialisti, vengono riportati integralmente, annotati e contestualizzati nel libro Il soldato e il professore, pubblicato da Bibliotheka. Per gentile concessione dell’editore, proponiamo alcune pagine dell’introduzione, firmata dalla curatrice del volume Joana Salém Vasconcelos, storica brasiliana, docente all’Università Federale di ABC di Santo André e coordinatrice editoriale della rivista “Latin American Perspectives”.

 

Nel 1964, Paulo Freire fu arrestato due volte.

La prima, il 16 giugno (compleanno di sua moglie Elza), fu prelevato a casa da due soldati e la sua destinazione rimase sconosciuta per più di 24 ore. Alcuni ufficiali arrivarono a negare che Freire fosse detenuto, nonostante la sua famiglia avesse assistito all’arresto. In seguito, ammisero che era incarcerato presso la 2ª Companhia das Guardas di Recife. […]

Freire rimase in carcere per più di settanta giorni, tra giugno e settembre del 1964, nella 2ª Companhia das Guardas di Recife, nel 14° Reggimento di Fanteria di Recife e nel carcere di Olinda. Subì l’inizio della detenzione in una cella di isolamento, larga appena 60 centimetri e lunga 1,7 metri, con «pareti di cemento ruvido, [dove] non era possibile appoggiare il corpo», come avrebbe ricordato in seguito. Oltre a lui, decine di educatori e alfabetizzatori del Serviço de Extensão Cultural dell’Universidade do Recife – oggi Universidade Federal do Pernambuco – impegnati nella pratica della sua pedagogia divennero prigionieri politici, nei primi mesi della dittatura, per lo stesso motivo: alfabetizzare gli adulti.

Nel 1960, l’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística rilevò che il 40% della popolazione con più di quindici anni non sapeva leggere né scrivere. Di conseguenza, non poteva votare. Nella riforma elettorale del presidente João Goulart era prevista la possibilità di voto per gli analfabeti.

Il 31 marzo 1964 Freire si trovava a Brasilia. Prima di tornare a Recife, si era nascosto per circa un mese nella casa di Luiz Bronzeado, un amico deputato dell’União Democrática Nacional, partito di destra che aveva sostenuto il golpe. Nel frattempo, all’Universidade do Recife, il suo ufficio fu invaso e messo a soqquadro dai militari, che confiscarono e distrussero «dodici quadri dipinti da Francisco Brennand per illustrare le lezioni di alfabetizzazione con il metodo Paulo Freire». Uno di essi rappresentava un lavoratore rurale con un fucile da caccia e faceva parte della situazione esistenziale numero 4 dei circoli di prealfabetizzazione su natura e cultura. Fu interpretato dai militari come un incentivo alla lotta armata. «Tu pensa», ricordò Freire, «si diceva che quello fosse il modo in cui si addestravano i guerriglieri». […]

La cultura fa paura

I registri delle Inchieste di Polizia Militare contro Paulo Freire indicano che egli fu interrogato due volte dal tenente colonnello Hélio Ibiapina Lima, leader del colpo di stato a Pernambuco e comandante dell’apparato di vigilanza e repressione nello Stato.

Membro della cosiddetta “linea dura”, colui che interrogava Paulo Freire era capo della 2ª Sezione del Comando Militare del Nordest, noto anche come 4º Esercito. Si dedicò a dare la caccia a quelli che chiamava «comunisti travestiti da angeli» e «sovversivi travestiti da riformatori».

Ibiapina era amico dei proprietari del Jornal do Commercio, li incontrava spesso e teneva una rubrica sul quotidiano intitolata “Lettere allo zio Ibi”. Diceva che «la sociologia è uguale al leninismo» e che esistevano «preti comunisti che non sanno di essere comunisti». […]

Il primo interrogatorio di Hélio Ibiapina con Paulo Freire avvenne il 1° luglio del 1964, quindici giorni dopo la sua “custodia cautelare”. Nel fascicolo della Delegacia de Segurança Pública di Pernambuco risultava che Freire «era uno dei responsabili della sovversione nel campo dell’alfabetizzazione degli adulti» e che «tale sovversione veniva realizzata con risorse finanziarie del governo federale stesso, con l’aiuto dell’Alleanza per il Progresso».

Ironicamente, i militari brasiliani accusavano Freire di «tradimento della patria», ma anche di aver ingannato Lincoln Gordon, ambasciatore statunitense in Brasile, e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, finanziatrice dei suoi progetti di alfabetizzazione in collaborazione con governatori del Nordest. Freire sarebbe riuscito a «raggirare il governo con il suo “presunto metodo” di alfabetizzazione per venderlo in diverse situazioni», facendo della città di Angicos un’esperienza «di alta redditività per il movimento comunista», nella quale «la percentuale maggiore fu di “politicizzazione”, non di alfabetizzazione».

Secondo i militari, «il Movimento de Cultura Popular era la macchina del comune al servizio del comunismo internazionale» e «lì fu applicato il metodo Paulo Freire».

Quei quattromila libri

Ibiapina non era un colonnello qualunque. Oltre a comandare la repressione, le imboscate e la tortura in Pernambuco, nel 1965 fu inviato a seguire un corso alla Scuola delle Americhe, a Panama, con istruttori statunitensi. Decenni più tardi, nel 1998, Ibiapina dichiarò alla “Folha de S. Paulo”, in tono critico, che alla Scuola delle Americhe «non insegnavano a uccidere la gente» e che la formazione offerta era «molto debole». A quanto pare, le sue aspettative furono deluse: forse si aspettava contenuti più avanzati nella categoria “uccidere la gente”. […]

Paulo Freire non brevettò mai la sua pedagogia e nemmeno pretese dal governo brasiliano il pagamento di alcun diritto di proprietà intellettuale. Tuttavia, per la dittatura, egli avrebbe tratto profitto dalla vendita del suo «presunto metodo». […]

Il secondo interrogatorio ebbe luogo il 16 settembre e fu più duro e più breve. A quel punto, Freire aveva già sperimentato la cella d’isolamento e altre privazioni del carcere. Sentiva più paura e, quando fu rilasciato, alcuni giorni dopo, non era affatto libero: rimase sotto sorveglianza e obbligato a firmare un registro quotidiano in questura.

Attorno a sé vedeva amici e colleghi di lavoro licenziati, perseguitati, arrestati e torturati. Nonostante tutto, all’inizio respinse l’idea di lasciare il Paese. Solo gradualmente, e dopo quel periodo in carcere, si convinse che il pericolo che correva era reale.

Per questo, prima che si concretizzasse la sua terza incarcerazione – già annunciata – non si presentò all’interrogatorio al quale era stato convocato a Rio de Janeiro, chiese asilo all’ambasciata della Bolivia e, in ottobre, fuggì verso le Ande, in direzione dell’esilio. Era la prima volta che Freire lasciava il paese, dal momento che non aveva mai avuto nemmeno un passaporto. Lasciava alle sue spalle la sua famiglia, senza sapere quando sarebbe riuscito a portarla con sé. Ricorda di aver lasciato indietro più di quattromila libri. In Brasile sarebbe tornato solo sedici anni più tardi.

 

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