La passeggiata: il dono silenzioso che fa bene a tutti

Camminare non è un semplice passatempo, ma un’attività vitale ed esistenziale. Questo è il dono silenzioso della passeggiata: ricordarci che esistere non significa sempre avanzare verso una meta, ma poter fermarsi, osservare, sentire. Un dono per tutti, anche per chi è neurodivergente

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Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada.

È l’incipit di La passeggiata, scritto nel 1917 da Robert Walser, uno delle voci più rappresentative della letteratura tedesca del XX secolo. La narrazione si sviluppa nell’arco di una giornata, dal mattino alla sera e il protagonista è coinvolto in una serie di incontri sia reali che mentali.

Nato in Svizzera nel 1878, gli fu diagnosticata la schizofrenia all’età di 50 anni e trascorse gli ultimi venticinque anni della sua vita negli ospedali psichiatrici fino alla morte. Alcuni critici e scrittori non erano convinti che avesse una malattia mentale e certi suoi comportamenti, alla luce delle attuali conoscenze, fanno ipotizzare una sindrome di Asperger.

Come tutti gli individui neurodivergenti, aveva interessi ristretti. A lui piaceva molto scrivere, cosa che faceva per 12-13 ore al giorno, e passeggiare da solo. Nell’autunno 1925 camminò da Berna a Ginevra, percorrendo una distanza di ben 160 km. A questo proposito, Susan Sontag scrisse: «trascorse molto della sua vita trasformando il tempo in spazio».

Passeggiare è il filo che unisce le persone nello spettro autistico. Non si tratta solo di anomalie nel cammino rispetto ai coetanei neurotipici, ma di una modalità esplorativa nella quale lasciarsi guidare dalle impressioni, dagli incontri, da situazioni imprevedibili di tipo sensoriale, quali la presenza di un odore o di un suono, che spingono a fermarsi e a scegliere se seguire la nuova traccia o continuare sulla propria strada.

La deriva

Alla fine degli anni 50, il passeggiare venne teorizzato come una pratica estetica introducendo il concetto di psicogeografia come «studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui». In questo contesto si inserisce il concetto di “deriva”, spesso confuso con il più prosaico vagabondaggio.

Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari.

Il brano, tratto da Théorie de la dérive di Guy Debord, riporta alla mente un’immagine che sembra confermare quanto questo comportamento sia spontaneo, peculiare, oltre che adattivo.

Alcuni di loro avevano la testa inclinata a destra, altri a sinistra, e i loro occhi erano voltati l’uno verso il naso, l’altro verso il cielo. Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver

Sono gli abitanti dell’isola di Laputa, regno della stramberia, del disadattamento, patria di persone di particolare intelligenza, talmente assorti nei loro pensieri, che sono accompagnati da un servitore che ha il compito di percuoterli sulla bocca, occhi o orecchi – e quindi sugli organi di senso – con una vescica in pelle, appesa a un bastoncino, ripiena di sassolini.

La deriva è un modo esplorativo, di comunicazione, di conoscenza, di recupero sensoriale ed emotivo nelle persone neurodivergenti, a prescindere dal livello cognitivo. È un comportamento, più o meno spontaneo, che allontana da situazioni particolarmente stressanti. È spesso sostituita dal termine vagare, usato come metafora della devianza sia in paradigmi morali che psicologici.

Il flâneur

Accanto alla deriva c’è la figura del flâneur, individuo immerso nella folla, ma emotivamente e socialmente distaccato da essa, un osservatore puro che analizza le dinamiche sociali senza prendervi parte attivamente. Sebbene il flâneur tradizionale dell’Ottocento fosse una figura di privilegio borghese, la prospettiva neurodivergente reinterpreta l’atto di vagare, osservare e percepire la città attraverso una lente sensoriale e cognitiva unica.

Ma il camminare non assomiglia affatto al fare moto […] il camminare è di per sé l’impresa e l’avventura del giorno. Henry David Thoreau, Camminare

Thoreau, come Walser, considerava il camminare un atto di libertà, una critica radicale alla modernità industriale e la ricerca di una dimensione esistenziale marginale. Nonostante le differenze biografiche e geografiche, le loro opere principali – “La passeggiata” e “Camminare” – rivelano sintonie sorprendenti.

Sia per Walser che per Thoreau, camminare non è un semplice passatempo, ma un’attività vitale ed esistenziale. Per Walser è necessario per alimentare la scrittura e restare in contatto con il mondo; per Thoreau è una pratica quasi sacra per ritrovare l’armonia interiore.

Un modo di abitare la realtà

Entrambi coltivano uno sguardo iper-attento ai dettagli della realtà. Che si tratti di un insetto, del mutare delle foglie o di un incontro casuale lungo la strada, il cammino è lo strumento per vivere nel presente assoluto. Nel contatto con il paesaggio, sia Walser che Thoreau cercano una forma di fusione con il tutto, dove l’ego si ridimensiona fino quasi a scomparire o a farsi pura lente d’ingrandimento della realtà circostante.

In un’epoca che misura il tempo in produttività e lo spazio in distanze da abbreviare, la passeggiata senza scopo appare quasi un atto di resistenza. Eppure è proprio in quel cammino apparentemente inutile che si custodisce una forma profonda di conoscenza: la capacità di lasciarsi attraversare dal mondo, di accogliere il dettaglio, il suono inatteso, l’odore di una strada, senza pretendere di dominarli.

Per le persone neurodivergenti, la deriva non è dispersione né devianza: è una grammatica alternativa dell’esperienza, un modo di costruire relazione con l’ambiente quando le regole sociali condivise risultano estranee o faticose. Come per Walser e Thoreau, camminare diventa allora una pratica di libertà e di cura: non fuga dalla realtà, ma modo più attentivo di abitarla.

Forse è questo il dono silenzioso della passeggiata: ricordarci che esistere non significa sempre avanzare verso una meta, ma poter fermarsi, osservare, sentire. E che, a volte, la strada più importante è quella che non avevamo previsto di percorrere.

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