28 Ago 2026

Medea, Giuditta, Irma, Drusilla… La figura femminile tra mito, psicanalisi, arte e letteratura

Spunti per un itinerario tra mito, arte e parola, alla ricerca di figure femminili che emergano dalle ombre della storia, riappropriandosi di quella centralità che nessun pregiudizio potrà mai più cancellare

Frederick Sandys, Medea, 1868 (dettaglio)

In un intreccio indissolubile di epoche e geografie, si leva un coro di voci femminili pronto a frantumare ogni catena, per rivendicare dignità e libertà d’amare. Al chiarore di un lampione non sfilano sagome violate o comparse da custodire a vista, ma protagoniste padrone del proprio destino, vive, desiderate e finalmente rispettate. È un racconto potente, dedicato a chiunque continui a credere che la reciprocità e l’autenticità non siano un’utopia, ma l’unico lieto fine possibile.

Se si varcano i cancelli del mito classico, il confronto con Medea diventa inevitabile. Nel capolavoro di Euripide, l’eroina scardina la scena denunciando senza filtri la gabbia sociale in cui è rinchiusa la donna, condannata a un’esistenza di sottomissione fin dal vincolo matrimoniale. Medea incarna l’urlo straziante dell’alienazione: tradita, incompresa e sradicata dalla propria terra, spinge il proprio dolore fino al gesto più estremo e spaventoso — l’uccisione del figlio — pur di annientare l’uomo che l’ha calpestata, consegnandoci un ritratto d’inquietante e attualissima modernità.

Un’energia ugualmente ribelle esplode sulla tela grazie alla figura di Giuditta, l’eroina biblica trasfigurata dal pennello di Gustav Klimt. Il maestro dell’Art Nouveau scardina i canoni dell’epoca avvolgendo la narrazione in un trionfo di bidimensionalità e preziosismi dorati. Di fronte al generale assiro Oloferne che minaccia Bethulia, Giuditta non attende la fine: s’addentra nel campo nemico usando la seduzione come un’arma affilata e decapita il carnefice. Nella celebre prima versione dell’opera, il suo sguardo magnetico, superbo e spietato sfida direttamente lo spettatore, trasformando la liberatrice del popolo nella quintessenza della femme fatale.

La vera rivoluzione culturale della mente, tuttavia, prende forma quando la medicina novecentesca decide di varcare la soglia del rimosso. Per secoli, il termine isteria — derivato dal greco hystera (utero) — è servito da comoda etichetta per bollare un malessere considerato esclusivamente femminile. Fu il celebre caso di Anna O. e della sua fobia per l’acqua a segnare la svolta: intuendo i limiti dell’ipnosi, Sigmund Freud spronò la ricerca fino a fondare la psicanalisi. Dimostrando che l’isteria è un disturbo psicogenetico che non fa distinzione di sesso, la scienza ha finalmente spazzato via un secolare e ingiusto pregiudizio di genere.

Nel panorama della letteratura italiana, la risposta più poetica e profonda a questo riscatto porta la firma di Eugenio Montale. Lontano dai clichés della donna vampiro di matrice dannunziana, il poeta genovese trasfigura le sue muse in ancore di salvezza contro il “male di vivere”, evocandole con pseudonimi dal gusto dantesco:
* Irma Brandeis (Clizia): simbolo della cultura umanistica travolta dalla barbarie nazifascista, questa straordinaria intellettuale di origine ebraica diviene la Beatrice del Novecento — una creatura angelica capace di fendere il buio della storia.
* Drusilla Tanzi (Mosca): Compagna di vita, la sua forte miopia diventa paradossalmente il simbolo di uno sguardo veggente, capace di guidare il poeta oltre le apparenze, come testimoniato nei versi immortali della raccolta Satura.

Grazie a questo itinerario tra mito, arte e parola, la figura femminile riemerge finalmente dalle ombre della storia, riappropriandosi di quella centralità che nessun pregiudizio potrà mai più cancellare.

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