Il Raduno degli Ultimi: il piacere di sentirsi parte della stessa storia

Non solo un record numerico, ma molto di più. Il Raduno degli Ultimi a Tor Vergata ha celebrato i dieci anni di carriera di Ultimo, raccontando il legame costruito nel tempo tra l'artista e la sua generazione

Il 4 luglio è stata una data simbolica per Ultimo: coincideva con il suo primo concerto allo Stadio Olimpico nel 2019, considerato da molti il momento in cui la sua carriera ha compiuto un salto decisivo. Ritrovarsi a Tor Vergata nel 2026, nello stesso giorno, aggiungeva un significato ulteriore all’evento.

Lo si percepiva già arrivando alla Vela di Calatrava, la grande struttura bianca progettata da Santiago Calatrava e situata nell’area universitaria di Tor Vergata, nella periferia sud-est di Roma. Non era solo il giorno di un concerto, ma un appuntamento che sembrava avere un significato preciso per chiunque fosse lì. C’erano persone arrivate da tutta Italia, gruppi di amici che si erano organizzati da mesi, famiglie, ragazzi che avevano dormito in tenda, pur di conquistare un posto sotto il palco.

Non era semplice entusiasmo: era un senso di appartenenza, che si riconosceva negli sguardi e nei modi di stare insieme.

Io ero nell’ultimo settore, lontanissima. All’inizio mi sembrava quasi di essere ai margini dell’evento, come se stessi guardando tutto da una distanza che non mi apparteneva. Poi ho alzato lo sguardo: una distesa di persone che si muoveva come un’unica massa, cori che partivano da un lato e arrivavano all’altro con qualche secondo di ritardo. In quel momento ho capito che la distanza non contava più.

L’inizio del viaggio

Prima dell’ingresso di Ultimo è salito sul palco Fabrizio Moro. Non era soltanto un ospite: era uno dei primi ad aver creduto nel talento di Niccolò Moriconi — il nome all’anagrafe di Ultimo — quando ancora suonava nei piccoli locali romani. Vederlo lì, davanti a quella folla, sembrava il modo più naturale per ricordare da dove tutto era iniziato. Quando il cielo ha iniziato a scurirsi, i maxischermi hanno acceso le prime immagini. Il boato che ha accompagnato l’ingresso di Ultimo ha cancellato ogni distanza.

Ha aperto con Pianeti, come se volesse riportare tutti all’inizio del viaggio, per poi attraversare dieci anni di musica alternando i brani più conosciuti a momenti più intimi. Tra quelli che mi hanno colpita di più ci sono stati Solo ed Equilibrio mentale, due canzoni mai eseguite dal vivo prima di quella sera. Sapere che erano nate in periodi difficili della sua vita e sentirle cantate da migliaia di persone dava la sensazione che quel dolore non appartenesse più soltanto a chi lo aveva scritto, ma fosse diventato qualcosa di condiviso.

Un’unica onda

Più del palco, però, continuavo a guardare il pubblico. Migliaia di luci accese, persone di età diverse che conoscevano le stesse parole, emozioni che sembravano attraversare quella distesa di persone come un’unica onda. È stato in quel momento che ho capito il senso del nome “Il Raduno degli Ultimi”: non solo il titolo di un concerto, ma il ritrovo di persone che, nelle canzoni di Ultimo, hanno trovato un pezzo della propria storia.

Ripensando al 4 luglio 2019, mi sono resa conto che non è cresciuto soltanto Ultimo. Siamo cresciuti anche noi. Alcune canzoni oggi hanno un significato diverso, perché nel frattempo sono cambiate le nostre vite. Rivederlo sette anni dopo, nello stesso giorno del calendario, davanti a una folla così immensa, è stato come accorgersi del tempo trascorso senza che ce ne fossimo davvero resi conto.

Alla fine ho capito che il vero record di Tor Vergata non erano i 250mila spettatori. Era la capacità di riunire, nello stesso luogo, migliaia di persone diverse facendole sentire parte della stessa storia. Ed è forse questo che resta davvero del Raduno degli Ultimi: non un numero, ma il ricordo di un percorso condiviso, cresciuto insieme a chi quelle canzoni le ha ascoltate fin dall’inizio.

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