20 Ott 2026

Il corpo che parla. Da Lombroso a oggi: la storia del tatuaggio tra fede, stigma e identità

Per secoli in Italia è stato un segno di devozione, poi la teoria di Cesare Lombroso lo ha trasformato in indizio di colpevolezza. Una ricerca ripercorre cinquemila anni di storia del tatuaggio in Europa e sostiene che un corpo scritto va letto come un linguaggio, non come un sintomo

Perché una persona decide di scrivere qualcosa sulla propria pelle, sapendo che non si potrà cancellare, almeno non definitivamente? È la domanda da cui parte la mia ricerca Antropologia del tatuaggio: analisi storico-ermeneutica e implicazioni criminologiche in Italia da Lombroso a oggi. La domanda attraversa almeno cinquemila anni di storia e coinvolge mummie preistoriche, sacerdotesse egizie, pellegrini, marinai e anche Cesare Lombroso, con conseguenze importanti nel panorama italiano e non solo.

Si può affermare che il tatuaggio non è un ornamento che si aggiunge sul corpo, ma un vero e proprio linguaggio con cui il nostro corpo comunica, e come tale va interpretato, non diagnosticato. Anche l’irreversibilità fa parte del messaggio: chi si tatua dichiara qualcosa che non intende ritrattare. Partiamo però dalla definizione che ci fornisce il Dizionario Treccani: il tatuaggio consiste nell’inserire pigmenti sotto la pelle tramite punture, creando segni permanenti che lasciano intatta la superficie epidermica. Ed ecco il primo limite ermeneutico: viene descritta una procedura, non un significato.

Quattro sguardi su una pratica antichissima

Per leggere un fenomeno così antico e sfaccettato, la ricerca non si affida a una sola disciplina, ma intreccia semiotica, ermeneutica, antropologia e psicologia, nel tentativo di evitare due errori simmetrici: ridurre il tatuaggio a moda oppure a un sintomo.  Sul piano semiotico, per Pierce nessun segno significa da solo, ma solo dentro un processo che coinvolge chi lo interpreta, e Pasolini amplia il ragionamento affermando che il corpo non ha un linguaggio, ma è linguaggio. L’ermeneutica aggiunge un tassello: Gadamer e Ricoeur ricordano che comprendere significa far incontrare orizzonti di senso diversi, e che il simbolo dà a pensare proprio perché non possiede mai un significato univoco e automatico. L’antropologia allarga poi lo sguardo alla dimensione sociale e culturale. Lévi-Strauss legge il tatuaggio come rito di passaggio, Mary-Douglas come confine tra puro e impuro, tra chi fa parte di una cultura e chi no, e David Le Breton come narrazione identitaria.

Infine la psicologia offre la chiave per comprenderne la diffusione contemporanea: se per Erikson l’identità è un fenomeno psicosociale, che si forma nel riconoscimento reciproco, per Bauman, nell’epoca della modernità liquida, il tatuaggio diventa un modo per cercare stabilità dentro un’identità che stabile non è più.

Una lunga storia, e prevalentemente sacra

Le origini del tatuaggio risalgono al Neolitico, e già allora la pratica sembrava avere un significato che va ben oltre l’ornamento estetico. Ötzi, la mummia dell’Età del Rame ritrovata sulle Alpi italiane, porta sul corpo segni che, secondo le ipotesi prevalenti, avevano scopi terapeutici e religiosi. Lo stesso vale per le mummie predinastiche di Gebelein ritrovate a Deir el-Medina, dove i tuatuaggi risultano associati a divinità e riti sacri: più che uno stigma, erano un segno di devozione e di protezione. Questa linea religiosa non si è mai interrotta. A Gerusalemme la famiglia Razzouk custodisce dal 1300 la tradizione del tatuaggio cristiano per i pellegrini, e ancora oggi, Wassim Razzouk si serve, come stencil, degli storici timbri di legno tramandati dalla famiglia. Settecento anni di continuità in una stessa bottega sono uno degli argomenti più forti contro l’idea che il tatuaggio sia una moda recente.

In Europa la pratica si diffonde nel Settecento grazie a James Cook, che adatta il termine tahitiano ta-tau da cui deriva la parola attuale. Sono i marinai a farsi portatori del tatuaggio, legandolo a simboli marittimi e superstizioni protettive – è da qui che nasce appunto la credenza di avere sempre tatuaggi in numero dispari, altrimenti si va incontro a una cattiva sorte.

Nell’Ottocento il tatuaggio diventa una moda tra le classi dominanti e, in questo passaggio, perde i significati originari. Nell’ambiente popolare, invece, si afferma uno stile destinato a durare nei secoli, quello di Sailor Jerry, considerato il fondatore della cosiddetta old school.

Il caso italiano: il tatuaggio della Santa Casa di Loreto

In Italia il tatuaggio ha avuto a lungo un volto devozionale, quello del tatuaggio lauretano. Chi si metteva in cammino verso la Santa Casa di Loreto, infatti, tornava a casa con un segno indelebile della propria fede.

La pratica era diffusa soprattutto tra gli uomini dell’Ottocento e fondeva simboli religiosi e influenze marinaresche. Radicata nelle popolazioni rurali delle Marche, la pratica serviva da protezione e da buon auspicio, ma non si fermava al sacro: il simbolo mariano finiva spesso per intrecciarsi con il nome dell’amata. Fino all’Ottocento, dunque, in Italia il tatuaggio è stato anzitutto un segno di fede; ma poi qualcosa è cambiato.

La svolta lombrosiana

Nel 1876 Cesare Lombroso pubblica L’uomo delinquente e compie un gesto teorico destinato a lasciare il segno: sposta l’attenzione dal reato all’autore del reato. In questa cornice, il tatuaggio assume un valore diagnostico, diventando per lui il segno di un atavismo biologico, una scrittura dei selvaggi che rivelerebbe insensibilità al dolore e arretratezza morale, in un parallelismo apertamente eurocentrico tra i delinquenti europei e le popolazioni cosiddette “primitive”. Nei delinquenti, sosteneva il padre dell’Antropologia criminale, i tatuaggi si estenderebbero su tutto il corpo, mentre nei “normali” resterebbero confinati in aree circoscritte.

Le conseguenze furono lunghe e profonde. La teoria alimentò in Italia una censura sociale del tatuaggio, che si protrasse fino agli anni Settanta del Novecento: un segno che per secoli aveva significato devozione diventò, in pochi anni, un indizio di colpevolezza. L’errore ermeneutico risiede proprio qui, nell’aver trattato un simbolo come un sintomo: Lombroso guardò il segno e con esso pensò di aver letto una persona, mentre in realtà lesse solo la propria classificazione. 

La confutazione

Le tesi lombrosiane furono presto contestate, e non sono in Italia, ma in tutto il mondo. Nel 1913 Charles Goring, con il suo testo The English Convict, dimostrò attraverso un’analisi statistica l’assenza di correlazione tra anomalie fisiche – tra cui appunto il tatuaggio – e criminalità, attribuendo le differenze rilevate a fattori ambientali. La Scuola di Chicago completò lo studio di Goring, spostando definitivamente l’attenzione dal corpo all’ambiente sociale, e lo stesso Lombroso, nelle opere più mature, ammise la molteplicità delle cause del delitto.

Rimane aperto però il capitolo importante, quello etico: il paradigma lombrosiano ha alimentato le derive razziste, fino alla strumentalizzazione del tatuaggio da parte del regime fascista nei campi di concentramento.

Il tatuaggio in carcere

Oggi il tatuaggio si è svincolato dal determinismo biologico. Per il detenuto esso diventa uno strumento per ricostruire la propria identità contro la massificazione carceraria: dove l’istituzione tende a uniformare i soggetti, il corpo rimane l’ultimo spazio personale a disposizione.

Domenico Crivella propone una distinzione utile tra i tatuaggi individuali, dei pittogrammi legati a vissuti personali, e quelli di gruppo, degli ideogrammi legati all’affiliazione criminale, come avviene nella camorra e nella ‘ndrangheta. Particolarmente interessante è il caso del tatuaggio religioso, in cui i simboli sacri vengono risemantizzati secondo i codici dell’omertà: la stessa immagine mariana che a Loreto significava protezione può esprimere, in un altro contesto, appartenenza e silenzio. A conferma che il significato non sta nel segno, ma nel contesto di chi lo porta e chi lo legge.  Anche la criminologia contemporanea riflette questa duplicità, con due approcci che convivono: quello investigativo, fatto di profiling e identificazione biometrica, che è legittimo come strumento, ma diventa pericoloso quando torna a pretendere di dedurre la persona da un segno, e quello antropologico-culturale, che invece legge il tatuaggio come un testo autobiografico.

Davanti a un corpo scritto, dunque, possiamo percorrere due strade. Possiamo diagnosticare, e allora ci basterà utilizzare una tabella di corrispondenze, oppure possiamo interpretare, e allora dovremo ascoltare la storia di chi quel segno lo porta.
La prima strada, in Italia, è stata già percorsa e sappiamo dove conduce.

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