Non sono mai stato contrario all’apprendimento della lingua del Paese che ci accoglie, né ho mai considerato l’integrazione una rinuncia alla mia identità, alla mia storia o alla mia cultura. Al contrario, fin dai primi momenti del mio arrivo in Italia, come rifugiato politico costretto dalle circostanze del proprio Paese a partire, ho compreso che la lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione quotidiana, ma è la chiave della dignità, dell’indipendenza e della partecipazione alla vita pubblica.
Per questo motivo, oggi non mi unirò a coloro che si affrettano a criticare la Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, semplicemente perché afferma che gli immigrati e i loro figli devono imparare la lingua italiana. Anzi, vado oltre: condivido l’importanza dell’apprendimento della lingua e ritengo che conoscere l’italiano sia una vera necessità per l’integrazione e che chiunque decida di costruire la propria vita in questo Paese debba compiere uno sforzo serio per impararlo.
Ma il fatto che io condivida con la signora Meloni l’obiettivo non significa che condivida anche il metodo.
Non voglio infatti discutere dell’importanza della lingua, che per me è una verità che non ha bisogno di dimostrazioni, ma voglio interrogarmi sulla responsabilità dello Stato, sulla giustizia nell’applicazione delle decisioni e sulla distanza che separa l’emanazione delle leggi dalla creazione delle condizioni umane e sociali che ne consentono l’attuazione.
Gentile Presidente Meloni, la domanda non è perché dobbiamo imparare l’italiano, ma perché talvolta ci viene richiesto di farlo prima ancora che ci vengano forniti gli strumenti concreti per impararlo.
Dall’asilo politico alla cittadinanza italiana: la mia esperienza con la lingua
Sono arrivato in Italia come rifugiato politico e la mia partenza dal Paese d’origine non è stata un viaggio turistico, né un trasferimento alla ricerca di una nuova esperienza culturale. Sono stato costretto a lasciare la mia patria a causa delle circostanze politiche e ho portato con me ciò che molti rifugiati portano: una storia personale, la memoria di una patria, un’esperienza di vita e molte domande sul futuro.
Quando sono arrivato qui, sapevo che avrei dovuto ricominciare da capo. E la prima cosa che ho compreso è stata che imparare la lingua italiana era una necessità inevitabile. Ma nessuno mi ha accolto con un programma chiaro dicendomi: questa è la tua scuola, questo è il tuo insegnante, queste sono le lezioni che ti aiuteranno a comprendere la società in cui sei entrato e questa è l’istituzione che ti accompagnerà finché non sarai in grado di camminare con le tue gambe.
Nella mia esperienza personale non mi è stata offerta un’opportunità organizzata per imparare la lingua. Non ho trovato una classe destinata a me, né un percorso educativo che mi accompagnasse fin dal mio arrivo. Perciò ho deciso di assumermi personalmente questa responsabilità. Ho cercato i corsi, mi sono iscritto, ne ho pagato i costi con i miei soldi, ho studiato e imparato, cercando di trasformare la lingua da barriera che mi separava dalla società in un ponte che mi collegasse ad essa.
Non è stato facile, ma non ho considerato le difficoltà una ragione per arrendermi.
Mi sono iscritto all’università, ho conseguito due master e oggi mi trovo nella fase finale della preparazione della mia tesi di dottorato. Non lo dico per esibire il mio percorso personale, ma per chiarire una realtà che spesso scompare dal dibattito politico italiano: non tutti gli immigrati aspettano assistenza, non tutti i rifugiati rifiutano l’integrazione e non tutti gli stranieri che vivono in Italia sono persone che non desiderano impararne la lingua.
In seguito sono diventato cittadino italiano e non ho mai sentito che acquisire la cittadinanza italiana mi imponesse di rinunciare alle mie radici o ai miei ricordi. Al contrario, ho sentito di aver aggiunto alla mia prima appartenenza una nuova appartenenza e che la cittadinanza non significa cancellare il passato, ma partecipare alla costruzione di un futuro comune.
Ed è proprio da questa posizione che oggi scrivo alla signora Meloni: ex rifugiato politico, oggi cittadino italiano, e persona che conosce per esperienza diretta il valore della lingua, ma che conosce anche il prezzo del suo apprendimento quando l’intera responsabilità viene lasciata sulle spalle dell’individuo.
Integriamo gli studenti o redistribuiamo il problema?
Il 24 settembre 2026, la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha annunciato l’approvazione da parte del suo governo di un decreto contenente misure relative all’integrazione degli studenti stranieri nelle scuole. Tra le misure principali figura la fissazione di un limite del 30% per determinate categorie di studenti privi della cittadinanza italiana nelle prime classi dei diversi cicli di istruzione, insieme al rafforzamento dell’apprendimento della lingua e all’introduzione di percorsi obbligatori per alcuni genitori le cui difficoltà linguistiche ostacolano una collaborazione efficace con le scuole dei propri figli.
Il decreto-legge n. 170 è stato emanato il 30 settembre 2026 ed è entrato in vigore il 1° ottobre, mentre l’applicazione delle nuove regole sulla formazione delle classi è prevista a partire dall’anno scolastico 2027–2028. Occorre precisare che la percentuale del 30% non riguarda automaticamente tutti i bambini stranieri, ma si basa su criteri relativi alla cittadinanza, al luogo di nascita o agli anni di precedente frequenza scolastica in Italia, a seconda del ciclo di istruzione. Il decreto prevede inoltre misure per sostenere l’apprendimento dell’italiano e la distribuzione degli studenti.
Meloni ha affermato che queste misure mirano a evitare la formazione di classi isolate e a garantire pari opportunità a tutti gli studenti. Comprendo la preoccupazione per l’esistenza di classi nelle quali un numero elevato di studenti non riesce a comprendere la lingua in cui vengono insegnate le materie. Comprendo anche che un insegnante non possa svolgere efficacemente il proprio lavoro se una parte dei suoi studenti non è in grado di seguire le lezioni. Ma chiedo alla signora Meloni: il vero problema è il numero degli studenti stranieri presenti in una classe oppure il livello di sostegno linguistico ed educativo messo a loro disposizione?
Che cosa accadrebbe se in una determinata scuola il quaranta o il cinquanta per cento degli studenti arrivati dall’estero avesse bisogno di un sostegno linguistico? La soluzione sarebbe trasferirne alcuni in un’altra scuola? E il problema diventerebbe meno grave soltanto perché questi bambini sono stati distribuiti in edifici differenti? E che cosa accadrebbe alla famiglia che abita vicino a una scuola che il figlio potrebbe raggiungere a piedi? Potrebbe essere costretta a mandarlo in una scuola più lontana, soltanto perché una determinata percentuale è stata raggiunta? Chi si farebbe carico dei costi del trasporto? Chi accompagnerebbe il bambino? Come potrebbe organizzarsi una madre che lavora nelle prime ore del mattino, un padre che non può assentarsi dal lavoro o una famiglia che non possiede un’automobile?
La giustizia educativa non si realizza semplicemente redistribuendo i numeri.
Non sostengo che la distribuzione degli studenti tra le scuole sia illegittima in ogni circostanza. Potrebbe essere utile sul piano educativo se fosse fondata sulle condizioni delle scuole e sugli interessi dei bambini. Ma trasformare una percentuale numerica nel centro del dibattito rischia di nascondere il problema più profondo: la mancanza di strumenti che permettano a bambini linguisticamente diversi di imparare insieme.
L’integrazione non significa soltanto evitare che molti bambini stranieri siedano nella stessa classe, ma garantire che ogni bambino trovi nella propria classe gli strumenti che gli consentano di imparare, partecipare e sentirsi parte della scuola.
Gentile Presidente Meloni, dove sono le scuole che insegnano l’italiano agli immigrati?
Arrivo qui alla domanda che considero il cuore della questione. Perché iniziamo a parlare di sanzioni, percentuali e obblighi prima ancora di parlare di scuole, corsi, insegnanti e risorse? E perché non dovrebbe esistere una rete capillare di programmi per l’insegnamento della lingua italiana, collegata alle scuole, ai comuni, ai centri di accoglienza dei rifugiati e alle istituzioni sociali, affinché ogni immigrato sappia fin dal proprio arrivo dove rivolgersi per imparare la lingua?
È vero che in Italia esistono già i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, conosciuti come CPIA, che offrono programmi di apprendimento della lingua italiana, e non sarebbe corretto ignorarne l’esistenza. Il nuovo decreto prevede inoltre corsi gratuiti per i genitori interessati. Ma l’esistenza di un’istituzione sulla carta è una cosa, garantire che tutti possano effettivamente accedervi è un’altra. Persino a Roma, alcuni centri per l’istruzione degli adulti segnalano la temporanea chiusura delle iscrizioni ai corsi di italiano in alcune delle loro sedi. È un esempio concreto del fatto che la disponibilità di un servizio richiede risorse e capacità di accoglienza, non soltanto il riconoscimento della sua esistenza.
Mi domando dunque: questi centri sono sufficienti per accogliere tutti coloro che ne hanno bisogno? Ci sono insegnanti in numero adeguato? I corsi sono distribuiti equamente tra le grandi città e i piccoli comuni? Sono disponibili in orari compatibili con quelli dei lavoratori e delle donne che hanno responsabilità domestiche e familiari?
Può una madre con tre figli frequentare un corso quando non ha nessuno che possa occuparsi dei bambini? Può un lavoratore che esce di casa alle sei del mattino e rientra la sera frequentare regolarmente lezioni che non sono compatibili con i suoi orari di lavoro? E queste persone dovrebbero essere considerate contrarie all’integrazione se sono ostacoli pratici a impedire loro di frequentare i corsi?
Il governo potrebbe trasformare le scuole, dopo la fine delle lezioni, in centri comunitari per l’apprendimento della lingua. I comuni potrebbero organizzare corsi serali, creare collaborazioni con università, associazioni e istituzioni educative e offrire percorsi adeguati alle madri, ai lavoratori e ai rifugiati appena arrivati.
L’apprendimento della lingua potrebbe addirittura diventare parte di una chiara politica nazionale di accoglienza, che inizi fin dai primi giorni dell’arrivo di una persona in Italia, invece di lasciarla per anni ad affrontare da sola le difficoltà, per poi domandarle perché non abbia imparato.
La Costituzione italiana: lo Stato deve “rimuovere gli ostacoli”
La stessa Costituzione italiana offre una base importante per comprendere il rapporto tra i doveri dell’individuo e le responsabilità dello Stato. L’articolo 3 non si limita ad affermare l’uguaglianza davanti alla legge, ma stabilisce anche che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la sua partecipazione alla vita economica, sociale e politica.
E qui domando alla Presidente del Consiglio: la lingua, quando mancano gli strumenti necessari per impararla, non è forse uno degli ostacoli che possono impedire una reale partecipazione alla società? E se la Costituzione chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli, il governo non dovrebbe interrogarsi prima sulle ragioni della persistenza di queste barriere, anziché imporre sanzioni economiche alle famiglie?
L’articolo 34 della Costituzione afferma che la scuola è aperta a tutti, che l’istruzione inferiore è obbligatoria e gratuita e che la Repubblica rende effettivo il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi per coloro che sono capaci e meritevoli, anche quando sono privi di mezzi economici. L’articolo 45 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1999 rafforza questo principio, garantendo ai minori stranieri presenti in Italia il diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità del loro soggiorno e prevedendo la possibilità di adattare i programmi e fornire un sostegno linguistico adeguato. Sono disposizioni che riflettono una comprensione profonda della filosofia dello Stato democratico: non basta riconoscere teoricamente un diritto, occorre creare le condizioni per esercitarlo.
Non sostengo che il decreto Meloni sia certamente contrario alla Costituzione. Il giudizio sulla costituzionalità delle leggi spetta agli organi giurisdizionali competenti e richiede un esame della proporzionalità delle limitazioni rispetto agli obiettivi perseguiti e ai loro effetti concreti.
Sostengo però che esiste una tensione costituzionale e politica che merita di essere discussa tra il dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli e una politica che rischia di punire le persone proprio per le conseguenze di quegli stessi ostacoli. Se una persona non è in grado di imparare la lingua a causa della povertà, delle condizioni di lavoro o dell’assenza di corsi adeguati, l’uguaglianza si realizza imponendole una multa oppure affrontando le condizioni che le hanno impedito di imparare?
Quando la sanzione diventa un’alternativa all’educazione
L’articolo 12 del nuovo decreto stabilisce che le scuole segnalino ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche dei genitori stranieri incidano negativamente sull’integrazione dei figli o sul loro percorso educativo. I servizi sociali elaborano un piano individualizzato di sostegno, che comprende un corso gratuito di italiano, finalizzato al raggiungimento almeno del livello A2. Se le persone interessate rifiutano di completare il percorso e persistono nel rifiuto dopo una formale diffida, senza una giustificazione riconosciuta, può essere applicata una sanzione pecuniaria compresa tra 200 e 1.000 euro.
La disposizione prevede eccezioni legate a ragioni di salute e ad altre circostanze documentate, un elemento che deve essere riconosciuto nella valutazione della legge. Ma ciò che suscita interrogativi è che lo stesso articolo prevede l’attuazione di queste misure nei limiti delle risorse umane e finanziarie disponibili e senza nuovi oneri per la finanza pubblica.
È qui che emerge, a mio giudizio, una delle contraddizioni pratiche più evidenti della politica governativa. Come si può ampliare l’obbligo di apprendere la lingua, predisporre piani di sostegno per le famiglie, garantire corsi gratuiti e verificare il rispetto degli obblighi senza che siano necessarie risorse aggiuntive destinate a questa missione?
I Centri per l’Istruzione degli Adulti dispongono di una capacità sufficiente per accogliere i potenziali partecipanti? I servizi sociali hanno il tempo e il personale necessari per seguire questi casi? L’insegnamento sarà disponibile in orari adeguati alle famiglie che lavorano?
Per correttezza va riconosciuto che il decreto destina effettivamente finanziamenti aggiuntivi ad alcune attività di rafforzamento dell’italiano per gli studenti, pari a 3,4 milioni di euro per il 2027 e a circa 14,14 milioni di euro annui a partire dal 2028, nei casi in cui non sia possibile rispettare le percentuali previste per la distribuzione degli studenti nelle scuole. Ma questi finanziamenti specifici non eliminano la domanda sull’adeguatezza delle risorse necessarie per attuare gli obblighi previsti per i genitori, né sulla reale accessibilità e diffusione dei programmi di sostegno.
C’è poi un’altra contraddizione che non dovrebbe essere ignorata: il governo vuole incoraggiare la comunicazione tra scuola e famiglia, ma trasforma le difficoltà linguistiche, in determinati casi, nel punto di partenza di una procedura sociale che può concludersi con una sanzione economica. Questo incoraggerà alcune famiglie ad avvicinarsi alle scuole oppure potrebbe aumentare il loro timore di comunicare con gli insegnanti e con la direzione scolastica? Non sarebbe meglio che un padre o una madre percepissero la scuola come un alleato che li aiuta a comprendere il futuro dei propri figli, anziché come un’istituzione con la quale il rapporto può trasformarsi in un procedimento amministrativo destinato a concludersi con una multa?
Non difendo la negligenza, né il rifiuto di collaborare con la scuola, né il rifiuto deliberato di imparare la lingua. Ritengo anzi che chi dispone di un’opportunità seria, gratuita e adeguata per imparare e poi la rifiuta senza una giustificazione debba assumersi la responsabilità della propria scelta.
Ma la responsabilità deve essere reciproca. Chiediamo conto del rifiuto di imparare dopo aver garantito che la persona sia concretamente in grado di farlo, senza confondere chi non vuole imparare con chi non ha trovato la strada per riuscirci.
L’integrazione è una responsabilità esclusiva dell’immigrato?
Arriviamo qui a una questione intellettuale e politica più profonda. Molto spesso, nel discorso politico, l’integrazione viene presentata come un esame che l’immigrato deve superare da solo. Deve imparare la lingua, comprendere le leggi, lavorare, rispettare le istituzioni e adattarsi alla cultura generale. Condivido queste responsabilità, nel quadro del rispetto dei diritti e delle libertà. Ma che cosa accade dall’altra parte?
L’integrazione non è forse un rapporto reciproco tra la persona e la società che la accoglie? Come può un immigrato integrarsi se non trova un percorso chiaro per imparare la lingua? Come può lavorare secondo le proprie qualifiche se non gli vengono offerte opportunità eque per il riconoscimento dei suoi titoli di studio e delle sue esperienze? Come può partecipare alla vita sociale se vive isolato in condizioni economiche e abitative difficili?
L’integrazione non è sinonimo di assimilazione culturale e non significa che una persona debba rinunciare alla propria lingua madre, alle proprie tradizioni o alla propria storia.
Sono diventato cittadino italiano senza smettere di amare il mio primo Paese e senza rinunciare alla lingua araba o alla mia memoria politica e culturale. Credo che una persona possa portare nel cuore più di una patria ed essere leale alla società di cui è diventata parte senza cancellare la propria storia personale.
Tra il dovere del governo e la responsabilità dell’immigrato
Gentile Presidente Meloni, le scrivo da una posizione che non nasce da un’opposizione politica pregiudiziale. Non sono obbligato a rifiutare tutto ciò che Lei dice, per esercitare il mio diritto di criticare le politiche del Suo governo. E non ritengo che un’opposizione seria significhi contestare ogni decisione soltanto perché proviene da un governo con il quale alcuni sono ideologicamente in disaccordo.
Ho compreso l’importanza della lingua molti anni prima che Lei emanasse questo decreto, l’ho imparata con i miei sforzi e con il mio denaro e, grazie ad essa, sono riuscito a proseguire gli studi universitari e a partecipare più ampiamente alla vita italiana. Per questo motivo non sono in disaccordo con Lei sulla necessità di impararla. Ma non condivido qualsiasi approccio che renda l’obbligo più evidente del sostegno e che faccia risuonare la parola «sanzione» più forte della parola «opportunità».
Il compito della Presidente del Consiglio non è soltanto dirci che dobbiamo imparare l’italiano. Questo è qualcosa che molti di noi già sanno e desiderano più di quanto possiate immaginare. Il compito del Governo è organizzare le condizioni che rendano possibile questo apprendimento, garantire l’accesso ai corsi a chi ne ha bisogno, sostenere le scuole, gli insegnanti e i Centri per l’Istruzione degli Adulti e considerare le famiglie arrivate dall’estero come partner nella costruzione della società, non semplicemente come un problema da gestire.
E se alcune famiglie rifiutano realmente l’integrazione, non è giusto trasformare questi casi in un’immagine generale attribuita a milioni di esseri umani diversi per storia, istruzione, condizioni e aspirazioni. Tra gli immigrati ci sono medici, ingegneri, lavoratori, ricercatori, studenti, madri e padri. E tra loro ci sono anche rifugiati politici che hanno lasciato le proprie patrie perché rimanervi era diventato impossibile.
Non è consentito ridurre tutte queste persone a un’unica categoria politica, né presumere che una conoscenza insufficiente della lingua sia la prova del rifiuto della società o dell’ostilità verso la sua cultura. Esiste una grande differenza tra una persona che rifiuta di imparare e una persona che desidera imparare ma non riesce ad accedere all’istruzione. Una politica giusta è quella che sa distinguere tra le due.
Non trasformate la lingua in un nuovo muro
Temo che l’attenzione concentrata sulle percentuali e sulle sanzioni possa produrre un risultato contrario all’obiettivo dichiarato.
Un bambino straniero, trasferito in una scuola più lontana a causa delle misure di distribuzione degli studenti, potrebbe sentirsi diverso dai propri compagni, anche se questa non è l’intenzione del legislatore.
Una madre, che teme di rapportarsi con la scuola a causa delle proprie difficoltà linguistiche, potrebbe isolarsi ulteriormente se percepisse che tali difficoltà possono condurre a procedure sanzionatorie.
Un lavoratore, che non può frequentare un corso di lingua a causa dei propri orari lavorativi, potrebbe considerare l’obbligo un peso aggiuntivo, se non trovasse un’alternativa concreta compatibile con le proprie condizioni.
Questo non significa che tutte queste conseguenze si verificheranno inevitabilmente, ma che si tratta di rischi che devono essere valutati e affrontati prima che si aggravino. L’integrazione non può essere misurata soltanto attraverso il livello di conoscenza della lingua, ma anche attraverso la capacità della persona di partecipare alla società, rispettarne le leggi e contribuire alla sua economia, alla sua cultura e alla sua vita democratica.
Se il governo è realmente impegnato a costruire una società coesa, ha bisogno di una politica educativa di lungo periodo, non di misure amministrative separate dalla realtà quotidiana delle famiglie. Ha bisogno di più insegnanti, di un’istruzione flessibile, di collaborazione tra comuni, scuole e associazioni e di programmi che accolgano i genitori in un ambiente rispettoso della loro dignità e attento alle loro necessità. E ha bisogno, prima di tutto, di un discorso politico che non trasformi l’immigrato in una persona permanentemente sospetta.
Gentile Presidente Meloni, dateci l’opportunità e poi chiedeteci i risultati
Dopo tutti questi anni trascorsi in Italia, e dopo un percorso iniziato con l’asilo politico e arrivato alla cittadinanza, agli studi universitari e alla ricerca scientifica, posso affermare che imparare la lingua è stata una delle decisioni più importanti della mia vita. L’italiano mi ha dato la possibilità di comprendere la società in cui vivo, di avvicinarmi alla sua cultura, di difendere i miei diritti, di esprimere le mie idee e di costruire nuove relazioni umane e intellettuali.
Ma non dimentico di essere stato costretto ad aprirmi questa strada da solo, di aver pagato i corsi di cui avevo bisogno e che molte altre persone potrebbero non disporre delle risorse economiche, del tempo o delle condizioni personali che mi hanno permesso di continuare.
Se un rifugiato politico è riuscito a imparare l’italiano, a iscriversi all’università, a conseguire due master e ad arrivare alla fase finale della preparazione di un dottorato di ricerca, questo non dimostra soltanto la sua personale capacità di perseverare, ma mostra anche ciò che una persona può realizzare quando riesce a superare gli ostacoli che incontra lungo il proprio cammino.
E immagini, gentile Presidente Meloni, quante potenzialità umane potrebbero andare perdute, perché i loro possessori non hanno trovato l’opportunità adeguata. Quanti medici non possono esercitare la propria professione? Quanti insegnanti, ricercatori o lavoratori qualificati sono rimasti confinati in occupazioni che non riflettono le loro competenze? Quanti bambini possiedono grandi capacità, ma incontrano difficoltà linguistiche precoci che ne impediscono l’emergere?
La forza di uno Stato non si misura soltanto dalla sua capacità di emanare leggi e imporre sanzioni, ma anche dalla sua capacità di scoprire queste potenzialità e aiutarle a diventare parte della propria forza economica, culturale e sociale.
Per questo Le dico chiaramente:
Gentile Presidente Meloni, sono d’accordo con Lei sulla necessità di imparare l’italiano, ma Le chiedo di essere dalla nostra parte nel mettere a disposizione gli strumenti per impararlo. Aprite le scuole, organizzate i corsi, sostenete gli insegnanti, coinvolgete i genitori e date alle persone il tempo, gli strumenti e il rispetto di cui hanno bisogno. Dopo, potremo parlare seriamente della responsabilità di ciascun individuo nei confronti delle opportunità che gli sono state offerte e di come affrontare il comportamento di chi rifiuta deliberatamente di adempiere ai propri obblighi.
Ma chiedere a una persona di raggiungere un risultato senza garantirle gli strumenti per farlo non è giustizia sociale nel senso su cui si fonda la Costituzione italiana. E non dimenticate che dietro ogni pratica di immigrazione c’è un essere umano, dietro ogni bambino c’è una famiglia e dietro ogni rifugiato c’è una storia che può essere piena di paura, perdita e sradicamento.
Non chiediamo di essere esentati dalle responsabilità, né privilegi a scapito degli altri cittadini. Chiediamo soltanto che la responsabilità sia reciproca, che le opportunità siano reali e che l’umanità rimanga presente quando lo Stato scrive le proprie leggi.
Ma voglio anche che l’Italia rimanga fedele a uno dei principi più belli su cui si fonda la sua Costituzione repubblicana: che la dignità della persona non si misura attraverso le sue origini e che l’uguaglianza non si realizza soltanto con le parole, ma rimuovendo gli ostacoli che impediscono alle persone di esercitare i propri diritti.
Gentile Presidente Meloni, non puniteci perché non conosciamo la lingua prima di averci offerto una vera opportunità per impararla. E non trasformate l’integrazione in un esame che l’immigrato deve affrontare da solo, ma in un progetto nazionale nel quale lo Stato, la società e l’immigrato si assumano insieme le proprie responsabilità.
Perché un’Italia che insegna la propria lingua ai suoi nuovi cittadini e residenti, rispettandone la storia e la dignità, è molto più forte di un’Italia che si limita a chiedere loro di parlare e poi li minaccia di una sanzione se non ne sono capaci.












