Il nostro tempo è contrassegnato da una crescente crisi delle nuove generazioni. Bambini, adolescenti e giovani adulti esprimono segnali di sofferenza esistenziale importanti, quali vuoto interiore, ansia, depressione, a cui seguono spesso aggressività, dipendenze o ritiro sociale. Tentativi, più o meno inconsapevoli, di colmare o riparare le profonde inquietudini che li lacerano. Non è possibile non rilevare come nell’ultimo decennio, al consueto impegno evolutivo, si sia aggiunto un malessere più profondo e pervasivo che s’impone con forza come un grido d’allarme verso il mondo adulto.
Non sfugge a quanti operano quotidianamente nel campo dell’educazione e della relazione d’aiuto come le nuove generazioni – da parte delle quali aumentano esponenzialmente le richieste di sostegno – riflettano da un lato la crisi e l’incertezza globale, con le sue drammatiche ricadute interiori, dall’altro, in moltissimi casi, le diffuse difficoltà della generazione che le precede. In questo, una particolare responsabilità ce l’hanno le diverse figure che hanno ruoli educativi. Sosteniamo quindi, con il supporto della letteratura e dell’esperienza professionale, che parte del disagio delle nuove generazioni sia ascrivibile ad una profonda crisi della generazione adulta.
Servono adulti significativi
Certamente, la comunità adulta si trova a vivere, come bambini e ragazzi, un’epoca complessa e fonte di smarrimento. Al netto di questo scenario storico, sul quale non è possibile intervenire direttamente, è altresì vero che – proprio in un tempo in cui sono venuti meno gli indicatori di direzione – è ancor più importante ritrovare in se stessi, come adulti, genitori e insegnanti, l’architrave del senso che orienta l’esistenza, le scelte personali e soprattutto le proprie azioni educative.
Per essere buoni educatori è infatti decisivo essere adulti significativi e questo esige un profondo e costante lavoro su stessi. La conoscenza di sé come singoli si concretizza nella consapevolezza della propria storia di vita, delle proprie relazioni primarie, delle proprie ferite e delle proprie risorse, dei modelli relazionali introiettati, talvolta disfunzionali. Territori della nostra interiorità che dobbiamo attraversare – con l’impegno psicologico che questo inevitabilmente richiede – e dai quali possiamo uscire più consapevoli, integrati e riparati.
Si tratta di ritrovare, come adulti, il proprio baricentro esistenziale: riconoscersi e sentirsi tali nello stile di vita, nella cura della propria interiorità, nell’esercizio del pensiero critico e nelle scelte che si compiono giorno per giorno. L’adesione al ruolo adulto richiama l’autorevolezza che passa attraverso la coerenza. Di fatto, l’educare si realizza solo attraverso la presenza di testimoni credibili. Bambini e ragazzi ci guardano per capire che adulti potranno e vorranno essere in futuro. Per questo c’è bisogno di presenze mature, competenti, esistenzialmente orientate e non di “adultescenti” intrappolati nell’immaturità. Occorrono quindi adulti risolti e al contempo consapevoli che il cammino di crescita personale non è mai definitivamente concluso. Questa certezza deve accompagnare il prosieguo del viaggio interiore, che viene stimolato proprio dalle diverse sfide relazionali e educative che bambini e ragazzi ci pongono. L’adultità non è dunque una questione anagrafica, ma un fattore identitario ed evolutivo che si lega alla maturazione personale.
La coppia che educa e gli “altri significativi”
Se il lavoro individuale su di sé è imprescindibile, lo è altrettanto l’impegno richiesto alla coppia genitoriale che ha la prima e più importante responsabilità educativa. Il compito al quale siamo chiamati, come genitori, si traduce in una pratica che, laddove possibile, ci coinvolga attivamente come coppia. I genitori è bene che operino in sintonia seguendo un progetto educativo comune. Una visione negoziata e scelta a partire da valori condivisi con i quali impostare, salvaguardando la ricchezza delle differenze individuali, un’azione educativa che va preparata e condivisa possibilmente prima dell’arrivo dei figli e sulla quale è bene ritornare nel corso del tempo, non tanto per rivederne i valori fondanti ma per adattarla, momento dopo momento, ai passaggi del ciclo vitale di bambini e ragazzi. Di fatto, l’educazione è un’arte che richiede un continuo e faticoso lavoro di pensiero per poter concepire gli interventi più adeguati.
Le indicazioni che valgono per i genitori sono altresì importanti per tutti coloro che rivestono ruoli educativi, i cosiddetti “altri significativi”, nonni, insegnanti, allenatori, animatori che nondimeno hanno bisogno di lavorare costantemente su di sé per imparare a stare in relazione con competenza ed efficacia, così da ispirare i propri interventi ad una precisa visione di crescita dell’essere umano.
Inoltre, è importante richiamare l’attenzione della comunità degli adulti, come comunità educante, affinché torni a costruire al suo interno solide alleanze fondate su valori e significati condivisi. Troppo spesso, attualmente, quanti hanno ruoli educativi risultano “l’un contro l’altro armati”, dando vita ad una frammentazione dannosa per bambini e ragazzi. Genitori e insegnanti, famiglia e scuola è fondamentale che dialoghino costruttivamente e tornino a riconoscersi autorevolezza, ruoli, responsabilità e confini reciproci, in una sincera comunanza di intenti che contribuisca con coerenza e saggezza allo sviluppo delle nuove generazioni.
Affinché tutto questo si realizzi è indispensabile riconoscere la responsabilità umana che ci si assume, nel momento in cui si decide di diventare genitori e educatori. Servono presenze mature, consapevoli della fatica e del coraggio che serve per educare, andando spesso controcorrente. Infatti, se educare significa favorire l’emergere dell’individualità aiutando ogni bambino e ragazzo a riconoscere la propria vera forma, questo implica che accompagnare la crescita è il contrario del con-formarsi al discorso culturale e sociale dominante oggi ricco di seduzioni fuorvianti e prive di valore esistenziale.








