A volte sono i titoli a far nascere una domanda. È quello che mi è accaduto leggendo una notizia pubblicata dall’ANSA il 4 settembre 2026: “Nel mondo si parla sempre meno, 338 parole in media perse ogni anno”. Il titolo mi ha incuriosita e mi ha spinta ad andare a cercare lo studio citato nell’articolo, per capire meglio che cosa ci fosse davvero dietro quel dato così netto e, soprattutto, che cosa raccontasse dei giovani.
La notizia riprendeva una ricerca pubblicata sulla rivista Perspectives on Psychological Science da Valeria A. Pfeifer e Matthias R. Mehl. Gli autori hanno analizzato dati provenienti da 22 studi e 2.197 partecipanti, osservando una diminuzione nel tempo delle parole pronunciate quotidianamente. La stima è di circa 338 parole in meno ogni giorno per ogni anno trascorso dal 2005. Tra il 2005 e il 2019, il modello suggerisce una riduzione complessiva di circa il 28%.
Il dato più interessante riguarda però i più giovani. Tra i partecipanti sotto i 25 anni la diminuzione stimata è di 451 parole al giorno per ogni anno, contro le 314 degli over 25. È una differenza significativa, ma va subito precisato un elemento importante: non siamo di fronte a uno studio sulla Generazione Z in senso stretto. Il gruppo degli under 25 comprende persone appartenenti a diverse generazioni e la raccolta dei dati si ferma al 2019. E soprattutto, lo studio misura le parole pronunciate, non la comunicazione nel suo complesso. È proprio questa distinzione che rende il fenomeno interessante.
Non è detto che stiamo comunicando meno
Il primo rischio, davanti a un numero così efficace dal punto di vista giornalistico, è trasformarlo immediatamente in una conclusione: parliamo meno, quindi comunichiamo meno. Ma le cose non sono necessariamente così semplici.
La ricerca utilizza registrazioni audio ambientali raccolte passivamente nella vita quotidiana dei partecipanti. Non chiede dunque alle persone quanto pensano di parlare: osserva indirettamente la loro comunicazione vocale quotidiana. È un importante punto di forza metodologico. Ma proprio perché misura la comunicazione orale, lascia fuori una parte crescente della comunicazione contemporanea: messaggi, chat, social network, email, immagini, meme, reaction, video, vocali e tutte quelle forme ibride che ormai costituiscono una parte ordinaria della vita relazionale. Meno parole pronunciate, quindi, non significa necessariamente meno comunicazione. Potrebbe significare che una parte della comunicazione si è semplicemente spostata altrove.
Dalla conversazione al flusso comunicativo
Per molto tempo abbiamo pensato alla comunicazione soprattutto come a una conversazione: due persone che si incontrano, si guardano, si ascoltano e parlano.
L’ecosistema digitale ha moltiplicato le possibilità. Oggi una relazione può svilupparsi attraverso una successione quasi ininterrotta di micro-comunicazioni: un messaggio, una fotografia, una reaction, un meme, un commento, un video condiviso, un vocale di pochi secondi, una videochiamata, una storia visualizzata senza risposta. Sono tutte forme di comunicazione, ma hanno caratteristiche diverse dalla conversazione tradizionale. Possono essere brevi, asincrone, frammentarie, distribuite nel tempo. Non richiedono necessariamente la presenza contemporanea degli interlocutori e spesso non richiedono nemmeno l’uso della voce.
La trasformazione della comunicazione della Gen Z va quindi osservata non semplicemente in termini quantitativi — quanto parliamo? — ma anche qualitativi: come, dove, quando e attraverso quali linguaggi comunichiamo?
Uno smartphone non basta a spiegare tutto
Il periodo analizzato dallo studio coincide con la straordinaria espansione della comunicazione digitale: social network, smartphone, messaggistica istantanea e piattaforme digitali sono diventati progressivamente parte integrante della vita quotidiana. È inevitabile, quindi, chiedersi se esista un rapporto tra questi fenomeni.
Ma qui la ricerca richiede cautela. Pfeifer e Mehl non dimostrano che gli smartphone siano la causa della diminuzione delle parole pronunciate. Non misurano, infatti, quanto tempo ciascun partecipante trascorresse sullo smartphone, quante conversazioni digitali avesse, quanto utilizzasse i social o quante parole scrivesse. La coincidenza temporale non è una prova di causalità. Anzi, il fatto che la diminuzione riguardi anche gli adulti, suggerisce che possano essere coinvolte trasformazioni sociali più ampie: il modo in cui lavoriamo, trascorriamo il tempo libero, incontriamo altre persone e costruiamo le nostre relazioni. Gli stessi autori invitano a considerare possibili cambiamenti strutturali nel modo in cui la società si aggrega e comunica. Lo smartphone, dunque, potrebbe essere non tanto la causa, quanto uno degli elementi di un cambiamento più generale dell’ecosistema comunicativo.
La Gen Z dentro un ecosistema ibrido
È qui che il dato sugli under 25 diventa particolarmente interessante. La loro maggiore diminuzione delle parole pronunciate non autorizza a dire che «la Gen Z non parla più». Ma suggerisce di interrogarsi sul particolare ambiente comunicativo nel quale sono cresciuti i giovani adulti di oggi. La loro esperienza comunicativa è strutturalmente ibrida. Il digitale non è necessariamente un luogo separato dalla vita quotidiana: attraversa le amicizie, la scuola, l’università, il lavoro, le relazioni affettive e il tempo libero. Una conversazione iniziata in presenza può continuare su una chat; un incontro può essere preparato attraverso un gruppo WhatsApp; un rapporto di amicizia può mantenersi attraverso messaggi quotidiani senza richiedere incontri frequenti.
La distinzione tra “vita reale” e “vita digitale” diventa perciò sempre meno efficace. La domanda più interessante non è se i giovani comunichino online oppure offline. È come le due dimensioni si combinino e che cosa ciascuna renda possibile.
Parlare non significa soltanto trasmettere informazioni
C’è però una ragione, per cui il dato sulle parole pronunciate non dovrebbe essere liquidato semplicemente dicendo che «oggi scriviamo di più». Una conversazione faccia a faccia non è soltanto un modo per trasferire informazioni. Parlare significa ascoltare, aspettare il proprio turno, interpretare espressioni e tono della voce, gestire il silenzio, correggersi, affrontare il disaccordo, comprendere le emozioni dell’altro. È un’attività relazionale e cognitiva complessa.
La comunicazione digitale può svolgere alcune di queste funzioni, ma non necessariamente nello stesso modo. Un messaggio consente di riflettere prima di rispondere. Un emoji può condensare un’emozione. Un vocale conserva qualcosa della presenza della voce senza richiedere una telefonata. Una conversazione faccia a faccia richiede invece una forma di immediatezza e di esposizione reciproca diversa. Non si tratta, dunque, di stabilire quale modalità sia “migliore”. Si tratta di riconoscere che modalità comunicative diverse producono esperienze relazionali diverse.
Essere connessi non significa necessariamente sentirsi in relazione
Qui emerge uno dei paradossi della contemporaneità. La Gen Z è cresciuta in un ambiente caratterizzato da una possibilità di connessione senza precedenti. Eppure la semplice moltiplicazione dei contatti non garantisce automaticamente una maggiore qualità delle relazioni. Si può essere continuamente raggiungibili e sentirsi soli. Si possono ricevere decine di notifiche e avere poche occasioni di conversazione profonda. Si può appartenere a molte reti sociali e avere pochissimi spazi nei quali parlare senza fretta e senza interruzioni.
Questo non significa che il digitale produca necessariamente solitudine. Significa piuttosto che connessione e relazione non sono sinonimi. Il dato di Pfeifer e Mehl non dimostra che la diminuzione delle parole pronunciate abbia prodotto maggiore solitudine. Non permette nemmeno di stabilire che i giovani siano diventati più isolati a causa della comunicazione digitale. Ma apre una domanda importante: che cosa accade alle nostre relazioni quando una parte crescente della comunicazione non passa più attraverso la parola pronunciata?
Dalla quantità alla qualità della comunicazione
Forse è proprio questa la questione sulla quale vale la pena riflettere. Non tanto: “I giovani parlano meno?” Quanto: “Quali forme di comunicazione stanno sostituendo, integrando o trasformando la conversazione?”. Per rispondere servono ricerche capaci di osservare contemporaneamente conversazioni faccia a faccia, telefonate, messaggi, social network, videochiamate e altre forme di comunicazione digitale. Lo stesso studio di Pfeifer e Mehl indica la necessità di sviluppare strumenti capaci di integrare queste diverse dimensioni della vita comunicativa.
La vera trasformazione ecologica della comunicazione della Gen Z, allora, potrebbe non essere una semplice diminuzione delle parole. Potrebbe essere il passaggio da un ecosistema nel quale la conversazione orale occupava una posizione centrale a un ecosistema plurale, permanente e frammentato, nel quale molte forme comunicative convivono e si sovrappongono.
La sfida educativa e sociale consiste nel creare contesti nei quali valga ancora la pena parlare: spazi non continuamente interrotti dalle notifiche, tempi sufficientemente lunghi per sviluppare una conversazione, luoghi nei quali sia possibile ascoltare senza dover immediatamente rispondere, relazioni capaci di tollerare il silenzio e anche il disaccordo. Forse, alla fine, la domanda non è quante parole stiamo perdendo. È che cosa perdiamo quando alcune conversazioni non avvengono più. E, soprattutto, quali nuove forme di relazione stiamo costruendo al loro posto.









