03 Ago 2026

Ceuta mette alla prova Schengen: esiste ancora un’Europa politica?

La crisi migratoria esplosa a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio 2026 ha rapidamente superato la dimensione locale, trasformandosi in un confronto politico tra Spagna e Italia e in un nuovo test per la tenuta dello spazio Schengen. E le domande sul presente e sul futuro dell'UE sorgono spontanee

Secondo le autorità spagnole, circa 60.000 persone sono entrate nell’enclave spagnola di Ceuta dal territorio marocchino nell’arco di poche ore. Almeno 70 persone sono morte per annegamento o durante le calche, mentre oltre 48.000 migranti sarebbero successivamente tornati in Marocco. Madrid ha inviato rinforzi di polizia e reparti militari per ristabilire il controllo della frontiera.

Ceuta, insieme a Melilla, costituisce una delle poche frontiere terrestri dirette tra l’Africa e l’Unione europea. La sua particolare posizione geografica la rende vulnerabile alla pressione migratoria proveniente dal Marocco e dall’Africa subsahariana, ma anche alle tensioni politiche tra Madrid e Rabat.

Tra le cause immediate dell’ondata sono state indicate la diffusione sui social network di informazioni false o distorte riguardanti le possibilità di rimanere legalmente in Spagna, le difficoltà economiche dei giovani marocchini, la disoccupazione e l’attività delle reti di trafficanti. Ha inoltre pesato una lettura fuorviante di una recente decisione giudiziaria spagnola che limitava i respingimenti immediati in mare, senza però riconoscere un diritto automatico a restare in Spagna.

L’ampiezza del passaggio ha riaperto anche il sospetto che il controllo marocchino della frontiera possa essere utilizzato come strumento di pressione diplomatica. Era già accaduto nel 2021, quando circa 10.000 persone entrarono a Ceuta durante una fase di grave tensione tra Spagna e Marocco. Nel caso del 2026, tuttavia, Rabat ha negato qualsiasi responsabilità politica e ha successivamente collaborato per fermare ulteriori attraversamenti.

Lo scontro tra Meloni e Sánchez

Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha risposto introducendo per un mese controlli mirati sui cittadini non europei provenienti dalla Spagna attraverso porti e aeroporti italiani. Il provvedimento non riguardava i cittadini spagnoli o degli altri Stati dell’Unione europea, ma rappresentava una sospensione parziale del normale regime di libera circolazione.

Meloni ha giustificato la decisione con la necessità di tutelare la sicurezza nazionale ed evitare che persone entrate irregolarmente a Ceuta potessero raggiungere l’Italia o altri Paesi europei. Il governo italiano ha inoltre coordinato un rafforzamento dei controlli con la Francia e ha chiesto, insieme ad altri ventuno leader europei, una riunione urgente sulla protezione delle frontiere esterne dell’Unione.

La risposta del presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez è stata durissima. Sánchez ha sostenuto che Madrid aveva ristabilito il controllo della situazione in meno di quarantotto ore e che la quasi totalità dei migranti era già tornata in Marocco. Ha accusato alcuni governi europei di reagire sulla base di pregiudizi, disinformazione, ignoranza o interessi politici, definendo le restrizioni contro la Spagna egoistiche e incompatibili con lo spirito di solidarietà europea.

Madrid ha inoltre ricordato che Ceuta possiede un regime particolare rispetto allo spazio Schengen e che l’ingresso nell’enclave non consente automaticamente di raggiungere la Spagna continentale o gli altri Stati europei. Da questo punto di vista, il provvedimento italiano avrebbe avuto un valore prevalentemente politico e simbolico, poiché Italia e Spagna non condividono una frontiera terrestre e non risultava un movimento significativo di migranti da Ceuta verso il territorio italiano.

Dietro il conflitto tra Roma e Madrid emergono due idee differenti dell’Europa. Per Sánchez, uno Stato che protegge una frontiera esterna dovrebbe ricevere solidarietà e assistenza dai suoi partner. Per Meloni, invece, ogni governo conserva il diritto di adottare misure nazionali quando ritiene che la gestione di un’altra frontiera europea possa minacciare la propria sicurezza.

Schengen e il ritorno delle frontiere nazionali

Lo spazio Schengen si fonda sull’abolizione dei controlli alle frontiere interne, compensata da una protezione comune delle frontiere esterne e dalla fiducia reciproca tra gli Stati partecipanti.

Il Codice frontiere Schengen permette a uno Stato di reintrodurre temporaneamente i controlli interni quando esiste una grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna. Tuttavia, l’Unione europea stabilisce che tale decisione deve essere eccezionale, proporzionata, limitata nel tempo e adottata come ultima risorsa.

Il problema non è quindi l’esistenza giuridica dell’eccezione, ma il suo uso sempre più frequente. Dalla crisi migratoria del 2015 alla pandemia di Covid-19, passando per il terrorismo e le conseguenze delle guerre, numerosi governi hanno ripristinato controlli temporanei, spesso prorogandoli ripetutamente.

Schengen non viene abolita con una singola decisione, ma può essere svuotata gradualmente attraverso l’accumulo delle eccezioni. Se ogni Stato ripristina le proprie frontiere quando dubita della capacità di un altro membro, la libera circolazione rimane formalmente in vigore, mentre viene meno la fiducia politica che la rende possibile.

La crisi è scoppiata poche settimane dopo l’entrata in applicazione, il 12 giugno 2026, del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Il Patto promette procedure comuni più rapide, un migliore controllo delle frontiere esterne e un meccanismo di solidarietà per aiutare gli Stati sottoposti a forte pressione migratoria. Ceuta ha però mostrato quanto sia ancora difficile trasformare questi principi in un comportamento politico comune.

Vannacci, Marx e l’immigrazione

Nel dibattito italiano è intervenuto anche l’ex generale ed europarlamentare Roberto Vannacci, che ha utilizzato una categoria di Karl Marx per criticare l’immigrazione di massa.

Vannacci ha affermato che gli immigrati costituiscono ciò che Marx definiva l’«esercito industriale di riserva del padrone», una massa di lavoratori vulnerabili che consente agli imprenditori di ridurre il costo del lavoro e indebolire i diritti dei lavoratori italiani.

Il concetto compare nel primo libro del Capitale, nel capitolo dedicato alla legge generale dell’accumulazione capitalistica. Marx sosteneva che il sistema capitalistico produce continuamente una popolazione lavoratrice eccedente — disoccupati, precari e lavoratori disponibili ad accettare condizioni peggiori — che permette al capitale di esercitare pressione sui salari e sulla capacità contrattuale dell’intera classe lavoratrice.

Vannacci riprende dunque correttamente l’esistenza del meccanismo economico descritto da Marx, ma ne modifica la conclusione politica. Per Marx, il responsabile non era il lavoratore straniero, bensì il sistema che mette i lavoratori in concorrenza tra loro. La risposta marxiana sarebbe stata l’organizzazione comune dei lavoratori e l’estensione degli stessi diritti a tutti.

Vannacci, invece, trasferisce l’analisi dal conflitto tra capitale e lavoro alla contrapposizione tra lavoratori italiani e immigrati. Mantiene la critica agli imprenditori che cercano manodopera a basso costo, ma propone come soluzione la riduzione dell’immigrazione e la “remigrazione”, cioè il ritorno degli immigrati nei Paesi d’origine.

La sua posizione è resa più singolare dalla sua storia personale: Vannacci è sposato con una donna di origine romena. Egli distingue però la migrazione regolare e individuale dall’immigrazione irregolare di massa, che considera una minaccia per l’equilibrio sociale, culturale ed economico italiano. La vera contraddizione non consiste quindi nel suo matrimonio, ma nell’uso nazionalista di una teoria nata per dimostrare che la divisione tra lavoratori favorisce il capitale.

L’immigrazione e l’impotenza europea

L’arrivo improvviso di decine di migliaia di persone provoca inevitabilmente un grave disordine. Mette sotto pressione polizia, ospedali, centri di accoglienza, amministrazioni locali e popolazione residente. Rende inoltre difficile distinguere rapidamente tra richiedenti asilo, migranti economici, minori non accompagnati, vittime della tratta e persone che non hanno diritto a rimanere.

L’Europa oscilla ancora tra due risposte incomplete. La prima riduce tutta l’immigrazione a un problema di sicurezza; la seconda tende a sottovalutare le conseguenze reali degli ingressi incontrollati sulle comunità locali e sui servizi pubblici.

Una politica sostenibile dovrebbe unire il controllo effettivo delle frontiere, l’esame individuale e rapido delle richieste di asilo, il rimpatrio di chi non ha diritto alla protezione, l’apertura di canali legali per il lavoro, la lotta contro i trafficanti e una distribuzione equilibrata delle responsabilità tra gli Stati europei.

Senza questi elementi, i migranti continueranno a essere utilizzati come strumenti di pressione tra gli Stati, come manodopera vulnerabile dagli imprenditori e come argomento elettorale dai partiti nazionalisti.

Esiste ancora un’Europa politica?

La crisi di Ceuta si inserisce in un’Europa già divisa dalla guerra in Ucraina, dal conflitto di Gaza, dal rapporto con Israele e dalle tensioni con l’Iran. Su ciascuno di questi dossier, gli Stati europei mantengono interessi, priorità e sensibilità differenti.

L’Unione appare ancora solida come spazio economico, normativo e commerciale, ma molto più debole come soggetto politico e strategico. Quando emerge una crisi, i governi tendono a privilegiare la sicurezza nazionale, gli interessi elettorali e le proprie alleanze internazionali.

Ceuta non ha provocato la crisi dell’Europa: l’ha resa più visibile. Ha dimostrato quanto rapidamente possano riapparire le frontiere nazionali e quanto sia fragile la solidarietà tra gli Stati quando la pressione migratoria non è distribuita in modo uniforme.

L’Unione europea non è sul punto di dissolversi e Schengen non è stata abolita. Il pericolo è piuttosto quello di una lenta erosione politica: controlli temporanei che diventano ricorrenti, strategie nazionali che sostituiscono la politica comune e istituzioni europee ridotte a coordinare decisioni già prese dalle capitali.

La domanda, pertanto, non è soltanto se Schengen continuerà a esistere, ma quale Europa sarà ancora in grado di sostenerla: un’Europa fondata sulla fiducia e sulla responsabilità comune, oppure un mercato condiviso composto da Stati che richiudono le proprie frontiere a ogni nuova emergenza?

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