Si disse di noi italiani, una volta, che fossimo un popolo di santi, poeti e navigatori (cfr. Mussolini, 1935). Dobbiamo dire che, nel tempo, dobbiamo averne fatta di strada, se è vero che attualmente ci sentiamo tutti virologi, esperti di strategia militare e di politica internazionale, commissari tecnici della nazionale e, non ultimo, esperti di psicologia, psichiatria infantile e assistenza sociale, rispettivamente ai tempi del COVID, della guerra russo-ucraina o di quella isreaelo-palestinese, delle qualificazioni dell’Italia ai mondiali di calcio, o nel valutare la “famiglia nel bosco”. E la lista delle arti e mestieri sarebbe ancora lunga.
Così ogni fatto di cronaca che tocca corde profonde – la violenza, l’infanzia, la scuola, la paura – non resta più confinato alla dimensione della notizia. Oggi diventa immediatamente un evento discorsivo, un’arena in cui migliaia di voci si accalcano per dire, giudicare, condannare, spiegare. Il breve post di un quotidiano, rilanciato sui social, agisce come una miccia: ciò che esplode non è solo l’indignazione, ma una polifonia caotica di posizioni spesso inconciliabili, che raramente dialogano tra loro.

Cinque meccanismi che ci fanno male
Nei giorni scorsi, l’attenzione si è rivolta al caso del 13enne di Trescore Balneario (BG) che ha accoltellato la professoressa Chiara Mocchi, che ha espresso parole di comprensione e perdono per il minore.
Colpisce, prima di tutto, la radicalizzazione. Nei commenti non c’è spazio per il dubbio, per l’ambivalenza, per la complessità. Le posizioni si polarizzano rapidamente: da un lato l’invocazione di punizioni esemplari, dall’altro l’appello alla comprensione, alla fragilità, alla cura. Ma ciò che accomuna entrambe le sponde è spesso la certezza assoluta: ognuno parla come se detenesse la verità definitiva, morale o scientifica che sia.
Questo fenomeno non è casuale. I social network non favoriscono il pensiero riflessivo, ma il pensiero reattivo. Il commento è immediato, impulsivo, emotivamente carico. Non nasce dall’ascolto, bensì dall’urgenza di prendere posizione. Scrivere diventa un atto identitario: dire “come la penso” equivale a dire “chi sono”. In questo senso, molti commenti parlano meno dell’evento e molto di più di chi li scrive.
Un altro elemento ricorrente è la semplificazione brutale della complessità. Vicende che coinvolgono fattori psicologici, familiari, sociali, educativi e culturali vengono ridotte a slogan: “buonismo”, “impunità”, “mostro”, “colpa dei genitori”, “colpa della scuola”. Parole-totem che rassicurano perché offrono spiegazioni facili, ma che al tempo stesso chiudono ogni possibilità di comprensione autentica.
Si osserva poi una diffusa incompetenza ostentata. Opinioni che si presentano come diagnosi, sentenze morali che si spacciano per analisi, riferimenti a presunte certezze scientifiche senza alcuna base. È il trionfo di ciò che potremmo chiamare “sapere percepito”: non importa conoscere, importa sentire di sapere. Il social legittima questa dinamica perché mette sullo stesso piano tutte le voci, rendendo invisibile la differenza tra competenza e improvvisazione.
Non meno inquietante è la disumanizzazione. Nei commenti più aggressivi, i soggetti coinvolti – vittima e autore – smettono di essere persone e diventano simboli: il “delinquente”, la “santarella”, il “mostro”, il “martire”. Questa riduzione consente di esprimere violenza verbale senza freni, perché l’altro non è più un essere umano complesso, ma un bersaglio astratto su cui proiettare rabbia, paura, frustrazione.
Infine, colpisce l’assenza quasi totale di ascolto. I commenti non rispondono ad altri commenti, non costruiscono dialoghi: si accostano, si sovrappongono, si ignorano. È una folla che parla, non una comunità che riflette. La logica non è quella della comprensione reciproca, ma quella dell’accumulo: più parole, più rumore, più visibilità.
L’occasione persa
Questa ridda di commenti è, in fondo, uno specchio del nostro tempo. Racconta una società affaticata, spaventata, spesso incapace di tollerare l’incertezza e il limite. Di fronte a eventi che interrogano profondamente il senso dell’educare, del crescere, del contenere la violenza, il dibattito pubblico si rifugia troppo spesso nella contrapposizione sterile, perdendo l’occasione di trasformare lo sdegno in pensiero.
Forse la vera domanda non è chi abbia ragione, ma che cosa ci accade quando commentiamo. Se stiamo cercando di capire o solo di scaricare tensione. Se stiamo parlando dell’altro o parlando di noi stessi. In un’epoca in cui tutti possono parlare, la vera competenza – sempre più rara – è saper sostare nella complessità senza ridurla a un grido.
Mi viene alla mente il testo di una canzone del rapper napoletano Clementino, “Tutt’ scienziat’“. È del 2017, quasi 10 anni fa, ma assolutamente attuale:
Tutt’ scienziat’
Guarda gli esperti qui in città
Tutt’ scienziat’
E che filosofi e profeti
Eeeh scienziat’
So dieci like e tre commenti
E che scienziat’






