Come si organizza un genocidio. Ecco perché il documentario “Naza” fa arrabbiare Israele

“Naza” ha vinto il Premio speciale della giuria a Venezia, raccontando come i soldati israeliani scelgono chi colpire e come a Gaza. I registi sono israeliani, ma il Ministro della Cultura Miki Zohar si è talmente arrabbiato che ha chiesto di revocare loro la cittadinanza

foto: The Guardian/iwonderpictures.com

La forza di Naza non sta nel mostrare nuove immagini della distruzione di Gaza. Di quelle immagini il mondo ne ha viste fin troppe. Il film sposta invece l’attenzione su chi ha lavorato all’interno del sistema israeliano di sorveglianza, intelligence e selezione degli obiettivi.

Diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, Naza è il documentario prodotto da “The Guardian” e presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria nel settembre 2026.

Abraham è un giornalista investigativo e regista israeliano, già collaboratore di +972 Magazine e Local Call. Szor è direttrice della fotografia, montatrice e regista. Entrambi avevano già lavorato a No Other Land, il documentario dedicato alla vita dei palestinesi di Masafer Yatta, vincitore dell’Oscar nel 2025. Con Naza cambiano prospettiva: non guardano più soltanto alle conseguenze dell’occupazione, ma tentano di osservare il funzionamento del sistema dall’interno.

Il film si basa su interviste a 24 soldati, ufficiali e membri dell’intelligence israeliana, molti dei quali hanno operato dietro schermi, mappe, sistemi di sorveglianza e processi di identificazione degli obiettivi. Alcuni hanno nascosto la propria identità.

Quante vittime si possono accettare?

Il titolo stesso è centrale. Secondo quanto emerge dal film, “Naza” mostra i modi in cui l’esercito israeliano seleziona gli obiettivi da colpire e come, attraverso l’uso di sistemi informatici, riesca a calcolare in anticipo quanti civili potrebbero essere uccisi in ogni attacco. Se questa ricostruzione è corretta, il punto non è più soltanto quanti civili siano morti, ma quale livello di vittime civili fosse conosciuto o accettato prima di una determinata operazione.

È qui che il documentario tocca questioni essenziali del diritto internazionale umanitario: distinzione tra civili e combattenti, proporzionalità e precauzioni necessarie per limitare i danni alla popolazione.

Una delle testimonianze più gravi, riportate dal film, riguarda un caso in cui sarebbe stato considerato accettabile un numero estremamente elevato di vittime civili per colpire un singolo membro di Hamas. Si tratta di una testimonianza contenuta nel documentario e non di un fatto già accertato in sede giudiziaria. Ma proprio per questo richiede verifica e indagine indipendente.

Di chi è la responsabilità?

Naza affronta anche l’uso di sistemi tecnologici e di intelligenza artificiale nella selezione degli obiettivi. La guerra contemporanea può essere organizzata come una catena: dati, algoritmi, analisti, ufficiali, autorizzazioni, attacco. Ogni persona può sentirsi responsabile soltanto di una piccola parte del processo.

Uno degli intervistati si descrive come un semplice ingranaggio del sistema. È una frase che riassume uno dei problemi centrali del film: quando la responsabilità è distribuita tra molte persone e molte tecnologie, diventa più difficile individuare chi risponde del risultato finale. Ma un algoritmo non può essere processato e un computer non ha responsabilità morale. Le decisioni rimangono umane: qualcuno crea il sistema, qualcuno stabilisce le regole, qualcuno valuta i dati, qualcuno approva l’obiettivo e qualcuno autorizza l’attacco.

L’esercito israeliano respinge la rappresentazione proposta dal documentario e sostiene che le operazioni contro Hamas vengono condotte nel rispetto delle regole applicabili ai conflitti armati e con misure destinate a ridurre i danni ai civili. Questa posizione deve essere registrata. Tuttavia, la particolarità di Naza è che le accuse e le domande non provengono soltanto da palestinesi, organizzazioni internazionali o osservatori esterni. Provengono anche da persone che hanno lavorato all’interno delle strutture militari e di intelligence israeliane.

Questo non trasforma automaticamente il film in una sentenza. Un documentario non sostituisce un tribunale e una testimonianza deve essere verificata. Ma rende più difficile liquidare le questioni sollevate come semplice propaganda.

Una testimonianza dall’interno

La scelta di girare molte interviste sui tetti di Tel Aviv assume inoltre un valore simbolico. Da una parte una città che continua a vivere; dall’altra, a pochi chilometri, una guerra osservata attraverso schermi e sistemi di sorveglianza. Tra chi seleziona un obiettivo e chi subisce il bombardamento si inseriscono tecnologia, distanza e burocrazia.

Ed è forse questo il contributo più importante di Naza: non domanda soltanto che cosa sia accaduto a Gaza, ma prova a ricostruire cosa accade prima che una bomba venga lanciata.

Chi sapeva? Chi calcolava? Chi approvava? Quale rischio per i civili veniva considerato accettabile?

Il Premio Speciale della Giuria ricevuto a Venezia non prova alcuna responsabilità penale. Ma ha dato a queste domande una visibilità internazionale difficile da ignorare. E questa volta la testimonianza non arriva soltanto dall’esterno. Arriva anche dall’interno della stessa società israeliana.

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