Siamo tutti Don Chisciotte (ma al contrario)

Don Chisciotte combatteva i mulini a vento, ma noi non combattiamo più nulla, perché viviamo dentro il miraggio, senza esserne consapevoli. Il limite di Don Chisciotte è stato la mira. Il nostro risiede nella rinuncia

Nella Spagna del Seicento, in uno spazio sospeso tra ciò che è e ciò che sembra, si muove il Don Chisciotte del romanzo di Cervantes. Un uomo qualsiasi che, a un certo punto della sua vita, decide di restaurare un’armatura appartenuta ai suoi avi e di indossarla per affrontare ciò che ritiene ingiusto. Non c’è vanità in quel gesto, solo la disperata coerenza nella decisione di essere all’altezza dei propri ideali, anche quando il mondo non glielo chiede. Il suo impulso morale è impeccabile; il problema risiede, semmai, nella sua miopia che scambia la banalità del quotidiano per una minaccia. Eppure, proprio in questo scarto di rotta, Don Chisciotte ci mostra quanto sia facile trasformare ciò che si vede in uno specchio dei nostri desideri o delle nostre paure.

La lettura qui proposta non mira a rintracciare l’intenzione letteraria di Cervantes, quanto a utilizzare il romanzo come una lente per guardare la contemporaneità. Il profondo paradosso che ne emerge è che noi siamo l’esatto contrario del cavaliere. Lui vedeva mostri dove non c’erano e partiva alla carica; noi siamo circondati da condizionamenti invisibili e restiamo fermi. Due modi speculari, e ugualmente fallimentari, di mancare l’impatto con il mondo.

Viviamo nei miraggi, senza che ce ne accorgiamo

Pensiamo a tre delle sue imprese, che lette oggi sembrano quasi una mappa delle nostre fragilità. C’è l’attacco ai mulini a vento, dove la fantasia inventa un gigante minaccioso pur di dare un senso alla spada. C’è la carica lancia in resta contro una nuvola di polvere, che si rivelerà solo un gregge di pecore, tra le sassate dei pastori. E infine c’è la sfida ai leoni del Re, quando Chisciotte pretende che si apra la gabbia del maschio per misurarsi col terrore, e la fiera, con un esito esilarante e amaro, si limita a sbadigliare voltandogli le spalle. Una farsa, certo. Ma da quella farsa il cavaliere esce trionfante, perché ha avuto il coraggio di esporsi davanti al pericolo, anche se poi questo si è sgonfiato da solo.

Qui il cerchio si chiude e l’analogia si fa stringente. Don Chisciotte proiettava la letteratura dei romanzi cavallereschi – di cui si era nutrito fino a perdere il senso della realtà – sulle cose del mondo per renderle epiche. Noi, al contrario, siamo immersi fino al collo nei mulini a vento digitali, intrappolati negli algoritmi; camminiamo obbedienti dentro il gregge del conformismo per non sentirci soli, e restiamo paralizzati davanti ai veri mali silenziosi della nostra epoca: l’isolamento, il vuoto di senso, l’incapacità cronica di sentire. La differenza è radicale e spaventosa. Il cavaliere vedeva in modo distorto, ma combatteva. L’uomo contemporaneo non vede affatto. Vive nel miraggio senza nemmeno accorgersene e, per questo, ha già rinunciato alla battaglia.

In questo labirinto di inganni, la grandezza di Cervantes sta nei comprimari. Nelle donne, prima di tutto. Dulcinea, la contadina idealizzata, è solo il fantasma relazionale di cui Chisciotte ha bisogno per andare avanti. Ma poi c’è Marcella, la pastora. Don Chisciotte la guarda da lontano e ne difende l’autonomia, mentre lei rivendica il diritto sacro di non piegarsi ai ruoli imposti dal villaggio, con una libertà che ha il sapore del nostro secolo. E poi ci sono i compagni di viaggio. Ronzinante, un cavallo magro e sfiancato che evoca in chiave ironica i destrieri epici e ci ricorda come i grandi ideali camminino spesso su gambe fragili e sgangherate. E Sancho Panza, il cui pragmatismo concreto si lascia contagiare, un po’ alla volta, dalla poesia del suo cavaliere. La terra e il cielo che camminano insieme.

La fragilità dentro di noi

La fine della storia è un colpo allo stomaco. Sconfitto dal Cavaliere della Bianca Luna – un amico travestito per riportarlo a casa – Chisciotte torna al paese, si ammala e alla fine dei suoi giorni ritrova la lucidità. Rinnega quel mondo cavalleresco di cui si era sempre nutrito e che aveva animato tutte le sue gesta, chiede perdono e trova la pace finale. Ma è una pace malinconica: la guarigione coincide con la resa.

Viene da chiedersi chi sia davvero sveglio, tra noi e lui. Don Chisciotte sbagliava la mira, ma conservava una statura tragica. Noi abbiamo perso anche la prospettiva. Non vediamo i mulini perché siamo diventati il vento che li fa girare; non vediamo le pecore perché teniamo lo stesso passo del gregge. La nostra fragilità non è un nemico esterno, è un’abitudine che ci è cresciuta dentro. Viviamo per l’applauso o per la paura di esporci, e questa stanchezza ci toglie la capacità di discernimento.

Oggi il coraggio non è caricare un mulino a vento. È difendere la bellezza. Cercarla nell’arte, nella natura, nei legami autentici. In un mondo che spinge il bello ai margini, la bruttezza prolifera per inerzia. La qualità della vita non è un dato di fatto, è una scelta quotidiana. Non si tratta di fermare il vento della modernità, ma di usarlo per pulire lo sguardo dalla polvere e ricordarsi che siamo vivi.

Il limite di Don Chisciotte è stato la mira. Il nostro risiede nella rinuncia.

 

condividi su