E se la violenza diventasse l’unico linguaggio che il potere è costretto ad ascoltare?

Tra agenda mediatica, immagini e rappresentazione del conflitto, si gioca una parte importante del rapporto tra cittadini, informazione e potere. Nel racconto delle proteste però, la visibilità non coincide necessariamente con l'ascolto

foto: Jorge Jaramillo / JJxFile.com (CC BY-SA 4.0)

Ogni volta che una protesta degenera in scontri, la discussione pubblica sembra seguire un copione già scritto. Le immagini dei disordini occupano le aperture dei telegiornali, si contano i feriti, si documentano i danni, si cercano responsabilità e arrivano le dichiarazioni di condanna. Il dibattito si concentra rapidamente sulla violenza e sulla necessità di garantire l’ordine pubblico.

Nel frattempo, le ragioni che hanno portato le persone in piazza rischiano di passare in secondo piano. Le rivendicazioni rimangono sullo sfondo, mentre il racconto si concentra sui comportamenti più estremi e sulle reazioni delle istituzioni.

È una dinamica che torna d’attualità di fronte alle mobilitazioni in corso tra Francia, Italia, Albania e altri Paesi, con cortei e momenti di tensione in molte città. Sempre più appuntamenti di piazza vengono organizzati e calendarizzati, gli appelli circolano sulle piattaforme digitali e, sui social network, si accende la discussione sul ricorso alla violenza: può diventare uno strumento per farsi ascoltare quando le forme tradizionali di protesta sembrano inefficaci?

 

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L’attenzione come risorsa politica

Nella comunicazione politica, ottenere attenzione è già un risultato. Le teorie dell’agenda setting mostrano come i media contribuiscano a determinare quali temi acquistano rilevanza nell’opinione pubblica. L’agenda building, invece, aiuta a comprendere come attori politici e sociali cerchino di portare le proprie questioni al centro della discussione collettiva.

Per un movimento di protesta, il primo ostacolo può essere proprio riuscire a entrare nell’agenda mediatica. Quando le manifestazioni si svolgono senza incidenti, attraverso comunicati, presidi e cortei autorizzati, la copertura può risultare limitata. Un episodio violento, al contrario, può trasformare una mobilitazione marginale in una notizia nazionale.

Come osserva Michele Sorice in La comunicazione politica, il discorso pubblico coinvolge una pluralità di attori: partiti, sindacati, gruppi di pressione, lobby, movimenti e associazioni della società civile. Persino i gruppi terroristici, attraverso attività criminali ad alta visibilità e forte impatto emotivo, cercano di esercitare una pressione mediatica sulla politica, pur nella profonda differenza di finalità e metodi.

La violenza possiede una capacità dirompente. Interrompe la normalità, produce immagini forti e impone una reazione. In termini di attenzione, può rivelarsi efficace nel breve periodo. La sua efficacia politica dipende però da ciò che accade dopo: quale tema resta al centro del dibattito? Quali interpretazioni prevalgono? Le richieste dei manifestanti vengono comprese, sostenute o respinte?

La vetrina rotta e la protesta che scompare

La questione riguarda anche il framing, cioè il modo in cui un evento viene selezionato, presentato e interpretato. Una protesta può essere raccontata a partire dalle sue rivendicazioni oppure attraverso gli scontri, i danni e le conseguenze per la sicurezza. La scelta del punto di vista contribuisce a orientare la percezione del pubblico.

 

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Il fenomeno è stato studiato anche da Omar Wasow nel saggio del 2020 Agenda Seeding: How 1960s Black Protests Moved Elites, Public Opinion and Voting. Analizzando le proteste afroamericane degli anni Sessanta negli Stati Uniti, Wasow ha mostrato come la natura delle manifestazioni e la loro rappresentazione mediatica possano influenzare l’agenda politica e l’opinione pubblica. La copertura degli episodi di disordine può favorire interpretazioni incentrate sulla legge e sull’ordine, con conseguenze anche sul consenso politico.

Questo non significa che ogni protesta violenta produca necessariamente lo stesso effetto, ma il modo in cui una mobilitazione entra nelle notizie può incidere profondamente sul destino delle sue rivendicazioni.

La gerarchia delle storie

Anche il racconto attorno ai temi dell’ordine e della sicurezza contribuisce a definire il significato pubblico di una manifestazione, e i mass media sono tra gli attori che pesano di più in questa costruzione. Un agente ferito che continua a dirigere i colleghi, ad esempio, è stato recentemente presentato come il protagonista di una storia di coraggio e sacrificio.

Parlare di “eroismo” in un contesto del genere non è una scelta neutra. Selezionando una vicenda individuale e caricandola di valore morale, i media canalizzano l’attenzione in una direzione precisa e la sottraggono a tutto il resto. La forza emotiva dell’eroe occupa lo spazio che sarebbe destinato alle ragioni della mobilitazione e assegna i ruoli prima ancora che il dibattito cominci: da una parte chi si sacrifica per l’ordine, dall’altra chi lo mette in pericolo. Il racconto non si limita a descrivere il conflitto, lo organizza in un verso.

Ogni notizia richiede una selezione e ogni selezione produce una gerarchia. La questione democratica riguarda la possibilità di dare visibilità ai diversi aspetti di un conflitto, senza che una sola storia, scelta e amplificata da chi ha più voce, finisca per oscurare tutte le altre.

Autotrasportatori, agricoltori e ambientalisti: simpatie diverse

Alcune proteste di questi giorni, con agricoltori e autotrasportatori che bloccano le autostrade contro il caro carburante, mostrano come la percezione di una mobilitazione dipenda anche dall’identità di chi protesta. Le difficoltà economiche di queste categorie suscitano commozione e solidarietà. Gli attivisti ambientali che ricorrono a blocchi stradali simili incontrano invece rabbia e insofferenza.

Una prima spiegazione è l’identificazione sociale: è più facile provare empatia verso problemi concreti, familiari e immediati, come il rischio economico di un lavoratore. Le conseguenze della crisi climatica appaiono più lontane e meno tangibili, pur essendo altrettanto rilevanti.

Contano poi il framing e i criteri di notiziabilità. Trattori e camion sono immagini riconoscibili, capaci di rappresentare una categoria e le sue difficoltà. I blocchi degli ambientalisti vengono invece raccontati attraverso il traffico interrotto e il disagio degli automobilisti, e la protesta diventa una notizia sul disordine provocato. Infine, la spettacolarizzazione: le azioni plateali degli ambientalisti attirano lo sdegno e mettono in secondo piano le loro ragioni, mentre i blocchi dei trasportatori, che causano disagi seri ma senza danni materiali contestuali, suscitano comprensione.

Questo paragone invita a interrogarsi sui criteri con cui attribuiamo legittimità alle proteste. La solidarietà verso una categoria può convivere con quella verso altre e la critica alle modalità di una mobilitazione può accompagnarsi all’attenzione per le ragioni di chi la mette in atto.

 

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La condanna e il rischio di perdere di vista le cause

Dopo gli scontri, la richiesta di condannare la violenza diventa spesso il passaggio obbligato del dibattito pubblico. Le istituzioni, i partiti, le associazioni e gli stessi organizzatori delle manifestazioni sono chiamati a prendere posizione. La condanna può essere necessaria e doverosa, soprattutto quando qualcuno viene ferito o quando vengono messi a rischio diritti e libertà altrui.

Il rischio è che la discussione si esaurisca lì. La richiesta di dissociazione può trasformarsi nel principale criterio con cui giudicare un movimento, assorbendo l’attenzione che dovrebbe essere dedicata anche alle ragioni della protesta.

Condannare un’aggressione e chiedere conto delle responsabilità individuali è compatibile con l’analisi delle condizioni che hanno alimentato il conflitto. Lo stesso vale per la distinzione tra chi organizza una manifestazione, chi vi partecipa pacificamente e chi compie atti violenti: attribuire responsabilità richiede precisione, evitando generalizzazioni.

 

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La violenza come mezzo: un meccanismo da comprendere

La capacità della violenza di attirare attenzione è stata studiata anche in relazione al terrorismo politico. In questi casi, l’atto violento è concepito anche come un messaggio rivolto a un pubblico più ampio delle vittime dirette: l’obiettivo è produrre paura, amplificare la propria presenza e condizionare l’agenda politica attraverso la copertura mediatica.

Proteste sociali, disobbedienza civile e terrorismo appartengono a fenomeni profondamente diversi. Il confronto però è utile per comprendere il meccanismo comunicativo: un evento capace di interrompere bruscamente la normalità può ottenere un’attenzione che le richieste formulate attraverso i canali ordinari faticano a conquistare.

Resta da valutare quale risultato produca quell’attenzione. Un messaggio può diventare impossibile da ignorare e, contemporaneamente, essere interpretato in modo opposto alle intenzioni di chi lo ha lanciato. Può suscitare solidarietà, ma anche paura, ostilità e richieste di repressione.

La salute delle democrazie

In La società aperta e i suoi nemici, Karl Popper individua una caratteristica fondamentale della democrazia nella possibilità di sostituire i governanti senza ricorrere alla violenza. La differenza decisiva rispetto ai sistemi autoritari risiede anche nella possibilità di liberarsi di un governo insoddisfacente attraverso procedure istituzionali, anziché attraverso lo spargimento di sangue.

Questa idea permette di porre una domanda scomoda. Se una parte dei cittadini arriva a considerare la protesta dirompente come l’unico modo per ottenere attenzione, quanto sono efficaci i canali attraverso cui la democrazia dovrebbe raccogliere il dissenso?

La questione riguarda la rappresentanza politica, la capacità delle istituzioni di rispondere alle domande sociali e la fiducia nella possibilità di incidere sulle decisioni collettive. Quando le persone percepiscono che il voto, il confronto pubblico, i sindacati, le associazioni e le manifestazioni pacifiche non producono risposte, il rapporto con le istituzioni si deteriora. Diventa così necessario interrogarsi sulle condizioni che rendono credibile l’idea che soltanto un’escalation possa costringere il potere ad agire.

Comprendere il conflitto per prevenire l’escalation

Per comprendere le condizioni che alimentano il conflitto, la distinzione proposta da Hannah Arendt (in Sulla violenza) tra potere e violenza offre una chiave di lettura utile: il potere nasce dalla capacità delle persone di agire insieme e si fonda sul consenso, mentre la violenza ricorre alla coercizione e agli strumenti della forza. Quando le istituzioni perdono consenso o si dimostrano incapaci di dare risposte alle richieste della società, il conflitto può intensificarsi e il ricorso alla forza diventare più probabile.

Dom Hélder Câmara, vescovo brasiliano e autore di Spirale di violenza, individua una sequenza di tre forme di violenza: prima quella strutturale, esercitata attraverso ingiustizie e condizioni sociali oppressive; poi quella dei soggetti che protestano contro tali condizioni; infine, quella repressiva, con cui il potere cerca di ristabilire l’ordine. Questa visione non rende equivalenti le responsabilità dei diversi attori e invita quindi ad allargare lo sguardo oltre il singolo episodio. Una protesta violenta ha una storia, un contesto e delle cause che meritano di essere analizzati. Fermarsi alla condanna di un anello della catena rischia di lasciare intatte le cause che l’hanno innescata.

«Ci sono molti modi di uccidere: si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato».
(Bertolt Brecht, Me-ti. Libro delle svolte)

Anche le ricerche di Erica Chenoweth e Maria J. Stephan sulla resistenza civile nonviolenta offrono un elemento di riflessione, mostrando l’importanza della partecipazione collettiva e delle strategie nonviolente nei movimenti che puntano a ottenere cambiamenti politici. La nonviolenza può ampliare il coinvolgimento, favorire il sostegno pubblico e mettere sotto pressione il potere senza ricorrere alla forza fisica.

Una democrazia dovrebbe ascoltare prima dell’emergenza

Agricoltori, studenti, lavoratori, ambientalisti, trasportatori: ogni cittadino deve poter portare le proprie richieste nello spazio pubblico. Le ragioni possono differire, le proteste creare disagi, le proposte entrare in conflitto. Il compito di una democrazia è garantire che queste istanze siano espresse, discusse e affrontate, senza stabilire che soltanto alcune meritino ascolto.

L’informazione ha responsabilità. Raccontare una protesta significa documentarne la partecipazione, le azioni e le responsabilità, ma anche interrogarsi sulle ragioni che hanno portato le persone in piazza e sulle risposte ricevute dalle istituzioni.

La violenza può produrre attenzione immediata, ma non garantisce ascolto, consenso o cambiamento. Se per farsi ascoltare serve diventare impossibili da ignorare, il problema riguarda anche il modo in cui la democrazia gestisce il dissenso, e quindi la sua qualità.

Una democrazia dovrebbe ascoltare prima dell’emergenza, anche quando le richieste dei cittadini sono scomode, le loro proteste disturbano la normalità e le loro esigenze non coincidono con quelle di chi governa.

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