06 Giu 2026

Il vero rischio per la Chiesa oggi? Essere ignorata

Secondo Andrea Gagliarducci, papa Leone XIV sembra voler riportare il pontificato a una dimensione più concreta e reale, anche usando una comunicazione che punta più sull’autenticità che sulla spettacolarizzazione. E rilancia il tema della comunità, come risposta umana alla solitudine contemporanea

I primi mesi del pontificato di Papa Leone XIV stanno già delineando una precisa direzione culturale, spirituale e comunicativa. Dietro le prime apparizioni pubbliche, i richiami alla missione, la centralità della comunità e il ritorno insistente a temi come identità, ascolto e appartenenza, secondo molti osservatori si starebbe delineando una nuova fase per la Chiesa cattolica.

Ma qual è il vero volto di questo pontificato? Dove si collocano le continuità con Papa Francesco e dove, invece, iniziano a emergere differenze profonde? E soprattutto: il Vaticano ha davvero compreso la crisi antropologica che attraversa l’Occidente contemporaneo, in particolare le nuove generazioni? Ne abbiamo parlato con Andrea Gagliarducci, tra i più attenti osservatori delle dinamiche vaticane e internazionali, che ci ha offerto una lettura ampia del nuovo pontificato: dalla diplomazia ecclesiastica fino alla crisi dei social network, passando per la missione, il ruolo della comunità e il rischio più grande che oggi corre la Chiesa.

Nei primi mesi del pontificato di Papa Leone, qual è secondo lei il segnale più sottovalutato che il Papa ha già mandato al mondo?

«Secondo me il segnale più importante è che la Chiesa è perfettamente consapevole del fatto che il mondo è entrato in una nuova fase storica. Spesso ci si concentra soltanto sui gesti pubblici del Papa o sugli aspetti più mediatici, ma in realtà il fatto stesso che sia stato scelto questo nuovo pontefice contiene già un messaggio molto forte. I cardinali, scegliendo Papa Leone, hanno cercato una figura capace di parlare alle diverse anime della Chiesa, ma soprattutto una figura che potesse riportare ordine e coesione in un periodo storico segnato dalla frammentazione. Questo Papa dà l’impressione di avere un suo modo preciso di essere, molto personale, meno costruito attorno alla spettacolarizzazione e più orientato alla sostanza. La sensazione è che il Vaticano voglia comunicare una necessità di ricostruzione: ricostruzione dei rapporti umani, delle comunità e persino della percezione stessa della realtà. Oggi le persone rischiano di vivere isolate, frammentate, continuamente immerse in dinamiche virtuali. La Chiesa percepisce questa frattura e vuole intervenire proprio lì».

Molti osservatori stanno cercando di capire se Papa Leone rappresenti una continuità con Francesco o una nuova fase. Dal punto di vista curiale e diplomatico, dove vede la vera discontinuità?

«La continuità con Papa Francesco esiste inevitabilmente, perché nessun pontificato nasce mai completamente separato dal precedente. Tuttavia mi sembra che Papa Leone stia cercando di impostare un metodo differente. Mi pare un Papa molto orientato all’ascolto, alla predicazione e soprattutto alla missione. Credo che la missione possa diventare il vero punto centrale del pontificato. Non soltanto missione in senso geografico o evangelizzatore tradizionale, ma missione come capacità della Chiesa di tornare presente dentro le vite delle persone. Negli ultimi anni la figura del Papa è diventata inevitabilmente anche una figura mediatica globale. Papa Leone, invece, sembra voler riportare il pontificato a una dimensione più concreta, più reale, meno legata alla costruzione dell’immagine. Questo non significa rinunciare alla comunicazione, anzi. Mi sembra che abbia un modo comunicativo molto efficace. Però è una comunicazione che punta più sull’autenticità che sulla spettacolarizzazione».

La scelta del nome “Leone” richiama inevitabilmente figure storiche fortissime della Chiesa. Secondo lei è stata una scelta più spirituale, politica o simbolica?

«Credo che il richiamo a Leone XIII sia inevitabile. Quando un Papa sceglie un nome, sta sempre mandando un messaggio. E il riferimento alla grande stagione della dottrina sociale della Chiesa è molto forte. Leone XIII rappresenta il momento in cui la Chiesa prova a confrontarsi con la modernità industriale, con le trasformazioni del lavoro e con le nuove questioni sociali. Oggi ci troviamo davanti a trasformazioni altrettanto profonde: intelligenza artificiale, crisi delle comunità, individualismo radicale, cambiamenti economici e tecnologici velocissimi. Per questo penso che la scelta del nome abbia certamente una dimensione spirituale, ma anche culturale e sociale. Mi sembra che questo pontificato voglia riportare al centro la questione della comunità e della persona umana».

Quali sono oggi le priorità reali del pontificato? Quelle dichiarate pubblicamente coincidono con quelle che si percepiscono nei palazzi vaticani?

«Mi sembra che una delle priorità reali sia il tentativo di ricostruire coesione. Oggi viviamo una fase storica, caratterizzata da una fortissima frammentazione: sociale, culturale, politica e persino spirituale. Le persone spesso non si sentono più parte di nulla. Ed è qui che la Chiesa pensa di dover intervenire. La dimensione comunitaria diventa fondamentale. Percepisco chiaramente l’idea che il Vaticano voglia riportare le persone dentro relazioni reali e non soltanto virtuali o individualistiche. Naturalmente esistono anche questioni geopolitiche e diplomatiche molto importanti, ma credo che il cuore del pontificato sia soprattutto antropologico e culturale».

Papa Leone sembra voler parlare molto di identità, disorientamento e crisi culturale. Secondo lei la Chiesa ha oggi ancora il linguaggio adatto per parlare ai giovani europei?

«La difficoltà esiste, ed è enorme. I giovani di oggi vivono dentro un contesto completamente diverso rispetto a quello delle generazioni precedenti. Cambia il rapporto con il tempo, con le relazioni, con l’identità personale e persino con la percezione della realtà. La Chiesa però può ancora avere un linguaggio efficace se riesce a parlare in maniera autentica. Il problema nasce quando il linguaggio appare artificiale, distante o puramente istituzionale. Oggi i ragazzi percepiscono immediatamente ciò che è costruito».

I giovani di oggi vivono in una società iperconnessa ma spesso spiritualmente vuota. Dal Vaticano si percepisce davvero questa emergenza antropologica?

«Sì, assolutamente. E credo che venga percepita come una delle grandi questioni del nostro tempo. Il problema non è soltanto economico o sociale. Esiste una vera emergenza antropologica. Le persone oggi rischiano di perdere il senso della comunità, dell’appartenenza e persino della propria identità. Viviamo in una società iperconnessa ma spesso incapace di creare relazioni profonde. Per questo la Chiesa insiste tanto sul tema della comunità. La comunità, infatti, non è soltanto un fatto religioso: è una risposta umana alla solitudine contemporanea».

Secondo lei il nuovo pontificato punterà di più sulla dimensione spirituale oppure sulla presenza sociale e geopolitica della Chiesa?

«Probabilmente entrambe le dimensioni continueranno a convivere, perché la Chiesa ha inevitabilmente anche un ruolo internazionale e geopolitico. Però mi sembra evidente che Papa Leone voglia riportare molta attenzione sulla dimensione spirituale e missionaria. L’impressione è quella di un pontificato che vuole tornare alla concretezza: meno costruzione simbolica e più presenza reale nella vita delle persone».

Molti ragazzi vedono la Chiesa come distante o puramente istituzionale. Papa Leone può realmente invertire questa percezione?

«Può farlo soltanto se riuscirà a ricostruire comunità reali. Oggi moltissimi giovani vivono una profonda solitudine culturale e relazionale. La Chiesa può tornare credibile se riesce a diventare nuovamente un luogo di appartenenza autentica».

Viviamo nell’epoca degli algoritmi, dei reel e della comunicazione istantanea. Il Vaticano ha capito davvero come funziona il linguaggio digitale contemporaneo?

«Credo che il Vaticano abbia capito che il linguaggio digitale oggi è inevitabile. Però il problema è più complesso. Gli algoritmi cambiano continuamente il modo in cui le persone ricevono le informazioni e costruiscono la propria visione del mondo. Viviamo dentro una comunicazione rapidissima, emotiva, frammentata. La vera sfida per la Chiesa è riuscire a comunicare senza perdere profondità».

Secondo lei oggi il rischio maggiore per la Chiesa è essere contestata… oppure essere ignorata?»

«Credo che il rischio più grande sia essere ignorata. La contestazione significa ancora che esiste un rapporto vivo. L’indifferenza invece è molto più pericolosa. Oggi molte istituzioni culturali, religiose e persino politiche rischiano di diventare irrilevanti. Per questo la Chiesa deve riuscire a ritrovare una presenza reale dentro la società contemporanea».

Negli ultimi anni la figura del Papa è diventata anche una figura mediatica globale. Papa Leone sembra voler mantenere questo approccio oppure riportare il pontificato verso una dimensione più istituzionale e teologica?

«Mi sembra che Papa Leone voglia riportare il pontificato verso una dimensione più concreta e autentica. Oggi le persone riconoscono molto velocemente ciò che appare costruito artificialmente. Per questo credo che il nuovo Papa punterà molto sull’autenticità, sulla presenza reale e sulla credibilità personale. È un approccio forse meno spettacolare, ma probabilmente più profondo».

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