Nel dibattito sulle proteste giovanili è possibile superare le polarizzazioni?

Ascoltare e capire non significa giustificare. Ma è necessario aiutare le nuove generazioni a trasformare la rabbia in forza generativa

Le recenti manifestazioni studentesche e giovanili contro il caro-vita e il caro-scuola hanno riportato al centro del dibattito pubblico un tema di bruciante attualità: la gestione del dissenso e l’esplosione di episodi di violenza, nel contesto delle proteste di piazza. Si tratta di mobilitazioni animate da istanze che si possono definire sacrosante e profondamente legittime. Il diritto allo studio, la sostenibilità economica dei percorsi formativi e la richiesta di un futuro dignitoso costituiscono le fondamenta di una società democratica. Tuttavia, l’osservazione fenomenologica di questi eventi restituisce un’impressione inquietante: l’assoluta incapacità, da parte delle diverse componenti sociali, di sottrarsi a logiche rigidamente polarizzate.

Nel discorso pubblico contemporaneo, sembra essersi imposto un automatismo cognitivo improntato all’alternativa escludente del tipo “o… o…”, a totale discapito di una visione integrativa del tipo “e… e…”. Ci si trova così sistematicamente di fronte a due posizioni contrapposte. Da un lato, vi è chi ritiene doveroso e prioritario stigmatizzare la violenza delle frange più estreme, finendo però per farlo a prezzo della compressione o della delegittimazione del diritto costituzionale a manifestare il proprio dissenso. Dall’altro lato, per reazione speculare, vi è chi afferma il diritto all’opposizione sociale, spingendosi fino a tollerare, giustificare o minimizzare le estremizzazioni più violente e distruttive, quasi fossero il pedaggio inevitabile di una necessaria spinta al cambiamento.

Ascoltare le ragioni, rifiutare la violenza

Questa polarizzazione non è solo un limite del dibattito politico, ma rappresenta un vero e proprio cortocircuito psicologico e culturale che impedisce di cogliere la complessità della realtà. Una postura autenticamente democratica ed evoluta richiede lo sforzo di tenere insieme due polarità apparentemente opposte ma intrinsecamente necessarie: l’ascolto profondo delle ragioni della protesta e, simultaneamente, la fermezza assoluta nel rifiuto di ogni forma di violenza.

Ascoltare le ragioni dei manifestanti è un imperativo categorico per una società civile. Tale ascolto, tuttavia, deve indirizzarsi verso coloro che sono in grado di protestare democraticamente, ossia entro i limiti chiaramente definiti dalle regole d’ingaggio di una convivenza civile. Esiste una distinzione fondamentale tra il conflitto sociale, che è linfa vitale per la democrazia, e la pura distruzione. Quando si evidenzia il diritto a manifestare, non si può dimenticare che lo stesso ordinamento giuridico che lo garantisce ne limita rigorosamente le modalità di esercizio. Il diritto di esprimere il proprio dissenso implica un limite intrinseco al come manifestare: non coincide mai con il diritto di ledere l’altro o di distruggere i beni comuni.

Dall’altra parte, la violenza agita va stigmatizzata senza se e senza ma. Di fronte all’atto violento, la priorità assoluta spetta alla messa in sicurezza delle vittime, reali e potenziali, e alla garanzia di prevenzione di eventuali recidive e reiterazioni. Solo dopo aver tutelato l’incolumità sociale e messo in sicurezza il contesto diventa possibile – e psicologicamente doveroso – intraprendere, laddove vi sia un’apertura, percorsi di umanizzazione con gli aggressori.

Capire, non vuol dire giustificare

In quanto psicologi e psicoterapeuti, sappiamo bene che comprendere le ragioni recondite di un comportamento violento è un atto scientificamente e clinicamente legittimo. Questa necessità analitica è applicabile a qualsiasi scenario di devianza: dalle dinamiche di bullismo alla violenza di genere, fino a condotte estreme come la pedofilia. Comprendere i fattori eziologici, il vissuto o la deformazione relazionale che generano la violenza è l’unico modo per tentare una cura e un recupero. Non si deve mai perdere la speranza di restituire a una reale umanizzazione qualunque soggetto umano che mostri anche una fievole motivazione al pentimento e al cambiamento.

Tuttavia, esiste un crinale sottilissimo e pericoloso: la comprensione clinica non deve mai essere confusa con la giustificazione sociale o morale. Nel momento in cui il tentativo di comprendere si trasforma nel messaggio che la violenza sia in qualche modo accettabile – semplicemente perché farebbe comodo all’interno di un cinico gioco di parti e controparti politiche – si compie un danno educativo e culturale incalcolabile.

Far passare anche lontanamente l’idea che esista una violenza giustificabile è estremamente rischioso nel contesto contemporaneo. La nostra epoca è fortemente caratterizzata dall’enfasi esasperata sull’autodeterminazione assoluta e sull’egocentratura. Quando l’Io diventa l’unico metro di giudizio dei propri diritti, il limite rappresentato dall’altro viene percepito come un abuso o un ostacolo da abbattere. A questo si aggiunge una progressiva e drammatica perdita del significato di valori trascendenti – intesi non solo in senso strettamente confessionale, ma come quell’orizzonte di senso condiviso che supera l’individualismo egoico. Sono proprio questi valori i soli capaci di sostenere una reale convivenza solidale, in cui la forza si esprime come responsabilità e cura: una società in cui i forti, da qualsiasi punto di vista, si prendono cura dei deboli.

Una violenza senza senso

La violenza giovanile a cui assistiamo nelle piazze, spogliata di una reale progettualità costruttiva, rischia così di configurarsi come una “violenza senza senso”, un senso che evidentemente le generazioni più adulte non sono state in grado di mostrare in modo trasparente e convincente. Ciò ha ingenerato il sintomo macroscopico di individui che hanno smarrito l’orientamento profondo verso una sempre maggiore umanizzazione, dimenticando la lezione del Sommo Poeta: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

È urgente allora rimettere al centro dell’azione educativa, accademica e sociale la necessità del limite come condizione di possibilità della libertà stessa. Solo riscoprendo la tensione verso la virtù e la conoscenza potremo aiutare le nuove generazioni a trasformare la giusta e sacrosanta rabbia contro le ingiustizie in una forza generativa, capace di edificare una società solidale e non di distruggerla.

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