27 Lug 2026

Una domanda arriva da Lampedusa: perché abbiamo paura dell’immigrazione?

Lampedusa non chiede all’Europa di rinunciare a sé stessa. Le chiede, piuttosto, di essere fedele alla parte migliore della propria storia: i diritti umani, la dignità della persona, la solidarietà, la democrazia, la pace

Lampedusa non è soltanto un punto geografico nel Mediterraneo. È una soglia. Da una parte c’è l’Europa delle vacanze, dei consumi, delle promesse di benessere; dall’altra ci sono le rotte percorse da uomini, donne e bambini che affidano la propria vita a barche fragili, trafficanti senza scrupoli e a un mare che può diventare tomba. Ogni approdo, ogni naufragio, ogni salvataggio ci costringe a guardare dentro il modello di mondo che abbiamo costruito.

La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, il 4 luglio 2026, ha avuto proprio questo valore: non aggiungere semplicemente parole al dibattito sulle migrazioni, ma riportarlo al suo nucleo umano e politico. Il Papa si è fermato al cimitero dove riposano anche migranti senza nome, ha attraversato la Porta d’Europa e ha benedetto al Molo Favaloro la targa che intitola quel luogo a Papa Francesco. Sono gesti che parlano perché mettono insieme memoria, responsabilità e futuro.

Nell’omelia, Leone XIV ha pronunciato una frase destinata a restare: «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Non si tratta di un’affermazione retorica. Significa che le tragedie del Mediterraneo non sono fatalità naturali, né semplici effetti collaterali di emergenze imprevedibili. Sono anche il risultato di scelte politiche, economiche e culturali: ciò che si decide di fare, ciò che si decide di non fare, ciò che si rimanda, ciò che si preferisce non vedere.

Il mare come specchio

Il Mediterraneo, nella storia, è stato spazio di scambio, di commerci, di culture e di religioni. Oggi rischia di essere percepito soltanto come confine da difendere. Eppure, proprio il mare mostra la contraddizione più profonda del nostro tempo: mentre merci, capitali e informazioni si muovono con velocità crescente, la mobilità delle persone povere viene trattata come minaccia. Chi fugge da guerre, carestie, persecuzioni, crisi climatiche o mancanza di futuro incontra muri, procedure infinite, respingimenti, sospetti.

È qui che l’immagine proposta da osservatori sensibili, quali ad esempio Bartolomeo Sorge e Alex Zanotelli, conserva tutta la sua forza: una minoranza dell’umanità consuma la maggior parte delle risorse disponibili, mentre la maggioranza deve accontentarsi di ciò che resta. Il punto è chiaro: il benessere occidentale non è neutrale. Spesso poggia su rapporti economici squilibrati, sull’estrazione di materie prime, su filiere produttive opache, su consumi che scaricano altrove i costi sociali e ambientali.

Per questo parlare di migrazioni solo come problema di ordine pubblico è riduttivo. Certamente esiste un’urgenza immediata: salvare vite in mare. Nessuna discussione strategica può cancellare il dovere elementare del soccorso. Ma accanto a questa urgenza c’è una domanda di medio e lungo periodo: quali condizioni rendono la partenza una necessità e non una scelta? Che cosa accade nei Paesi di origine? Quale ruolo hanno le politiche internazionali, le imprese, gli accordi commerciali, la corruzione, i conflitti alimentati dall’esterno?

Non solo accoglienza: giustizia

Lampedusa ricorda all’Europa che l’accoglienza non può essere separata dalla giustizia. Accogliere significa offrire soccorso, protezione, ascolto, percorsi di integrazione. Ma significa anche interrogarsi sulle cause che obbligano milioni di persone a lasciare la propria terra. Se il Nord globale continua a considerare vaste aree del Sud del mondo come serbatoi di risorse, mercati da conquistare o luoghi da cui trarre manodopera a basso costo, allora le migrazioni non sono un incidente del sistema: ne sono una conseguenza.

La retorica del “prima noi” funziona perché semplifica. Fa credere che la sicurezza di alcuni dipenda dall’esclusione di altri. Ma la realtà è più complessa: le società europee, sempre più vecchie e nevrotiche, hanno bisogno di lavoratori, di cura, di energie giovani, di relazioni con il mondo. Nello stesso tempo, non possono trasformare la vulnerabilità dei migranti in una riserva permanente di lavoro povero, invisibile o ricattabile. Quando la persona è accolta solo perché utile, e non perché portatrice di dignità, l’accoglienza diventa una forma più elegante di sfruttamento.

Per questo la frase del Papa sulle «decisioni prese e mancate» chiama in causa non solo i governi, ma anche cittadini, consumatori, imprese, comunità religiose, scuole, università, media. Ogni volta che accettiamo come normale un’economia che produce esclusione, ogni volta che riduciamo le persone a numeri, ogni volta che ci abituiamo alle morti in mare come a una notizia ricorrente, partecipiamo a quella cultura del passare oltre che la parabola del Buon Samaritano denuncia con radicalità.

La paura e la propaganda del consumo

Una delle radici culturali del problema è l’idea che la felicità coincida con il possesso. A cittadini già relativamente ricchi viene continuamente ripetuto che per stare meglio bisogna avere di più, acquistare di più, consumare di più. Questo messaggio produce insoddisfazione in chi lo riceve e ingiustizia verso chi ne paga il prezzo altrove. Se il nostro benessere richiede energia, cibo, minerali, tecnologia e lavoro a costi sempre più bassi, qualcuno, da qualche parte, finirà per sopportare il peso nascosto del nostro stile di vita.

La propaganda del consumo ha bisogno anche della paura. Da un lato promette felicità attraverso l’accumulo; dall’altro presenta chi arriva come concorrente, invasore, peso sociale. Così il migrante diventa il capro espiatorio perfetto: visibile abbastanza per essere accusato, debole abbastanza per non potersi difendere, estraneo abbastanza per non essere riconosciuto come parte della nostra storia comune.

Eppure, le migrazioni raccontano anche un’altra verità: nessuna società è un’isola. Le economie sono interdipendenti, le crisi climatiche attraversano i confini, le guerre producono effetti a distanza, le disuguaglianze generate in un punto del pianeta ritornano altrove sotto forma di instabilità, fuga, conflitto. Lampedusa, proprio perché isola, smentisce l’illusione dell’isolamento: è il luogo in cui ciò che pensavamo lontano arriva davanti ai nostri occhi.

Dall’emergenza alla visione

Il punto decisivo, allora, è passare dalla gestione dell’emergenza a una visione politica. Salvare vite è il primo passo, non l’ultimo. Servono canali legali e sicuri di ingresso, politiche di integrazione realistiche, cooperazione internazionale non paternalistica, contrasto ai trafficanti, tutela dei diritti nel lavoro, investimenti nei Paesi di origine orientati allo sviluppo delle comunità e non alla sola convenienza degli investitori.

Leone XIV ha indicato una direzione, quando ha invitato l’Europa a inserire il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando nello stesso tempo perché nessuno sia costretto a emigrare. È una prospettiva esigente perché rifiuta due scorciatoie opposte: l’assistenzialismo senza cambiamento strutturale e la chiusura senza responsabilità.

In fondo, la domanda posta da Lampedusa è semplice e radicale: che mondo è quello che spinge una persona a rischiare la vita in mare? Se rispondiamo soltanto con controlli e respingimenti, evitiamo la domanda. Se rispondiamo soltanto con commozione, rischiamo di fermarci all’emozione. La sfida è trasformare la compassione in politica, la memoria in responsabilità, l’accoglienza in giustizia.

Lampedusa non chiede all’Europa di rinunciare a sé stessa. Le chiede, piuttosto, di essere fedele alla parte migliore della propria storia: i diritti umani, la dignità della persona, la solidarietà, la democrazia, la pace. Perché il Mediterraneo non diventi il confine della nostra paura, ma il luogo in cui ricominciare a pensare un mondo abitabile per tutti.

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