Quando la tecnologia addestra, l’educazione deve liberare

Inizia un nuovo anno scolastico e accademico in uno scenario mondiale sempre più preoccupante: crisi climatica, minacce di guerra e guerre già in atto, ritorno di idee e movimenti pericolosi che sembravano consegnati al passato, tecnologia sempre più pervasiva. Quale risposta può offrire l’educazione, a scuola e all’università, a un mondo così complesso?

Ci si dovrebbe chiedere, di questi tempi, che differenza passa tra educazione e manipolazione, e tra educazione e addestramento. Anche se sono noti i significati di questi termini, vale la pena porsi ancora la questione del loro senso in relazione al contesto del mondo presente.

L’educazione è un processo che punta alla realizzazione della persona nelle sue qualità e capacità migliori, in armonia con l’ambiente sociale e naturale. È un processo lungo e ad ampio spettro, articolato nell’educazione formale, che è quella impartita in contesti strutturati come sono, ad esempio, la scuola e l’università, e quella informale, costituita dall’ambiente sociale in cui un individuo vive e agisce quotidianamente, come la famiglia, gli amici ecc.

L’addestramento, invece, ha un carattere più tecnico e un’accezione più ristretta. Si parla di addestramento dei soldati oppure dell’equipaggio di navi e velivoli fino ad arrivare all’addestramento di animali, come cani o cavalli. L’addestramento ha una connotazione per lo più meccanica nel plasmare il comportamento degli individui, in modo da massimizzare l’efficacia e la reattività nello svolgimento di un determinato compito.

La parola manipolazione invece rinvia a processi di solito non trasparenti diretti da qualcuno che punta a perseguire i propri scopi spingendo gli altri, spesso a loro insaputa, ad agire in un determinato modo.

Addestramento e manipolazione nell’era digitale

Addestramento e manipolazione sono concetti alla base dell’uso massificato della tecnologia digitale. In tal caso, per noi umani l’addestramento consiste nella ripetizione indotta di un insieme di comportamenti e azioni standard attuabili facilmente da chiunque (il clic, lo scroll, lo swipe per esempio). Tali azioni si combinano con il feedback dei dispositivi con i quali si interagisce, che a loro volta manipolano la condotta abituale dell’utente spingendolo in modo inavvertito a compiere azioni varie che possono andare dall’acquisto di un prodotto alla formazione di una convinzione politica o più semplicemente alla reiterazione illimitata, in un loop, nell’utilizzo dei dispositivi stessi.

In realtà, il termine “addestramento” è esplicitamente usato per indicare il processo di “apprendimento” delle macchine e dei sistemi informatici “intelligenti” che accumulano grazie a noi attraverso vari canali informazioni e dati, li processano e li impiegano per raffinare sempre più il loro funzionamento diretto ai target. A parte l’impatto non sano sotto il profilo neurofisiologico (specialmente in bambini e adolescenti, ma non solo), questo cocktail di addestramento e manipolazione ha effetti disastrosi su un’ampia gamma di comportamenti che investono la percezione di sé, la comprensione del mondo e le relazioni sociali.

Ciò che accade, in poche parole, è che le persone vengono condizionate in modo talmente forte ed efficace che sviluppano abitudini sbagliate e perfino pericolose che difficilmente si possono cambiare, anche perché molti arrivano a instaurare una vera e propria dipendenza da questo genere di tecnologia. Un autore (neurologo e docente) che ha spiegato in modo molto chiaro questi meccanismi è Richard Cytowic nel suo libro Un cervello dell’età della pietra nell’era degli schermi. Chi c’è dietro tutto ciò? La risposta è semplice: le Big Tech che agiscono per soldi.

Che cosa significa davvero educare?

John Dewey, filosofo che occupa un ruolo di primo piano nella pedagogia contemporanea, ha scritto che l’educazione consiste nella trasformazione diretta della qualità dell’esperienza umana. Con ciò, egli voleva riferirsi all’azione degli educatori e degli ambienti educativi come veicolo di un cambiamento nei comportamenti e soprattutto negli abiti degli educandi. Se si rimane alla lettura superficiale e decontestualizzata di questo assunto, si potrebbe dire che gli influencer agiscono con lo scopo di cambiare i comportamenti e gli abiti dei followers oppure che i sistemi di machine learning fanno lo stesso con gli utenti, quindi avrebbero lo stesso ruolo degli educatori e degli ambienti educativi. Ma l’inferenza è sbagliata. Innanzitutto, perché non tiene conto che l’educazione punta a sviluppare le caratteristiche migliori dell’essere umano, come la sua sensibilità estetica, la sua capacità riflessiva, gli abiti di cooperazione sociale ecc. Poi, lo fa mettendo in condizione la persona di agire consapevolmente sviluppando abiti efficaci che non sono puramente meccanici, ma flessibili e creativi (un esempio ne sono gli abiti dell’artista) a vantaggio di sé e degli altri.

L’educazione, quindi, non è manipolazione né addestramento. Influencer e macchine non educano, perché non solo sfruttano una reiterazione meccanica ma riempiono il framework del processo di modificazione dell’esperienza con contenuti non importa quali. L’importante, in tali processi, è giungere all’obiettivo, che di norma è il profitto di chi li gestisce. Nell’educazione, invece, l’unico profitto autentico è la realizzazione della persona, in sé e in relazione all’ambiente sociale e naturale.

Coltivare l’umano

Un quadro come quello sommariamente delineato ha dietro una contrapposizione tra due visioni che in certi casi appare persino violenta e che si può sintetizzare così: uomo-macchina vs. uomo-persona. Nella prima, l’essere umano è considerato nei suoi aspetti puramente quantitativi e meccanici (si potrebbe dire numerici, statistici e algoritmici) per farne uno strumento di profitto. Esiste una linea di pensiero che parte dall’antichità (Aristotele) e arriva fino alla contemporaneità (Wittgenstein, Circolo di Vienna) che si è occupata di capire la natura umana nei suoi aspetti meccanici e quantitativi. Tuttavia, il pensiero e in generale la cultura umana hanno anche compreso che noi non siamo delle semplici macchine pensanti ma siamo capaci di sentimenti, anelito verso la Trascendenza, empatia e altro ancora.

Insomma, i nostri aspetti quantitativi si integrano con quelli qualitativi, che ci permettono – per dirla con un’immagine – di vedere in un dipinto non una banale superficie di tela o altro materiale con sopra spalmati strati di sostanze chimiche colorate ma un oggetto che possiede e comunica significati. L’educazione veicola significati ampi e profondi che non possono essere interiorizzati se si concepisce in termini di addestramento e manipolazione. Questi ultimi sembrano garantire effetti più facili e duraturi, ma si tratta di effetti che non coinvolgono pienamente l’uomo-persona bensì l’agire automatico e spesso inconsapevole dell’uomo-macchina.

Per ritrovare l’equilibrio bisogna coltivare l’uomo-persona nelle sue caratteristiche “analogiche”, allentando la morsa di quelle computazionali e digitali. L’educazione dovrebbe ripartire dal contatto con i nostri simili, con la materia e con gli strumenti “tradizionali”, come matite, penne, quaderni e testi cartacei, mettendo da parte la pletora, spesso nelle scuole sottoutilizzata, di gadget digitali che distraggono dal compito fondamentale: costruire la nostra umanità.

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