C’è una contraddizione politica difficile da ignorare, nel discorso costruito da Roberto Vannacci attorno all’identità nazionale, all’immigrazione e alla cosiddetta remigrazione. L’ex generale, che ha fatto della difesa dell’italianità e della linea dura sull’immigrazione uno dei punti centrali della propria azione politica, è sposato da oltre vent’anni con Camelia Mihailescu, nata in Romania e successivamente divenuta cittadina italiana. Vannacci stesso ha parlato pubblicamente delle origini rumene della moglie e della sua acquisizione della cittadinanza italiana.
Camelia Mihailescu non ha alcuna responsabilità per le posizioni politiche del marito e non dovrebbe essere trasformata nel bersaglio di una polemica che riguarda lui. La sua storia assume però inevitabilmente un significato politico, quando viene confrontata con il linguaggio utilizzato da Vannacci sull’immigrazione. È proprio la sua esperienza a ricordare quanto la realtà migratoria sia più complessa delle categorie rigide attraverso le quali una certa politica divide la società tra «noi» e «loro».
La contraddizione emerge con ancora maggiore evidenza osservando il programma politico di Futuro Nazionale. Nell’agosto 2026 il movimento ha collocato la remigrazione tra i punti qualificanti della propria proposta sull’immigrazione, insieme allo stop agli sbarchi, alla revisione dei flussi migratori e dei ricongiungimenti familiari e a criteri molto più restrittivi per l’acquisizione della cittadinanza italiana.
Eppure la storia familiare dello stesso Vannacci racconta un’altra Europa: quella in cui una donna nata in Romania arriva in Italia, vi costruisce la propria vita, forma una famiglia e diventa cittadina italiana.
Il punto, quindi, non è chiedere provocatoriamente a Vannacci di «rimandare a casa sua moglie». Sarebbe ingiusto verso una donna che è cittadina italiana e che non può essere utilizzata come strumento di una controversia politica. La domanda politicamente più seria è un’altra: quale criterio stabilisce, nel pensiero di Vannacci, chi può diventare pienamente parte della società italiana e chi invece dovrebbe essere oggetto di una politica di “remigrazione”?
È la nascita? Il sangue? La cultura? La lingua? La cittadinanza? L’integrazione? Il rispetto delle leggi?
Sono interrogativi inevitabili, quando un politico costruisce una parte importante della propria identità pubblica sulla definizione dei confini tra chi appartiene alla comunità nazionale e chi ne rimane fuori.
Il generale in conflitto con l’istituzione
Anche la carriera militare di Vannacci presenta elementi che rendono particolarmente significativo il contrasto tra il linguaggio dell’ordine e della disciplina e la sua stessa esperienza istituzionale.
Nell’agosto 2023, dopo le polemiche provocate dal libro Il mondo al contrario, Vannacci fu sollevato dal comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Le Forze Armate precisarono che le opinioni espresse nel volume erano personali e non rappresentavano l’istituzione militare. Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervenne pubblicamente criticando le affermazioni contenute nel libro e annunciando l’esame disciplinare della vicenda.
La questione non rimase confinata alla polemica mediatica.
Nel febbraio 2024 il Ministero della Difesa gli inflisse una sanzione disciplinare di undici mesi di sospensione dall’impiego, in relazione alla pubblicazione del libro. Secondo quanto riportato sul provvedimento, la vicenda evidenziava carenze nel senso di responsabilità e produceva conseguenze sul principio di neutralità delle Forze Armate, nonché sul prestigio e sulla reputazione dell’amministrazione militare. Vannacci contestò la sanzione davanti alla giustizia amministrativa. Nel novembre 2024 il TAR del Lazio respinse il suo ricorso, lasciando in vigore la sospensione.
È una circostanza politicamente significativa. Chi propone continuamente alla società concetti come disciplina, ordine, appartenenza e rispetto di determinati valori ha conosciuto personalmente un duro procedimento disciplinare all’interno dell’istituzione alla quale aveva dedicato gran parte della propria carriera.
È qui che ritorna l’antico paradosso di chi predica agli altri una virtù dalla quale la propria storia pubblica appare assai meno lineare.
Quando la diversità diventa un programma politico
Il mondo al contrario aveva già collocato Vannacci al centro di un acceso dibattito nazionale per le sue affermazioni sugli omosessuali, sull’immigrazione e sull’identità degli italiani neri.
Nel suo rapporto sull’Italia, l’ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa, ha successivamente richiamato come esempio di discorso razzista e omofobo alcune affermazioni contenute nel libro pubblicato nel 2023 da un generale italiano; il riferimento riguardava Vannacci, anche se il rapporto non ne indicava esplicitamente il nome.
Il dato interessante non riguarda soltanto ciò che Vannacci ha scritto. Riguarda soprattutto ciò che è accaduto dopo.
Una parte delle idee che avevano provocato il conflitto con l’istituzione militare è progressivamente entrata nella sua identità politica. Il generale controverso è diventato uomo politico e alcuni temi precedentemente affidati a un libro sono diventati elementi di un progetto organizzato.
Ed è proprio qui che il paragone con chi predica la virtù agli altri acquista un significato politico, non personale. Chi parla continuamente di disciplina può essere interrogato sul proprio procedimento disciplinare. Chi invoca continuamente l’identità può essere chiamato a spiegare che cosa intenda realmente per identità. Chi traccia confini tra italiani e stranieri può essere chiamato a chiarire dove collochi milioni di cittadini italiani nati altrove.
E chi propone la remigrazione dovrebbe spiegare con precisione quale sia il confine tra lo straniero considerato parte della società e quello considerato invece incompatibile con essa.
La contraddizione politicamente interessante
La storia di Camelia Mihailescu non dovrebbe essere utilizzata contro di lei. Al contrario, rappresenta uno degli esempi più immediati di quanto sia insufficiente una rappresentazione dell’immigrazione fondata esclusivamente sulla contrapposizione tra italiani e stranieri.
È nata in Romania, ha studiato a Bucarest, si è trasferita in Italia, ha costruito qui parte della propria vita ed è diventata cittadina italiana. Questa è integrazione.
Ed è precisamente per questo che la sua storia rende legittima una domanda politica rivolta non a lei, ma al marito: se una persona nata all’estero può integrarsi, acquisire la cittadinanza e diventare pienamente parte della società italiana, perché il discorso politico sull’immigrazione dovrebbe partire dalla logica dell’espulsione anziché distinguere tra immigrazione irregolare, legalità, integrazione e cittadinanza?
Vannacci ha inoltre utilizzato una distinzione significativa, parlando dell’emigrazione italiana e dell’immigrazione irregolare. Nel luglio 2026 ha sostenuto che l’Italia «importa i disperati della terra attraverso l’immigrazione clandestina», mentre esporta giovani italiani preparati, proponendo di favorire il ritorno degli italiani emigrati all’estero. È una formulazione che rivela chiaramente due rappresentazioni profondamente differenti della mobilità umana: l’italiano che parte viene descritto come una risorsa da recuperare; lo straniero irregolare che arriva viene inserito in una categoria negativa.
Esistono naturalmente differenze giuridiche sostanziali tra immigrazione regolare e irregolare, cittadinanza, asilo, lavoro e libera circolazione europea. Ma proprio per questo trasformare fenomeni tanto diversi in una narrazione generale sull’«immigrazione» rischia di cancellare distinzioni fondamentali.
Il problema della coerenza
Vannacci ha pieno diritto di proporre una politica migratoria restrittiva. I suoi avversari hanno altrettanto diritto di contestarla e gli elettori di valutarla. Il problema politicamente interessante è la coerenza del criterio.
Quando un uomo politico pretende di stabilire chi appartiene autenticamente alla nazione, la domanda inevitabile diventa quale sia il requisito dell’appartenenza.
Se è la cittadinanza, allora una cittadina italiana nata in Romania è italiana.
Se è l’integrazione, la storia della sua stessa famiglia dimostra che l’integrazione degli immigrati è possibile.
Se è la cultura, occorre spiegare chi abbia il potere di stabilire quando una persona abbia acquisito cultura italiana sufficiente.
Se invece il criterio diventa l’origine, allora si entra in un terreno completamente diverso, nel quale la cittadinanza rischia di essere subordinata alla provenienza familiare.
È qui che il discorso sulla remigrazione deve essere sottoposto alla verifica più severa: non attraverso slogan opposti, ma chiedendo chi dovrebbe essere “remigrato”, sulla base di quale legge, verso quale Paese e secondo quale criterio individuale.
La politica vive anche di simboli e semplificazioni. La vita reale, però, resiste alle semplificazioni. È facile parlare dell’«immigrato» quando rimane una figura astratta: qualcuno senza nome, senza volto, senza storia, magari appena sbarcato sulle coste italiane. La questione diventa molto più complessa, quando quell’immigrato studia, lavora, parla italiano, costruisce una famiglia, ottiene legalmente la cittadinanza e diventa parte della comunità nazionale.
Ed è ancora più difficile ignorare questa complessità, quando una storia simile esiste dentro la famiglia dell’uomo politico che della remigrazione ha fatto una propria bandiera.
La vera contraddizione di Roberto Vannacci non consiste nell’avere sposato una donna rumena. Non vi sarebbe nulla di contraddittorio in questo. La contraddizione politica nasce quando la propria esperienza familiare testimonia concretamente che migrazione, integrazione e appartenenza possono convivere, mentre il linguaggio pubblico tende a trasformare lo straniero in una categoria politica contrapposta all’identità nazionale.
È il vecchio problema di chi sale sul pulpito per impartire agli altri lezioni di ordine, appartenenza e comportamento: prima o poi, inevitabilmente, qualcuno guarda non soltanto il pulpito, ma anche la storia di chi vi sta parlando.









