29 Lug 2026

Storie in trecento parole:
Le finestre illuminate

Hassan, 16 anni, chiude gli occhi e sogna di quando sarà grande e costruirà il suo malādh, il suo rifugio

“Senzatetto” è come lo chiamano in Italia, ma lui preferisce la parola araba bilā malādh – senza rifugio, senza riparo. Perché è così che si sente da quando ne ha memoria.

Quando è scappato di casa, una capanna nella campagna marocchina, non ha provato tristezza. Quella non era “casa”, era un pezzo di terra arida, una capra e un padre violento. Ha fatto il viaggio, quello con il barcone, con la fame e la sete, il mal di mare e la paura di non arrivare dall’altra parte. Solo che lui non ha avuto paura.

In Italia ha avuto tante dimore: il centro di accoglienza, il marciapiede di Torino Porta Nuova, la cella della Questura, il dormitorio, la comunità per minori, ma nessuno di questi luoghi è mai stato casa. Bilā malādh, pensa mentre aspetta l’ennesimo cliente nell’oscurità di via Ormea. L’ennesimo tossico, l’ennesima busta. Fuma una sigaretta mentre l’aria fredda di Torino gli si insinua nelle ossa e fa l’unica cosa che sembra dargli sollievo: guarda le finestre illuminate delle case. A Torino se ne trovano tante senza tende e lui cattura la quotidianità degli altri. Un divano su cui dorme un gatto rosso, una pianta di ficus, un bimbo che gioca sul tappeto, già in pigiama, una donna che beve una tazza di tè. Il caldo di quei rifugi gli riempie il petto e Hassan, 16 anni, chiude gli occhi e sogna di quando sarà grande e costruirà il suo malādh.

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