Dell’immenso patrimonio artistico prodotto da Francesco Guccini, parole, musica, romanzi, parole in dialetto, gialli, spunti per disegni, ormai tutti richiamano qualcosa per sé, schegge o interi portali, che hanno cambiato la propria vita. O perlomeno la fruizione della bellezza, che addolcisce e impreziosisce la vita. Persino c’è chi nel dirgli addio propone una sorta di bignamino, un sunto: Dalla furia anarchica de La Locomotiva al romanticismo sospeso di Autogrill. Guida essenziale alle opere con cui ha trasformato la musica in letteratura. Io direi di no, perché è difficile comprimere la scelta in 10 titoli.
Si possono fare classifiche opportune?
Certo, per carità: ognuno faccia la propria graduatoria, si ritragga in un angolo, con discrezione, e senza sperare di averne alcun merito, dica per sé cosa ha apprezzato di più del grande maestro e cantautore che ci ha lasciato il 6 agosto scorso. Nessuno, però, può aver il diritto (né la pretesa) di dire no, per me è meglio quest’altro brano. Appunto, per lui. Per ognuno, considerando che quelle parole mirabilmente intrecciate, quelle musiche ricercate, quelle ballate, quei dolori (l’amica S.F.) quelle atmosfere, persino quelle pause e apparenti incertezze vissute sulla scia di un Incontro imprevisto (ma accaduto realmente, come disse in un’intervista). Tutto della magnifica produzione dello scrittore e poeta toscoemiliano, può essere personalmente rievocato nel tempo.
Scegliere le perle e farle durare
Purché non bruci velocemente in un fuoco fatuo, dopo le dovute celebrazioni, e che la debole memoria costringe a fotografare per tenerla ancora accesa. No, dopo aver fatto una valutazione non superficiale dei testi, musica e comportamenti di Francesco, per tutti vale (lo vorrebbe lui, credo) quello che ognuno può legittimamente ricondurre alle proprie esperienze accompagnate dalle sue colonne sonore, ai concerti sentiti (io tre ascoltati di cui uno con mio figlio allora giovanissimo …); i titoli (suoi) ignobilmente usati per un corteggiamento amorevole che andasse a buon fine (Cirano); per una qualunque personalissima e per questo legittima occasione da cercare. Purché non sia fugace e subito abbandonata.
La gran fatica di scegliere
Sono tutte belle. Ma soprattutto, mi rimangono dentro, vediamo: oltre al suo accento emiliano arrotato; la sua timidezza incompatibile con il physique du role (amava Faletti); l’agnosticismo dichiarato unito ad un’alta considerazione per lo spirito che trasudava dai testi; il suo amore per il vino, “quello forte del Sud che fa assaggiare l’infinito”, Keaton, Signora Bovary; oltre alla battuta spontanea, per la quale si sarebbe fatto strozzare se gli fosse mancata al momento opportuno; oltre alla sua passione per l’America libera e accogliente, che proprio per questo oggi ci fa inc…; oltre, insomma, a tanto altro di suo, mi rimane dentro e mi accompagnano (soprattutto in alcuni miei difficili ricoveri), i piccoli capolavori del monumentale Album Signora Bovary.
Lui ricordava sempre che la sua era solo una trasposizione, assolutamente personalizzata, dell’opera del grande scrittore francese. Sì, vabbé, l’intervistatore avrebbe dovuto subito fargli notare che quel prodigioso intreccio di parole, musiche e ambienti, è merito suo, oltre che del grande scrittore francese.
Perché senza clamori, inopportuni snobismi, e facili orgogli, dei quali Francesco non si è mai, neppure di striscio, vestito, quei gioiellini ce li ha regalati continuando a giocare a carte con gli amici, nella sua Pavana o a Bologna, a Modena, e con altri (Lucio, Luciano, Roberto, Francesco…) che continuava a frequentare intorno ai tavoli delle mitiche osterie, sobrie, ma non di alcol.
Rivolgere e rivolgersi le domande consuete
Ecco, ma le sue non sono mai state domande consuete, banali, dalle risposte scontate. Facili, a portata di mano. Anzi, tutt’altro, hanno spinto alla riflessione, all’indagine (ha scritto gialli), all’introspezione severa e sincera. (E se c’è qualche politico che pur essendo dall’altra parte delle sue idee, canticchia le sue canzoni, ma gli dà del “livoroso”, si passi una mano sulla coscienza; lui, livoroso proprio per niente! Nessun livore, invidia, né tanto meno acidume, mah!).
In fondo alla notte, la domanda finale
Ma che cosa c’è proprio in fondo in fondo,/quando bene o male faremo due conti,/e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio/e diremo “…un momento, aspetti…” per non essere mai pronti,/signora Bovary, coraggio, pure/tra gli assassini e gli avventurieri,/in fondo a quest’oggi c’è ancora la notte,/in fondo alla notte c’è ancora, c’è ancora…..
No, caro, i conti, bene o male, li avevi già fatti, a lei (quando l’ora del lupo guaisce…) non hai potuto dire di “non essere ancora pronto”; ma ora, ora, ci dici per favore, (faccelo sapere magari ispirando il testo di un tuo erede che ti dedica la prossima canzone) cosa hai trovato in fondo alla notte?






