L’iPod può essere considerato un oggetto vintage, in quanto ha ampiamente superato i due decenni di vita. È stato proposto come un dispositivo digitale destinato a rappresentare un punto di svolta nel mercato musicale. Nel discorso tenuto a San Francisco, Steve Jobs presenta le offerte di mercato: CD, Flash Player, MP3 e personal jukebox e aggiunge che iPod li sostituirà, per comodità e convenienza. E così è stato: l’iPod è diventato simbolo di una generazione che si stava affacciando alla trasformazione digitale dei primi anni 2000, una generazione che ha osservato i profondi meccanismi di crescita e sviluppo tecnologico.
La musica è cambiata
«Il campo di interesse per me attualmente è la musica, perché tutti la amiamo. La musica esiste da sempre e sempre esisterà, per questo è un mercato ampio. In questo mercato, però, non c’è un vero e proprio leader, perché nessuno ha trovato la ricetta giusta. Noi crediamo di averlo fatto, anche perché le persone ripongono fiducia in noi per acquistare i loro dispositivi tecnologici». Queste le parole di Steve Jobs durante la conferenza del 2001. Si parla di ricetta, perciò dell’insieme di alcuni elementi che vadano a comporre il profilo di un dispositivo impossibile da non desiderare, anzi, impossibile da non avere.
Le tre principali svolte di iPod riguardavano l’“ultra-portatilità”, 5 gigabytes di capacità e un’autonomia di dieci ore. Al netto delle migliorie tecniche rispetto alla concorrenza, iPod si è proposto come una «libreria musicale tascabile da 1.000 canzoni». «Un salto quantico», questa l’espressione utilizzata da Steve Jobs durante la presentazione. Una svolta repentina, che non attraversa livelli intermedi, ma salta direttamente al prossimo passaggio. Così la vita musicale di milioni di persone è cambiata per sempre. Il salto quantico è avvenuto quando il primo acquirente ha infilato le cuffiette nel jack dell’iPod. Da quel momento, niente è stato più lo stesso.
Un suono dal passato
L’ultimo modello di iPod, presentato dalla Apple, è del 2019 e nel 2022 ne è stata interrotta la produzione. C’è da comprendere, però, che la tendenza attuale vira verso la rivalutazione del vintage e la “romanticizzazione” dell’usato. Capi di abbigliamento, mobili, gioielli e persino stoviglie, considerate qualche anno fa semplicemente usate, attualmente acquistano interesse e valore monetario.
In questo senso, quindi, l’iPod potrebbe tornare in auge proprio perché simbolo vintage. È vero che i nostri smartphone hanno la capacità di scaricare applicazioni tramite le quali ascoltare la musica; ma, se volessimo tornare a vivere un’esperienza musicale totalmente libera da notifiche, social e chiamate? Se volessimo, quindi, conferire alla musica uno spazio tutto suo nelle nostre vite digitali? In quest’ottica, l’iPod rappresenterebbe l’ambiente ideale per favorire l’ascolto di brani e artisti in totale autonomia, senza passare dal vaglio del nostro smartphone e di tutto ciò che contiene, ovvero la nostra stessa vita.
È romantico, quindi, pensare che in virtù di questo anniversario e della mediaticità dell’evento alcuni giovani possano andare dai genitori, o addirittura dai nonni, a chiedere dove abbiano riposto il vecchio iPod. È anche una scelta sostenibile, sia a livello economico che a livello ambientale.
C’è da considerare, però, un altro aspetto. L’uscita dell’iPod coincise con una importante trasformazione nel tessuto musicale, anzi, sociale: la musica era accessibile a tutti, ovunque e in qualsiasi momento della giornata. Questo ha contribuito a creare isolamento sociale, privatizzazione degli spazi pubblici e consumismo simbolico. La possibilità di ascoltare la musica dal proprio iPod in metro, in treno, in tram oppure a scuola o sul posto di lavoro ha, in parte, contribuito al perdersi dentro una bolla musicale personale. Le persone si scrutavano in cerca di individui senza cuffiette nelle orecchie, ritenuti liberi da una sorta di “gabbia sonora” e disponibili, quindi, per avere una conversazione. L’ambiente circostante non veniva più vissuto nella sua interezza di rumori e immagini, ma percepito con il sottofondo di una colonna sonora a nostra scelta.
Inoltre, l’iPod era simbolo di uno status, soprattutto nell’epoca in cui avere un prodotto Apple significava stare al passo con la moda. Molte persone si sono trovate a comprare questo dispositivo perché il gruppo lo possedeva e se ne vantava, seguendo la massa. Tutto questo, in realtà, accade anche oggi con limiti sociali ancor più evidenti e permea ogni aspetto della nostra vita, non solo la musica.
Se volessimo analizzare l’altra faccia della medaglia, però, potremmo parlare di come la musica, vissuta in questo modo, abbia contribuito a creare connessioni. Inviandosi un pezzo, condividendo una cuffietta o aiutando un amico a trasferire dei brani, si sono creati legami digitali fruibili anche nella realtà.
Un iPod per ritrovare se stessi
Il nostro smartphone racchiude qualsiasi cosa ci serva: dati bancari, social, giornali, ricette, agende e così via. La musica potrebbe rappresentare un piccolo spazio puro non inquinato dalla moltitudine di notifiche che illuminano ogni giorno lo schermo del nostro telefono. Se pensiamo all’iPod dobbiamo renderci conto che si tratta comunque di un dispositivo digitale, ma in un momento in cui sembra chiaro che la società non sia pronta a lasciar andare il rapporto con la tecnologia, la soluzione sembrerebbe frazionare, dividere e scomporre in modo da coltivare esperienze differenti, con dispositivi differenti.
Romanticizzare l’iPod, quindi contribuire alla riscoperta del dispositivo, potrebbe aiutare nel distaccare un frammento di noi, e dei nostri interessi, da un io così compatto che cerca di stringersi a fatica all’interno di uno smartphone. Non si parlerebbe di un “salto quantico”, anzi, di un’attività lenta e profonda, ma sarebbe il punto di svolta per un ritorno al passato. E forse a un io più autentico?








